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Le due paure

12.05.2006   

L’Unione Europea e la Turchia rappresentano in questo momento due paure speculari, una di fronte all’altra. Intervista all’europarlamentare Joost Lagendijk, copresidente della Commissione mista Europa-Turchia. Nostra traduzione
Di Murat Celikkan, Birgun, 10 maggio 2006 (tit. or.: “Ormai è molto difficile tornare indietro”)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Fabio Salomoni


Joost Lagendijk
Con quale frequenza viene in Turchia?

Al massimo tre o quattro volte l’anno anche se negli ultimi tempi sono venuto più spesso.

Quali sono i compiti legati alla sua posizione?

Nella Commissione ci sono 25 parlamentari europei. Ci dovrebbero essere anche 25 parlamentari turchi ma per il momento, non avendo completato le procedure elettorali, ce ne sono solamente 15. Una volta all’anno ci riuniamo a Bruxelles e una volta in Turchia

Cosa fate?

Il nostro obbiettivo è quello di garantire comprensione reciproca tra i parlamentari e le rispettive opinioni pubbliche sulle questioni più delicate che si presentano nel corso del processo di adesione. Cioè se vengono rispettati i criteri politici fissati. In questo senso i diritti civili ed i diritti delle minoranze acquistano una rilevanza particolare.

Da dove viene il suo interesse per la Turchia?

Sono stato eletto tra 98 parlamentari. Nel ‘99 avevo l’incarico di portavoce della Commissione Affari Esteri. All’epoca alla Commissione mista c’era Daniel Cohn Bendit. Nel 2002 l’ho sostituito.

Il maggior sostegno alla candidatura della Turchia proviene da Verdi, Socialisti e Liberali. Attualmente al potere in Turchia c’è un partito conservatore. C’è un qualche tipo di contraddizione tra le due cose?

Non direi una contraddizione ma certo si tratta di una situazione curiosa. Non ci sono corrispondenti in Turchia per i Verdi ed i Liberali. Per quanto riguarda i Socialisti, il CHP [Partito Repubblicano del Popolo, ndr], è ancora membro dell’Internazionale Socialista.

Dal punto di vista dei socialisti europei il CHP è un partito pro-europeo?

Dovrebbe chiederlo a loro. Se guardiamo alle dichiarazioni ufficiali sembra chiaro che il CHP appoggia l’adesione europea. Ci sono però dei problemi sul versante dell’applicazione di queste dichiarazioni di principio. E’ difficile comprendere un partito che difende sia l’adesione europea che lo status quo. E’ vero che ci troviamo di fronte ad una situazione curiosa.

Qual è la situazione nella Commissione Mista?

Generalmente sulle questioni europee per il CHP parlano Onur Oymen e Sukru Elekdag. I membri dell’AKP [Partito della Giustizia e dello Sviluppo, ndr] parlano meno. Oymen dice di essere pro-europeo ma oppone esistenza al cambiamento e allora questo sostegno rappresenta solo un artificio retorico. Difendere nello stesso tempo l’adesione europea e lo status quo sono elementi tra loro in contrasto

Quali sono nel futuro prossimo le maggiori difficoltà in tema di relazioni tra Turchia e UE?

Si va diffondendo in Turchia l’accettazione delle differenze. Si può essere al contempo buoni patrioti ed avere identità etniche diverse. La mancata accettazione di questa realtà va direttamente a danno della libertà di espressione, di coscienza e di religione.

Quando parla di libertà di coscienza e di religione fa riferimento alle minoranze religiose o anche ai musulmani?

A tutti, l’Islam non è un monolite. Al suo interno ci sono molte differenze. Le discussioni che ci sono attualmente intorno al Diyanet [Il sottosegretariato per gli affari religiosi, ndr] ne sono una prova. Però ci si occupa delle differenze sempre con la paura che possano provocare divisioni. Il concedere determinati diritti ai curdi invece non significa necessariamente la loro separazione.

Come si vede la Turchia da Bruxelles?

Da un lato ci sono indubbiamente vecchie paure che hanno origine nella storia. Dall’altro lato c’è però un paese orgoglioso che si è saputo prendere responsabilità storiche. Questi due diversi elementi sono presenti contemporaneamente nel paese. Io non sono pessimista, sul lungo periodo la Turchia supererà la fase di verifica, le differenze tecniche.

Quanto è lungo questo lungo periodo?

Diciamo dieci anni. La Spagna è arrivata all’adesione in 11-12 anni. In questa fase ci potranno essere degli alti e bassi. Il processo però è avviato ed io credo sia molto difficile tornare indietro.

Pensando alle crisi degli ultimi anni di quale Europea e di quale Unione Europea stiamo parlando?

Lei ha ragione. Per prima cosa la Turchia è un paese importante. Non è la Polonia o l’Ungheria. In Europa si sta discutendo di quali saranno le nostre relazioni con i musulmani. In Turchia si discute su dove finisca l’Europa. Il cittadino europeo medio ha un retroterra culturale per cui gli Ottomani sono coloro che hanno assediato Vienna. Nell’inconscio culturale europeo i turchi rappresentano l’Altro.
Il secondo problema è che l’allargamento ha spaventato gli europei. E’ diffuso un atteggiamento per il quale prima si deve digerire l’allargamento e poi pensare alla Turchia

Che cosa bisogna fare?

Deve cambiare l’inconscio culturale in Europa. Mostre, dibattiti, film, letteratura possono avere un ruolo importante. Bisogna superare pregiudizi che derivano dall’ignoranza. I pregiudizi poi sono più diffusi nei paesi nei quali c’è una folta presenza di lavoratori turchi.

Si ma il razzismo in questi paesi è in crescita…

C’è anche questo. Chiamiamolo come ci pare, non necessariamente Costituzione, ma c’è un gran bisogno di nuove regole. Da qui alle elezioni del 2009 bisogna discutere di questo. Il dibattito deve vertere su tre questioni. La prima: dove finisce l’Europa? La seconda: che cosa significa Europa sociale? Bruxelles farà da guardiano all’Europa nella fase della globalizzazione? Dobbiamo pensare ad un unico vestito valido per tutti i paesi oppure dobbiamo discutere di standard minimi? Il terzo elemento è che si deve comprendere che non può essere accettabile rinunciare ai diritti che sono stati garantiti dagli stati nazionali. Se la legge prevede il matrimonio tra omosessuali o l’eutanasia in Olanda, bisogna accettare che l’Olanda non vi rinunci ma anche che la Polonia non sia costretta ad accettare questi elementi.

La paura come elemento comune in Europa ed in Turchia...

Si, se devo trovare un’immagine per descrivere la situazione attuale sembra che ci siano due timori l’uno di fronte all’altro. E’ necessario superare queste paure e aumentare gli elementi in grado di
diffondere fiducia.

Veniamo all’attualità. Lei ha incontrato il ministro degli Esteri ed è poi andato a Diyarbakir. Parte della stampa ha presentato il suo viaggio come la visita di un governatore colonialista...

Sono criticato dalla destra nazionalista e dall’estrema sinistra, questo mostra che sono sulla buona strada. A Diyarbakir sono andato per la prima volta dopo un anno e mezzo. La questione curda è molto importante sia per la UE che per la Turchia. Dagli incontri che ho avuto emerge una fotografia contraddittoria, il bicchiere non è nè completamente pieno, nè completamente vuoto. Le cose non sono così negative come si racconta ma non è nemmeno vero, come sostiene il governo, che non ci siano problemi. Si, ci sono processi contrari al principio della libertà di espressione ma le sentenze dei tribunali sono positive. In realtà il più grande pericolo è che le prossime elezioni politiche [nel 2007, ndt] spingano in secondo piano la questione dell’adesione europea.

Negli ultimi tempi lei ha aumentato la dose di critiche rivolte al PKK...

Si, ho criticato con forza la ripresa della lotta armata da parte del PKK. Non è un messaggio personale, rispecchia il punto di vista della maggior parte dei parlamentari europei. Dico però anche che è necessario dare spazio al dialogo tra i partiti politici. Vedo che le persone si trovano strette nella morsa della violenza. Credo si debbano appoggiare tutte le iniziative in direzione del dialogo democratico. Certo che il problema non lo risolverà l’UE, lo deve fare la Turchia.

Lei ha fatto dichiarazioni a proposito del processo per “lo scandalo di Semdinli”...

Nella regione è diffusa la convinzione che le forze di sicurezza siano coinvolte in faccende non limpide. Forse le intenzioni del giudice che ha preparato l’atto d’accusa erano buone ma è una verità che non si è trattato di un atto d’accusa equilibrato. L’aver però ucciso professionalmente il giudice manda il messaggio che nel processo di trasformazione ci sono istituzioni che non devono essere toccate. Di fronte a noi c’è il pericolo che gli imputati non siano processati in modo equo. Questo sarebbe un vero disastro perchè in questo caso il messaggio che passerebbe sarebbe questo: “Su queste questioni non si può parlare, quello che è stato fatto non è punibile”, e questo rappresenterebbe un grosso pericolo.
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