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Con la faccia al muro
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Data pubblicazione: 23.10.2009 10:12

Ramadan Runtov - T.Mangalakova
Durante il cosiddetto "processo di rinascita" il regime comunista bulgaro cambiò con la forza i nomi di chi apparteneva alle minoranze musulmane. Ma c'è chi si rifiutò e pagò con lunghi anni di prigione. Un racconto di vita
Nel maggio 1989 comincia la staffetta di scioperi della fame organizzati da turchi e pomacchi (slavi di religione islamica) di Bulgaria contro il cosiddetto “processo di rinascita”, cioè il cambio forzato dei nomi della tradizione musulmana in nomi “puri bulgari”.

In quel periodo, ogni giorno rappresentanti della comunità musulmana bulgara danno interviste a emittenti radio occidentali, come la Bbc, Deutsche Welle, Radio Free Europe e Voice of America. Al movimento di resistenza dei musulmani bulgari al regime di Todor Zhivkov si aggiungono intellettuali e dissidenti.












Le aspettative di allora, le delusioni, ma anche vent'anni di cambiamenti.
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L'11 maggio 1989, nella casa della famiglia Runtov, nel villaggio di Dolno Izvorovo (regione di Kazanlak), viene creato il “Comitato di sciopero musulmano”. Gli uomini della famiglia Runtov si erano già ribellati negli '60 all'inizio della “rivoluzione culturale” che voleva imporre la proibizione del velo tra le donne musulmane in Bulgaria.

Osservatorio sui Balcani e Caucaso ha incontrato Ramadan Runtov, uno dei leader della resistenza musulmana. Ramadan finisce in prigione già durante la prima ondata di cambiamento forzato dei nomi nel 1973, quando rifiutò di veder cambiato il suo nome in Radan.

Allora Ramadan viveva nel villaggio natale di Kornitza, alle falde dei monti Pirin e solo in seguito si trasferà a Dolno Izvorovo dove ha lavorato come muratore nella fattoria collettiva locale. Ecco il racconto in prima persona della sua lotta e della sua vita travagliata, raccolto dal vivo a Bursa durante una conferenza organizzata dall'associazione dei turchi provenienti dai Balcani “BAL-GÖÇ”:


“Quando terminò il lavoro di accusa della procura [dopo l'arresto del 1973], i miei compaesani di Kornitza scesero in piazza e si ribellarono. La protesta venne sedata nel sangue, ci furono 4-5 morti e una cinquantina di feriti. Iniziarono a farmi pressioni, cercando giustificazioni alla loro violenza.

Mi spostarono nel centro detentivo situato in Ulitza Razvigor, a Sofia, e per molte notti fui condotto in tunnel sotterranei, dove mi trattenevano per un paio d'ore. Mi legavano le mani dietro la schiena. Pensavo di essere condotto alla fucilazione. Mi dicevano di non voltarmi, e rimanevo a lungo rivolto verso il muro. Puoi una delle guardie mi diceva 'per stasera ti è andata bene, ti fuciliamo un'altra volta'. Era questo il loro modo di farmi paura.

Fui quindi trasferito a Blagoevgrad. Appena entrai nell'aula del tribunale locale, il giudice mi chiese: “Sei tu quello che ha messo a ferro e fuoco la nostra regione?”. Mi chiese se conoscevo una decina di ragazzi che sedevano su una panca davanti al giudice, e io risposi che erano miei compaesani. Quindi mi chiese, “Tu cosa sei?” e io risposi, “Sono un turco”.

Fui condannato a sei anni per attività antipatriottica, con l'accusa di aver voluto creare una repubblica separatista. Scontai la pena nel carcere di Stara Zagora. Non ero costretto ai lavori forzati, ma insistevano perché diventassi “uno dei loro”. Dovevo firmare un protocollo d'intesa per non restare in prigione. Insomma, volevano che io divenissi un spia, ma ho sempre rifiutato.

Dopo un anno, il 25 settembre 1974, fui spedito nel cosiddetto “settore”, dove venivano internati i condannati considerati più pericolosi. Mi chiesi cosa stava succedendo, e presto capii che si stavano preparando all'operazione di cambio forzato dei nomi. Il commissario Balabanov, della Darzhavna Sigurnost mi venne a parlare.

“'Zio' Ramadan, ti ho mandato a chiamare perché tua moglie e i tuoi figli hanno cambiato i loro nomi. Adesso tocca a te. Scegliti un nome nuovo e firma qui, così da compilare i documenti necessari”. Io gli chiesi: “Chi ha cambiato i nomi ai miei ragazzi?”, e lui rispose “Sono stato io”. Allora gli dissi: “Bene, allora un giorno verrò a trovarti, se sarò ancora vivo e in buona salute. Adesso sei il padrino dei miei figli, no?”. Mi rifiutai di firmare.

“Avete sbagliato persona”, dissi, “io non firmerò mai. I nostri nomi non sono messi per formalità, sono stampati nel Corano e sigillati col sangue. Solo quando il sangue scorre via, allora il nome viene cancellato”. Mi trascinarono fuori dalla stanza a pugni e calci. Balabanov disse che il mio nuovo nome sarebbe stato Radan...

Per un mese intero, in carcere, facevano l'appello con i nostri nuovi nomi, ma nessuno rispondeva. Fui trascinato in isolamento, in una cella ghiacciata larga un metro per due. Mi ci tennero per due mesi e otto giorni, da mangiare ricevevo solo un tozzo di pane. C'erano compagni di prigionia che, dopo essersi addormentati, si svegliavano la mattina con gli arti congelati. Io non dormivo per tutta la notte, ma battevo i piedi per tutto il tempo. Quando sentivo che stavo per addormentarmi, vinto dalla fatica, ricominciavo a battere i piedi per restare sveglio. Trovai un pezzo di naylon col quale mi fasciavo i piedi, sotto le galosce. Fu così che riuscii a salvarmi.

Quando alla fine uscii dall'isolamento, venni a sapere da un compagno di cella, Hasan Sapundzhii di Yakoruda, che dalle mie parti si parlava molto di me. Passò ancora un anno e otto mesi. Alla fine, quando videro che resistevo a tutte le loro pressioni, mi dissero di compilare una domanda per farmi tornare al lavoro. Nella domanda però avrei dovuto firmare col nuovo nome, e mi rifiutai. Ero ridotto a pelle e ossa, non sentivo più nulla, ero privo di forze. Uscii di galera nel 1977, avevo scontato quattro anni e nove mesi.

Intanto il mio figlio maggiore, che si chiama anche lui Ramadan, era fuggito in Turchia, dopo che l'avevano cacciato dalla scuola tecnica che frequentava. Gli altri due miei figli tentarono la fuga attraverso la Jugoslavia insieme ad un ragazzo di Pernik, ma vennero presi e arrestati. Allora fui nuovamente arrestato anch'io. A uno dei miei figli dettero un anno e otto mesi, all'altro un anno e mezzo. Io venni condannato a tre anni. Li scontai tutti nella prigione centrale di Sofia per “tentativo di fuga all'estero”.

Uscii nel 1982. Una sera mi chiamò al telefono Petar Boyadzhiev, dissidente politico fuggito in Francia e collaboratore di Radio Free Europe. Mi chiese come me la passavo. “Sono senza documenti e non ho lavoro. Ho deciso di non accettare umiliazioni, e lavoro come pastore per guadagnarmi il pane. Di tanto in tanto arrotondo lavorando in qualche cantiere”, gli risposi. Nel 1984-85, quando cominciò la campagna di massa del cambio forzato dei nomi, Boyadzhiev mi chiese di raccontare alla radio ogni sera che cosa stava succedendo.

La cosa andò avanti fino al 18 marzo 1989. Un giorno, nel cantiere dove lavoravo, arrivarono quelli della 'milicija', e fui trascinato negli uffici della Darzhavna Sigurnost. Mi minacciarono, ma non ebbero il coraggio di picchiarmi. Mi trattennero fino alle otto di sera, e mi dissero che il giorno dopo mi avrebbero di nuovo trattenuto. Parlai con Boyadzhiev, gli raccontai cosa succedeva e lui mi dette coraggio. “'Zio' Ramadan”, mi disse, “il loro tempo è finito”. Lo stesso Boyadzhiev mi consigliò di organizzare gruppi di musulmani pronti a testimoniare con lo sciopero della fame, perché il mondo intero venisse a sapere cosa stava succedendo in Bulgaria.

Decidemmo di creare il “Comitato di sciopero musulmano”. I miei figli, insieme ai dissidenti Konstantin Trenchev e Iliya Minev organizzarono un incontro ad Haskovo per coordinare il comitato, ma la cosa non andò in porto. Decidemmo allora di vederci a casa nostra a Dolno Izvorovo. Era tempo di Bayram [festività islamica che segna la fine del Ramadam]. Ci incontrammo nella notte tra l'11 e il 12 maggio 1989, e fondammo il comitato. La mattina seguente, quando la 'milicija' venne ad interrogarci sulle visite che avevamo ricevuto, dissi che si trattava di amici venuti per la festa religiosa.

Nel frattempo demmo il via allo sciopero della fame in tutto il paese, a Dzhebel, nella regione di Kardzhali e in quella della Delyurmana. Tra il 17 e il 18 maggio preparammo una lettera aperta diretta alla Procura, per protestare contro il cambio dei nomi. Il 18 maggio stesso vennero a casa quelli della milicija. Dissero che dovevo prendere 80 leva, poi mi portarono in una banca a Stara Zagora dove li cambiai per 50 dollari. Capii allora che volevano cacciarci dalla Bulgaria.

Mi dissero di preparare un bagaglio che non superasse i 30 chili, e che sarebbero passati a mezzanotte a prelevarmi. Dettero il passaporto a tutta la famiglia e alla fine ci portarono alla stazione di Plovdiv e ci caricarono su un treno diretto in Germania. Noi però scendemmo a Belgrado, dove ci aspettava il personale dell'ambasciata turca in Jugoslavia. In otto giorni il numero degli “emigranti per forza” giunti a Belgrado arrivò a 170. Allora lo stesso presidente turco Turgut Özal inviò un aereo per trasportarci tutti a Istanbul. Lì mi venne a prendere mio figlio Ramadan, che come ho già detto era fuggito da tempo in Turchia.

Solo dal mio villaggio, oggi circa 1150 persone vivono in Turchia, soltanto ad Istanbul ci sono almeno 120 famiglie. Tutti se la passano bene, hanno messo su case accoglienti, quasi tutti hanno belle somme da parte in banca. Anch'io, dopo una vita difficile, ora mi godo la vita in vecchiaia”.