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Di cosa vive l'uomo?
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Data pubblicazione: 08.10.2009 10:10

KwieKulik, Activities with Dombromierz (dal sito della Biennale)
Aperta a Istanbul l'undicesima edizione della Biennale. 70 artisti da tutto il mondo espongono all'Antrepo n.3, alla scuola greca Feriköy e ai magazzini del tabacco. Brecht e il rapporto tra arte e politica al centro della manifestazione curata da un collettivo di Zagabria
Quest’anno la Biennale di Istanbul, giunta alla sua undicesima edizione, si intitola brechtianamente “Di cosa vive l’uomo?”. Le quattro curatrici dell’evento, il collettivo zagrebese “What, How and for Whom” (Što, kako i za koga, WHW), indicano nella citazione fatta dall'Opera da tre soldi il punto di partenza del pensiero che ha accompagnato la realizzazione dell’evento. “Non si intende guardare a Brecht come ad un classico da riscoprire e da mostrare alle nuove generazioni. Si tratta di iniziare a riflettere sugli aspetti del passato rimasti nascosti, rivedere il rapporto tra arte, intervento sociale e gesto estetico e indagare sulla possibilità di costruire nuovi rapporti”.

Cosa, come e per chi restano domande centrali di ogni organizzazione economica. Così anche per l’arte e per l’artista, che denuncia nella sua opera la legge del marketing e poi si ritrova a essere sostenuto nel suo lavoro da uno sponsor dello stesso mercato.

Proprio da numeri, statistiche e valutazioni monetarie prende le mosse il collettivo WHW che ha chiamato a partecipare all’evento 70 artisti, di cui 30 donne e 32 uomini, 3 progetti in collaborazione e 5 collettivi. Gli artisti hanno un’età che varia dai 27 ai 76 anni, quattro di loro non sono più in vita. L’opera più vecchia risale al 1965, mentre ci sono 25 produzioni inedite. Gli artisti provengono da 38 paesi diversi, il cui reddito pro-capite annuo spazia da un massimo (45.550 $) degli Stati Uniti ad un minimo (2.197 $) della Repubblica kirgiza.

Tra gli artisti esponenti alla Biennale, 20 risiedono fuori dal proprio paese di origine e 22 sono rappresentati da gallerie commerciali, 9 delle quali con sede al di fuori del paese di residenza dell’artista. Gli artisti non hanno ricevuto alcun compenso per la partecipazione, mentre il compenso delle curatrici, escluse le varie spese, sarebbe dell’1,21% del costo complessivo della Biennale che si aggirerebbe attorno ai 2 milioni di euro. Il 49% di questa quota sarebbe stato assorbito dalle spese sostenute per il lavoro di installazione ed esposizione delle opere.

A sostenere i costi principali della manifestazione sono alcune organizzazioni internazionali (26%), gli sponsor locali raccolti sotto il gruppo Koç (25%), che continuerà a svolgere questa funzione fino al 2013, il comitato Istanbul 2010 (15%) e il ministero della Cultura turco (5%).

L’inizio della Biennale è stato segnato da un piccolo gruppo di manifestanti che protestavano contro le dinamiche dell’evento, ma già prima dell’inaugurazione alcune persone raccolte sotto il nome Direnistanbul - Toplumsal Gerçekçilik Komitesi (Resisti Istanbul - comitato di realismo sociale) avevano pubblicato su internet una lettera non firmata in cui si criticava il fatto che negli ultimi anni l'arte politica sia diventata una moda.

“Dobbiamo capire che l’arte politica non c’entra niente col cambiare veramente il mondo”, si legge nel comunicato, “accettare rischi riguardanti l’arte, forzare i limiti della forma, disobbedire alle regole della cultura e fare arte incentrata sulla politica non cambia niente. Non possiamo più comportarci come se l’arte fosse un’area indipendente, autonoma e libera dal capitale e dai legami di potere”.

Le curatrici della Biennale prendono atto della contraddizione insita nel sistema, ma considerano il proprio lavoro un elemento di progresso perché “se è vero che da un lato il sistema capitalista cerca di assimilare le richieste politiche e culturali più radicali, per un altro verso queste richieste radicali – come in passato quelle per la riduzione dell'orario di lavoro o il diritto di voto – possono riuscire a influire sul sistema […] Vogliamo utilizzare tutti i canali disponibili per ottenere un cambiamento, politicizzare la cultura”.

Sulle direttrici principali di Istanbul spiccano intanto i manifesti pubblicitari della Biennale che riportano, assieme ai nomi delle società sponsor, altre citazioni da Brecht come “Prima viene lo stomaco, poi la morale”, e “Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?”

Le sedi destinate all’esposizione delle oltre 120 opere sono tre, scelte da WHW secondo il criterio per cui “la Biennale deve essere svolta in edifici che riflettono la cultura della città”.

Sede principale dell'esposizione è l’Antrepo n.3, parte di un’area appartenente alle linee marittime di Istanbul nel quartiere Fındıklı. Un tempo veniva utilizzata come deposito per trattenere le merci con il dazio, da diversi anni è diventata sede di esposizioni e biennali. La disposizione labirintica della mostra in questi spazi è un rimando al tessuto urbano di Istanbul.

La scuola greca Feriköy, con sede a Şişli, non più in funzione dal 2003 per mancanza di studenti, è invece utilizzata come sede d’esposizione per la prima volta. Rappresenta un luogo con una stratificazione di eventi e storie appartenenti al passato – lavagne con resti di qualche scritta, immagini di leader turchi e greci alle pareti, secchi d’acqua per spegnere gli incendi – ed è stato scelto come scenario per esporre le fotografie e i video che rappresentano avvenimenti e correnti che hanno influenzato gli stati e i popoli balcanici.

La Tütün Deposu, infine, ex deposito per il tabacco a Tophane, edificio a tre piani (solo gli ultimi due sono riservati alla Biennale), pur essendo stata ristrutturata e destinata a ospitare mostre d’arte moderna è ancora parte integrante del quartiere con le sue botteghe, palazzi asimmetrici, caffè e venditori ambulanti. In questa sede hanno trovato spazio i poster, i collages e i lavori fotografici.

Société Réaliste (dal sito della Biennale)
Molte opere esposte sono incentrate sulla rappresentazione dei confini politici. Così il lavoro del collettivo artisti Société Réaliste, che presenta una rete di linee a indicare il cambiamento dei confini politici nel mondo dall’anno 0 al 2000. Altro motivo centrale della Biennale sono gli sviluppi politici e le guerre vissute nei Balcani, nel Medioriente e nell’Europa dell’Est. Nell’Antrepo 3 il pannello luminoso intitolato “Don’t complain” (non ti lamentare) di Hüseyin Alptekin - scomparso nel dicembre dell’anno scorso e presente alla scorsa Biennale di Venezia - cede il posto a diversi “lamenti” tra cui spicca quello sulla inequità della distribuzione dei redditi. I dati economici rappresentano uno dei materiali più frequentemente utilizzati nei lavori esposti, come quelli di Mladen Stilinovič e di KP Brehmer o Yüksel Arslan, o la performance di Aydan Murtezaoğlu & Bülent Şanga intitolata “İşsiz İşçiler – sana yeni bir iş buldum!” (Lavoratori senza lavoro – ti ho trovato un lavoro!)

Alcuni lavori si soffermano sulla “turchità” o “curdità” e sulla questione dell’”appartenenza”. Erkan Özgen presenta tre video tra cui “Origin”, una parodia in cui un gruppo di africani camminano con ritmo militare e ripetono “Felice chi dice di essere turco!”, ma proprio quando la pronuncia diventa indistinguibile subentra un cambio nel colore e i neri diventano curdi.

Rappresentano un gruppo importante anche i lavori incentrati sulla femminilità e sul femminismo. Sanja Ivekovič presenta un “Rapporto ombra della Turchia sul patto per impedire qualsiasi forma di discriminazione verso la donna”, accartocciato per terra. L’iraniana Jinoos Taghizadeh espone il video di un bambino fatto addormentare in un letto a dondolo bianco sullo sfondo della bandiera iraniana, con ninnananne rivoluzionarie.

L'installazione di Nilbar Güres
L’animazione di Canan Şenol, “İbretnüma”, già presente alla Biennale di Venezia, ispirandosi a “Le Mille e una notte”, racconta la storia di una giovane donna curda sul piano della sessualità, dei riti e dei processi di migrazione. İnci Furni, con le sue foto-collages descrive invece la costruzione dell’identità sessuale sociale, mentre Nilbar Güreş, con la serie de “Gli Sport ignoti”, presenta foto e collages con donne la cui vita segreta domestica viene ambientata in una palestra attraverso improbabili forme di “esercizi di ginnastica”.

La coppia polacca Kwie-Kulik si interroga infine sulla linea che divide l’arte dalla vita nel progetto “Activities with Dombromierz”, iniziato con la nascita del loro figlio, nel 1972. Mille diapositive per riflettere sul significato del diventare genitori, sul trauma prodotto dall'imposizione di ruoli nella società e sullo status dell'arte radicale, “capace di produrre una visione differente dell'esistenza e della normalità sociale”.

La Biennale di Istanbul resterà aperta fino all'8 novembre.