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mercoledì 07 settembre 2022 15:55

 

La Turchia tra Europa e mondo arabo

20.01.2005   

Concludiamo la rassegna delle posizioni emerse nella stampa turca all’indomani della apertura dei negoziati di adesione alla UE presentando due articoli, uno tratto dal quotidiano Zaman e uno da Radikal. I rapporti tra Turchia e mondo arabo, la questione cipriota e le reali motivazioni alla base della decisione dell’Unione al centro dell’attenzione in questi commenti
Di Turker Alkan, Radikal, 28.12.04

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Fabio Salomoni


Per una presentazione del quotidiano Radikal vedi il nostro precedente articolo La modernità della Turchia
Turker Alkan è uno degli editorialisti di Radikal



Perché hanno deciso di aprirci la porta? Diverse sono le interpretazioni. A me la spiegazione più vicina alla realtà è parsa quella contenuta nelle parole del Ministro degli Esteri olandese Bernard Bot: “Se volete avere voce in un mondo globalizzato, è fondamentale avere un peso demografico, economico e militare. In questo senso si spiega la nostra attenzione, verso la Turchia. Senza alcun dubbio con la Turchia saremo più forti. La Turchia con i suoi confini nei Balcani, nel Medio-Oriente e nel Caucaso, aggiungerà un valore strategico all’Unione.”

Certamente Bot ribadisce anche la volontà dell’Europa di evitare ogni discriminazione sulla base della religione islamica, ma è certo che le reali spiegazioni sono legate alla forza militare,economica e militare che la Turchia porterà all’Unione. Io non credo ci sia nessuno che prenda sul serio le affermazioni per cui il mondo arabo ed islamico reagirebbe male ad un eventuale rifiuto europeo della Turchia. Credo che queste siano parole al vento. Nel caso in cui venissimo respinti alle porte dell’Europa, non solo il mondo arabo non si risentirebbe ma al contrario festeggerebbe: “Che cosa c’entrate in quel club d’infedeli? Voi avete rifiutato noi e loro adesso rifiutano voi, siete rimasti a metà del guado”.

Sebbene doloroso, credo dobbiamo accettare il fatto che nel mondo arabo non siamo molto amati, anche la nostra religiosità viene guardata con sospetto: “Che significato ha la laicità? Perché non velate le vostre donne? Perché avete cambiato l’alfabeto? Che significa il vostro codice civile? E poi, non dobbiamo forse il nostro sottosviluppo a voi Turchi? Centinaia d’anni di colonizzazione ci hanno messo in ginocchio. Se non riusciamo a riprenderci, gli unici responsabili siete voi Turchi.”

Potete essere certi che il 90% degli Arabi è di questa opinione. Né ci prenderanno come esempio né spargeranno lacrime se saremo respinti sulla porta d’Europa, ne sono certo. Tutto questo, i leaders europei lo sanno perfettamente. “Se non accettiamo la Turchia, perderemo il mondo islamico”, è un’espressione usata per convincere le opinioni pubbliche nazionali, una conseguenza della retorica prodotta dall’11 Settembre. La Turchia ha potuto affacciarsi alla porta europea grazie all’importanza militare, economica e strategica del Caucaso e del Medio Oriente.

Accadde la stessa cosa 1000 fa quando i Turchi arrivarono nel mondo arabo dall’Asia Centrale. Anche a quell’epoca, essi si affacciarono alle porte del Medio Oriente come una forza militare al servizio degli Arabi, che cominciarono a formare reparti composti da Turchi, maestri nell’arte della guerra. Ai nostri giorni l’Europa ci apre le sue porte, o sembra farlo, per ragioni strategiche, economiche e militari. Nelle parole del Ministro degli Esteri olandese, non sembra di intravedere tracce del pensiero dei leaders arabi di 1000 anni fa?



Di Sahin Alpay, Zaman, 30.12.04
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Fabio Salomoni


Il quotidiano Zaman (Il Tempo, tiratura circa 500.000 copie), è un quotidiano dell’area conservatrice, molto vicino agli ambienti religiosi. Mira ad essere quotidiano di opinione, lasciando molto spazio agli approfondimenti ed evitando il sensazionalismo che caratterizza la stampa popolare turca. Ospita commenti di personalità ed intellettuali spesso dalla provenienza eterodossa. Nei giorni scorsi ha per esempio pubblicato un articolo esclusivo di Immanuel Wallerstein sulle prossime elezioni in Irak. Sahin Alpay è uno dei suoi più autorevoli commentatori politici


Uno dei più grandi risultati in termini di democrazia e consolidamento della pace raggiunti dall’Unione Europea è indubbiamente rappresentato dalle riforme che ha promosso in Turchia.

Anche il rilassamento delle relazioni tra la Turchia e la Grecia è da attribuire alla “morbida” persuasione dell’UE. Senza alcun dubbio invece uno dei maggiori insuccessi è stata la mancata soluzione della crisi cipriota e la contemporanea adesione della parte greca dell’isola all’Unione. E’ possibile che l’UE abbia pensato che l’adesione della parte greca avrebbe contribuito ad risolvere l’annoso rebus. Il ministro degli esteri Gul ha recentemente affermato: ”Se nel 2002 avessi avuto più esperienza, sarei riuscito ad arrivare ad una soluzione”. Se durante il referendum del 2004 ci fosse stato Klerides, e non Papadopoulos, alla guida della parte greca, si sarebbe riusciti a trovare una soluzione. Attualmente il maggior ostacolo sulla strada dell’accordo è indubbiamente il fanatico nazionalista Tassos Papadopoulos, l’avvocato di Slobodan Milosevic.

A che punto è la questione cipriota?

Con la decisione scaturita il 17 dicembre l’UE ha di fatto proposto una soluzione a metà: prima del 3 ottobre 2005, data di inizio delle procedure di adesione, la Turchia dovrà firmare il Trattato di Ankara, del 1963, con i dieci nuovi Paesi membri, compresa l’Amministrazione greco-cipriota. Un atto però che la diplomazia europea ripete non costituire un riconoscimento ufficiale da parte turca.

Un tentativo di trovare un punto di equilibrio tra la parte turca, che ha accettato il Piano Annan sostenuto dall’UE, dalla Turchia, dalla Grecia e dagli Stati Uniti, e la parte greca che, pur avendolo rifiutato, il 1 Maggio scorso è entrata a far parte dell’Unione.

Ora il governo turco, che ha dichiarato essere pronto a continuare negli sforzi per arrivare ad una soluzione, sarà costretto a dare battaglia su più fronti: il primo è quello della Repubblica turca di Cipro-Nord: se i difensori dello status-quo dovessero uscire vincitori dalle elezioni per il Parlamento, nel prossimo febbraio, e da quelle per la presidenza della Repubblica in Aprile, si potrebbe arrivare ad un vicolo cieco. Il secondo fronte, multiforme, è quello internazionale: sarà necessario coinvolgere la Grecia, la Russia, l’Inghilterra, gli USA, l’Unione Europea e le Nazioni Unite. Infine sarà necessario che Ankara faccio un passo per dare un segnale all’opinione pubblica internazionale che preme per una soluzione.

Quale può essere questo passo?

Da questo punto di vista, negli ultimi tempi mi sono imbattuto in un solo suggerimento concreto, l’articolo di una giovane ricercatrice italiana, Nathalie Tocci: “Alcune note su Cipro nel dopo referendum.”

Secondo la Tocci, perché si possa arrivare ad un referendum che porti ad un risultato positivo, è necessario che la Turchia, unilateralmente, passi all’applicazione di alcune delle disposizioni contenute nel Piano Annan: 1) Ridurre da 35-40.000 a 10.000 il numero di soldati turchi presenti sull’isola. 2) Applicare fin da ora la modifica dei confini tra le due parti, prevista dal Piano Annan, trasferendo nella parte nord i cittadini turchi. 3) Aprire un maggior numero di valichi di frontiera. 4) Estendere l’Unione Doganale anche all’amministrazione greca.

Sempre secondo la Tocci, questi passi potrebbero aprire la strada al riconoscimento di un Stato turco-cipriota indipendente (si tornerebbe quindi alla soluzione “con due Stati” prevista dal Piano Annan). A mio parere questi suggerimenti rappresentano alcuni dei passi che si potrebbero compiere allo scopo di isolare Papadopoulos all’interno dell’Unione e privarlo del sostegno del partito AKEL.

Per coloro che fossero interessati, il libro della Tocci “EU Accession Dynamics and Conflict Resolution: Catalazyng Peace Consolidating Partition in Cyprus” (Ashgate, 2004), sarà pubblicato nei prossimi giorni.


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