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giovedì 08 settembre 2022 13:57

 

La legge dell'odio

28.05.2009    scrive Fazıla Mat

Le manifestazioni del 17 maggio (Foto Kaos GL)
La serie di omicidi commessi negli ultimi mesi in Turchia ai danni della comunità LGBT. La discriminazione del quadro legislativo e la lotta delle associazioni per i diritti civili. Manifestazioni in tutto il paese per il quarto incontro internazionale contro l'omofobia
Mentre Istanbul si prepara ad accogliere, tra il 22 e il 28 giugno prossimi, la diciassettesima edizione della settimana dell’orgoglio LGBTT (lesbiche, gay, bisex, transessuali e travestiti) organizzata dall’associazione Lambdaistanbul, non si fermano le violenze e le discriminazioni che colpiscono la comunità LGBT turca, ma non si ferma nemmeno la lotta delle associazioni LGBT che nell’ultimo decennio hanno dato a molte persone la possibilità di venire allo scoperto, di non sentirsi anormali e soli, e di denunciare la pressione subita dalla società e dalle autorità nei confronti della loro ‘diversità’.

In Turchia non è reato essere omosessuali o transessuali, ma manca una legge che tuteli esplicitamente i diritti di queste persone. In questi giorni in cui in parlamento si è tornati a discutere sulle modifiche da apportare alla Costituzione per “allargare le libertà civili”, si ripresenta anche la richiesta degli attivisti LGBT di inserire nell’articolo sull’uguaglianza l’espressione “senza distinzione di inclinazione e identità sessuale”.

Il governo nega che ci siano delle discriminazioni su base sessuale ed è ancora valida l’affermazione che Burhan Kuzu, parlamentare dell’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) e presidente della commissione parlamentare per la Costituzione, ha fatto l’anno scorso: “Le richieste delle persone non hanno fine. Dagli omosessuali sono arrivate richieste affinché si riconoscano i loro diritti e si possano sposare. Ma glielo concederemo solo perché lo vogliono? Dobbiamo agire in considerazione delle responsabilità che abbiamo come governo”.

Martedì invece è arrivato in parlamento il caso di un arbitro di calcio gay. Halil İbrahim Dinçdağ, dopo dodici anni di attività, è stato sospeso dal servizio a causa del certificato di “non idoneità” ottenuto a suo tempo per essere esentato dal servizio militare, in quanto omosessuale. L’arbitro ha presentato un ricorso contestando la regolamentazione interna della Federazione calcio turca che, nel 2006, avrebbe introdotto la condizione per cui “chi è stato esentato dal servizio militare per motivi di salute non può diventare arbitro”.

Le manifestazioni del 17 maggio (Foto Kaos GL)
Lo scorso 17 maggio, giornata mondiale contro l’omofobia, si è concluso anche il quarto incontro internazionale organizzato dall’associazione LGBT Kaos GL. I diciotto giorni di eventi sparsi tra Ankara, Izmir, Van, Diyarbakır, Eskişehir e Istanbul sono terminati con la marcia contro l’omofobia in cui trecento persone, quest’anno per la seconda volta, hanno sfilato nel centro di Ankara dal parco Kurtuluş fino all’approdo simbolico del monumento per i diritti umani sul corso Yüksel.

“Come LGBT siamo ancora privi dei diritti umani basilari”, ha detto İsmail Alacaoğlu a nome della Kaos GL al termine della marcia. “La nostra libertà di espressione e di associazione è assediata dall’embargo della morale generale perché siamo omosessuali e transessuali. Siamo fatti oggetto di pressione e la nostra partecipazione alla vita sociale, culturale, economica e politica viene impedita. Non veniamo assunti a causa delle nostre identità e inclinazioni sessuali. Veniamo licenziati e privati dei nostri lavori a causa di leggi discriminatorie. Viene attentato al nostro diritto di vita, subiamo violenze e veniamo uccisi per gli omicidi di odio. La polizia non trova i responsabili. I tribunali offrono loro riduzioni di pena perché hanno ucciso omosessuali e transessuali.”

Solo venerdì scorso è stato compiuto l’ennesimo “omicidio di odio”, l’undicesimo dallo scorso novembre, a danno di una transessuale di Ankara di nome Çağla. La piattaforma per i diritti LGBT, esasperata dalla mancanza di reazione delle autorità di fronte ai reiterati omicidi, ha preso la decisione di manifestare ogni giovedì davanti al Consiglio presidenziale per i diritti umani sul corso Yüksel, “finché le autorità non si metteranno in moto contro i delitti d’odio rivolti alle persone LGBT”.

Sono definiti in questo modo i crimini suscitati dall’odio verso chiunque sia etichettato come ‘diverso’, ma il codice penale turco non prevede il crimine di odio. I tribunali, nel valutare le aggressioni e gli omicidi di questo tipo, restano legati a una sorta di giustificazione e di tolleranza sociale che attenua automaticamente la pena.

Lo rende noto anche il rapporto 2008 preparato dalla piattaforma per i diritti LGBT, in cui si cita il caso di Ahmet Yıldız, ucciso nel luglio 2008 dopo aver denunciato minacce di morte provenienti dai suoi familiari per la sua omosessualità. L’omicidio di Yıldız non è stato ancora risolto e non viene data alcuna informazione sulle indagini. I firmatari del rapporto dicono anche di non sapere se un'indagine sia effettivamente in corso.

L’attivista transessuale Dilek (Bahar), assassinata lo scorso novembre, è invece stata tra le prime persone a denunciare i casi di ripetuta violenza nel 2006 contro le transessuali e i travestiti nella zona di Eryaman, ad Ankara, da parte di un gruppo armato che usava coltelli, armi da fuoco, catene e manganelli per aggredirli. Alcuni responsabili delle violenze, grazie agli sforzi dell’associazione LGBT Pembe Hayat, sono stati arrestati e condannati. Per la prima volta un crimine commesso contro le persone LGBT è stato considerato alla stregua dei crimini organizzati e il tribunale ha definito il gruppo “banda”.

Il rapporto della piattaforma dei diritti LGBT ricorda inoltre le enormi difficoltà riscontrate dai travestiti e dalle transessuali per affittare o comprare una casa, come anche per ottenere un lavoro. A Istanbul, nella zona di Beyoğlu, la polizia ha posto sotto sigillo i palazzi dove abitavano le trans obbligando non solo loro, ma tutto il vicinato a sgomberare le case, mentre nelle città maggiori i cosiddetti “team martello” (balyoz timi) legati alle Questure, risultano essere la fonte principale della violenza nei confronti dei LGBT.

Un altro fattore di discriminazione è la cosiddetta “legge delle colpe” (Kabahatler Kanunu), introdotta nel 2005 “per proteggere l’ordine della società, la morale e la salute generale, l’ambiente e l’economia”.

La polizia, appellandosi a questa legge, può multare a propria discrezione chiunque disturbi la “morale generale”. Tra i primi a essere colpiti ci sono di nuovo le transessuali e i travestiti. L’apparenza di questi ultimi – considerata esibizionista – è già sufficiente per far scattare una multa (che attualmente ammonta a circa a sessanta euro) che si riesce a non pagare facendo ricorso in tribunale, mentre per i fermi ingiustificati e i maltrattamenti subiti nel frattempo non c’è risarcimento.

Sempre appellandosi alla “legge delle colpe” nel 2008 la provincia di Istanbul ha cercato di far chiudere Lambdaistanbul, ma il ricorso presentato dall’associazione ha avuto un esito positivo e lo scorso aprile la Corte d’appello ha deciso che Lambdaistanbul non sarà chiusa.

“Posso dire che c’è stato un solo evento in grado di farmi dimenticare tutte le sofferenze che ho vissuto nel 2008” scrive Umut Güner, proprietario e direttore della rivista Kaos GL, “sono le famiglie che hanno iniziato ad organizzarsi all’interno di Lambdaistanbul… Le famiglie hanno camminato con noi durante le manifestazioni della settimana dell’orgoglio e lì, con i cartelli su cui era scritto ‘lascia in pace l’associazione dei miei figli’ hanno comunicato che ci sono vicini e che lotteranno con noi”.
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