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Tigri d’Europa

20.02.2006    Da Hasankeyf, scrive Fabio Salomoni

Un nuovo consorzio internazionale ha avviato i lavori per la diga di Ilisu, sul Tigri, che provocherà la scomparsa del paese di Hasankeyf. I rischi per il patrimonio storico e ambientale dell’area. Nostra intervista al sindaco di Hasankeyf e al presidente dell’associazione ambientalista Doga di Ankara
Hasankeyf
Quando si è cominciato a parlare della diga di Ilisu?

Sindaco di Hasankeyf, Abdulvahap Kusen: Il progetto della diga di Ilisu risale al 1954 nell’ambito del progetto GAP [Progetto dell’Anatolia Orientale, ndc]. Un progetto che si è realizzato per tappe progressive vista la sua complessità. Le voci che Hasankeyf sarebbe finito sott’acqua sono cominciate allora, sono cinquant’anni che se ne parla. Fino ad oggi però niente di concreto è stato fatto, non ci sono lavori. Negli anni ’80 il progetto relativo a Hasankeyf è stato completato. Negli ultimi 6-8 anni l’Istituto Statale per l’acqua è seriamente impegnato a concretizzare questo progetto. Con il passare del tempo ci sono stati ritardi, ma nel 1999 c’è stata una prima gara d’appalto ed allora attraverso una riunione organizzata dal DSI (Direzione Statale per le Acque) ci sono state fornite informazioni sui luoghi che sarebbero finiti sottacqua. In seguito, le cinque società del consorzio, a causa delle reazioni in Turchia e in Europa, si sono progressivamente ritirate dall’iniziativa. I rappresentanti di queste società sono venuti qui e si sono resi conto che per pochi soldi si sarebbe annientata un’eredità storica importante. Il progetto di Ilisu si è così inabissato nel silenzio. Negli ultimi 2-3 anni si sono fatte importanti iniziative per conservare Hasankeyf. Tre anni fa il nostro Primo ministro, mi ricordo bene, ha dichiarato che Hasankeyf si sarebbe salvato. Parole che ci hanno fatto molto piacere ovviamente. E’ stato come dare un medicinale ad un malato da tempo privo di speranze. In tre occasioni il presidente ha ripetuto: “Salveremo Hasankeyf”. Purtroppo però quest’anno, negli ultimi mesi, sono cominciate a circolare nuovamente voci sulla distruzione di Hasankeyf.

A lei è stato detto qualcosa di ufficiale?

Purtroppo da 50 anni non si danno informazioni alla gente. Nell’ultimo mese la DSI parla di un progetto, si sono iniziati a fare dei lavori. Oggi è domenica e non potete vedere ma proprio di fronte a noi si sta lavorando. Si dice che ci siano tre grosse imprese turche di costruzioni insieme ai tedeschi della Siemens ed una società austriaca. E’ nato quindi un nuovo consorzio. Un mese fa due membri del consorzio hanno visitato la zona, hanno parlato con noi. Noi abbiamo cercato di raccontare la situazione, in pochi minuti. Al di là di questo nessuna informazione.

C’è una verità: io sono sindaco, si fanno nuovi progetti ed io non ne so niente. Io sono un sindaco regolarmente eletto ma non ne so niente. E se non ne so niente io figuratevi i miei concittadini. Abbiamo solo la possibilità di avere informazioni dalla stampa.

Si è parlato di risarcimenti?

Non siamo ancora arrivati a questa fase. Solamente una volta gettate le fondamenta della diga se ne parlerà. Si è fatto tutto senza darci informazioni. Sappiamo che si sta cercando una zona per ricostruire il paese, è tutto.

Lei è contrario al progetto della diga, è una posizione condivisa da tutti nel paese?

Il paese non ha vere informazioni. Se ci trasferissimo di fronte, tutti i luoghi della nostra infanzia, le tombe dei nostri famigliari, andrebbero perduti. Il posto scelto per il reinsediamento poi non è adeguato. Non si potrà coltivare nè allevare animali. Le persone come vivranno? La gran parte della popolazione vive già in condizioni economiche difficili. Ci dicono che si svilupperà il turismo, che potremo vivere di quello, ma non è credibile, come sarà possibile se annientano il nostro patrimonio storico?

Io credo che il 100% della popolazione sia contraria alla distruzione del nostro paese. Da noi, e parlo senza peli sulla lingua, i progetti pubblici si realizzano nonostante la gente.

Questa scarsità di informazioni da dove trae origine?

In Europa si dice che prima di costruire una strada ci si incontra con le persone che vivono lì e solo dopo si procede. Da noi non esiste una tradizione del genere, il centro decide, in ballo c’è l’interesse pubblico e nessuno si oppone.

Lei ha chiesto ad Ankara?

Molte volte, ci siamo stancati di chiedere. L’ultima volta un documento del DSI ci ha detto che si trasferirà il paese e creeranno un nuovo Hasankeyf, svilupperanno il turismo. Cose dette a caso che non hanno un grande significato per noi. Se non si fossero fatti piani per il reinsediamento di Hasankeyf ci sarebbe stata una reazione internazionale più forte, per questa ragione il DSI sta facendo preparativi per trasferire il villaggio. Il documento che ci hanno mandato non ha per me nessun significato, dopo la distruzione di Hasankeyf che ce ne faremo del nuovo villaggio?

E la gente di qui si è mobilitata?

Come dicevo si tratta di una storia che va avanti da cinquant’anni. In passato qualcosa si è fatto. L’agosto scorso l’associazione Doga (Natura) ha organizzato un treno speciale da Istanbul, una raccolta di firme. Le persone di qui non hanno fatto nulla perchè il progetto è ancora sulla carta, la gente non ne sa nulla. Esiste anche l’Associazione dei volontari di Hasankeyf a Batman.

Per alcuni la diga può rappresentare un’occasione di lavoro?

Una cosa simile non la dice la gente di qui ma piuttosto i responsabili del DSI. Loro cercano di tracciare un panorama roseo: 6.500 persone lavoreranno, si daranno risarcimenti per gli espropri. Qui però c’è un’eredità storica importante, è questa che vogliamo salvare.

Lei ha speranze che il progetto non si concretizzerà?

Il percorso del Tigri
Veramente vorrei averne. Qui è la Mesopotamia, la gente ha vissuto lungo le rive del Tigri e dell’Eufrate. Noi abbiamo già annientato Zeugma ed altri luoghi storici. Abbiamo ucciso l’Eufrate, adesso tocca al Tigri, mancano solo due dighe da completare. Del resto quelli del DSI dicono: “Terminiamo queste dighe e poi potrete fare quello che volete...”. Noi annientiamo luoghi in cui hanno vissuto i primi uomini, dopo queste dighe avremo distrutto tutti i luoghi più importanti della Mesopotamia. Stiamo parlando di valori storici che non si possono misurare con il metro dei soldi, non parliamo di questioni materiali, non voglio parlarne. Invece il DIS ci parla di prospettive rosee. Parlano di 6.500 persone che troveranno lavoro ma tacciono su quelle 50.000 che se ne dovranno andare. Occasioni di lavoro che dureranno qualche anno mentre la gente se ne dovrà andare per tutta la vita.

Cosa bisogna fare per tenere viva la speranza?

Se si farà la diga non ci sarà più possibilità per parlare di speranza. Per ostacolare la realizzazione abbiamo bisogno di un grande sostegno dell’opinione pubblica. In questi ultimi anni però posso dire che la nostra speranza è arrivata al punto di incrinarsi definitivamente. Ormai siamo alla fase in cui rimane solo da gettare le fondamenta della diga.

Guven Eken (presidente Associazione Doga, Ankara): Anch’io vorrei fare alcune considerazioni. Rispetto a quanto accaduto in passato il nuovo consorzio ha preparato un rapporto di valutazione dell’impatto ambientale. Noi come associazione abbiamo chiesto ufficialmente di vederlo ma fino a questo momento non lo abbiamo ancora ricevuto. Il fatto che tutto si faccia silenziosamente deriva soprattutto da questo: in Turchia esiste il vincolo della valutazione ambientale, un criterio nazionale. Prima di tutto esso impone che si facciano riunioni a cui partecipi la popolazione interessata, la prima cosa da fare è presentare il progetto. Questo non è stato fatto per la diga di Ilisu. Perchè? Secondo la legge per i progetti approvati prima del 1993 non esiste l’obbligo di preparare un rapporto di valutazione dell’impatto ambientale. Questo significa che non è nemmeno necessaria la partecipazione e il coinvolgimento della gente.

Esiste comunque una valutazione di impatto ambientale, ma solo per una ragione molto pragmatica: poter aver i finanziamenti dalla Germania e dall’Austria. I governi di questi paesi per poter fare da garanti per le imprese coinvolte nel progetto richiedono una valutazione di impatto ambientale. Quindi il rapporto che esiste è stato preparato da un società privata in Turchia, sono state fatte interviste e distribuiti questionari. Tutto ciò è stato fatto solo per rispettare i criteri internazionali che regolano la concessione di prestiti alle società coinvolte.

Vorrei sottolineare anche gli aspetti ambientali e naturalistici del problema della diga.

La valle del Tigri è una riserva naturale a livello internazionale. Qui vivono specie di animali che non esistono altrove. In accordo con il trattato di Berna, con le direttive Habitat dell’Unione Europea, si tratta di specie da proteggere. Anche da un solo punto di vista ecologico-ambientale la realizzazione del progetto di Ilisu è impossibile. Potete constatare direttamente come ci troviamo in una zona unica dal punto di vista naturalistico.

Lei accennava prima alle responsabilità dell’Europa...

Io credo che la maggiore responsabilità sia dell’Europa, in particolare di Austria e Germania, che dovrebbero applicare alle loro società criteri che si aspettano vedere applicati da noi. Io credo che non si dovrebbero concedere prestiti a questo consorzio, dovrebbero comportarsi in modo corretto. Noi ci aspettiamo un sostegno da parte delle opinioni pubbliche di Austria e Germania. Il progetto non si potrebbe concretizzare con i soli soldi turchi, è un progetto molto costoso, due miliardi di dollari. Sono fondamentali i soldi dell’Europa, per questo crediamo che ora la palla sia passata ai governi austriaco e tedesco.

Sindaco Kusen: C’è un’ultima cosa che le vorrei raccontare. Tempo fa a Canakkale è stato organizzato un incontro con i sindaci delle città storiche della Turchia. In quella occasione ci hanno fatto visitare anche il sito archeologico di Troia. Beh, lo sponsor degli scavi è la Siemens. Quando l’ho saputo non potuto resistere ed ho preso la parola dicendo che una contraddizione del genere è incredibile. Da una parte portate alla luce reperti storici e dall’altra parte distruggete la storia. Un’ipocrisia del genere non è possibile. Invece di spendere due miliardi di dollari, sarebbero sufficienti alcuni milioni di dollari da investire nel turismo.

(2 - fine)

Vedi anche: Hasankeyf, la diga sul Tigri
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