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Tirana e Pechino ai ferri corti
Osservatorio Balcani Guide per Area Albania Albania Notizie
Data pubblicazione: 23.05.2006 09:45

L'accoglienza da parte dell'Albania di cinque ex-detenuti di Guantanamo provenienti da una regione musulmana della Cina sta scatenando una crisi diplomatica tra Tirana e Pechino. Le possibili ripercussioni
Berisha con l'ambasciatore cinese a Tirana
Cinque cittadini cinesi di etnia Uiguri, che chiedono l’indipendenza del Turkestan Orientale, hanno messo negli ultimi giorni Tirana e Pechino ai ferri corti: arrestati nel 2001 in Afghanistan dagli americani, hanno dovuto vivere da innocenti nel famigerato carcere di Guantanamo (Cuba) poiché farli tornare in Cina sarebbe stato come firmare la loro condanna a morte. Le autorità di Pechino li accusano di terrorismo e l’Albania è stato l’unico Paese ad aver accettato di accoglierli, tirandosi addosso l’ira di Pechino che chiede la loro consegna immediata.

Un’incredibile odissea durata 5 anni

I cinque Uiguri, che appartengono ad una minoranza etnica musulmana riconosciuta ufficialmente dalle autorità cinesi, sono stati catturati nel 2001 dalle forze armate americane in Afghanistan, in un campo d’addestramento militare dei talebani, dove si preparavano a combattere contro Pechino: infatti gli Uiguri, che sono di origine turca, lottano per avere l’indipendenza del Turkestan Orientale dalla Cina. I cinque sospettati di terrorismo, sono stati trasferiti nel carcere di Guantanamo, dove sono rimasti fino al 4 maggio scorso.

Dopo una serie di indagini, le autorità americane si sono accertate che i cinque non rappresentavano una minaccia per gli USA ma, nonostante ciò, non potevano rilasciarli: il regolamento del carcere di Guantanamo prevede che i detenuti, dopo il rilascio, non possano soggiornare negli Stati Uniti ma debbano essere fatti rientrare nel loro Paese d’origine oppure essere ospitati da un Paese terzo.

Coscienti del fatto che in Cina li aspettasse quasi certamente la morte, viste le accuse di terrorismo mosse da Pechino nei loro confronti, gli americani hanno cominciato a cercare un Paese che li potesse accogliere. Ma ben 20 Stati, tra cui anche l’Italia, hanno rifiutato di mettersi in mezzo tra Washington e Pechino. L’unico “sì” è arrivato in extremis dal governo albanese, dopo che la giustizia americana aveva ordinato il loro immediato rilascio.

La misteriosa “misericordia” albanese

Il primo contatto tra gli Usa e l’Albania sui cinque Uiguri risale già al gennaio scorso. Dopo la richiesta giunta da Washington, il governo di Tirana ha chiesto all’ufficio Emigrazione presso il ministero degli Interni di valutare l’opportunità di accettare o meno, ma come risposta è giunto un secco “Meglio di no!”.

Gli sviluppi della questione, da allora fino all’inizio di maggio, rimangono un mistero. Dei 5 Uiguri si è tornato a parlare il 6 maggio scorso quando, con un comunicato stampa, l’ambasciata USA a Tirana ringraziava le autorità albanesi – con stupore di tutti - del “grande gesto di generosità”. I cinque cittadini cinesi, infatti, erano giunti in Albania un giorno prima, ma il governo aveva preferito mantenere il riserbo sulla vicenda. Addirittura al punto tale che nemmeno l’ufficio Emigrazione era stato avvertito; e neanche le organizzazioni internazionali per gli immigrati presenti nel Paese, come l’IOM e l’UNHCR.

Il ministero degli Esteri albanese ha tentato di lavarsi le mani dichiarando che “i cinque cittadini cinesi si sono presentati all’aeroporto internazionale di Tirana chiedendo asilo politico”. Una posizione che la diplomazia di Tirana continua tuttora a mantenere.

Stupefatta l’opposizione del centro sinistra, che ha accusato il governo di aver preso una decisione frettolosa che rischia di mettere a repentaglio le relazioni con Pechino, per di più in un modo per niente trasparente. La questione è arrivata pure in Parlamento: la commissione degli esteri ha chiesto al numero uno della diplomazia, Besnik Mustafaj, di dare spiegazioni, ma il ministro si è rifiutato, limitandosi a dichiarare che “abbiamo ricevuto adeguate garanzie dagli americani che non si tratta di terroristi”.

Pechino arrabbiata

I 5 cittadini cinesi di etnia uiguri a Tirana
Prima di reagire, le autorità cinesi hanno lasciato trascorrere due giorni, aspettando le mosse di Tirana. Dopodiché, hanno espresso tutto il loro malcontento, accusando il governo albanese di offrire protezione a dei” terroristi collegati ad Al Qaeda”. La prima reazione è giunta tramite l’ambasciata cinese: “I cosiddetti rifugiati sono in realtà membri dell’organizzazione terroristica ‘Turkestan Orientale’ legata ad Al Qaida”, si legge in una dichiarazione diffusa dall'ambasciatore cinese Tian Changchun. “Questi cinque imputati di nazionalità cinese - prosegue la nota - hanno sostenuto i Taleban nella guerra in Afghanistan e la loro organizzazione è inclusa nell’elenco dei gruppi terroristici stilato dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. Il governo di Pechino ha chiesto quindi che “in base alle norme del diritto internazionale i cinque imputati rientrino al più presto in Cina”.

Dopo due giorni, è stato direttamente il ministero degli Esteri cinese a reagire: “Le azioni, sia della parte americana che di quella albanese, violano pesantemente le leggi internazionali e le risoluzioni dell’ONU. Noi siamo contro queste violazioni e abbiamo chiesto ad entrambe le parti la consegna il prima possibile dei cinque sospettati di terrorismo”.

La contro-risposta albanese è sembrata abbastanza vaga: nonostante quasi tutta la stampa locale abbia avvertito la diplomazia di Tirana sulla misera figura che ha fatto dichiarando con le mani alzate che i cinque “si erano presentati da soli all’aeroporto di Rinas”, il ministro degli Esteri Mustafaj continua a perseverare su questo punto, sebbene le dichiarazioni dell’ambasciata USA a Tirana e del Dipartimento di Stato lo smentiscano pietosamente.

Per ora le autorità albanesi sembrano voler temporeggiare prima di decidere sul da farsi. Da una parte, il governo ha sottolineato di aver preso garanzie da Washington sul fatto che i cinque non siano terroristi, dall’altro ha promesso a Pechino che indagherà sul loro passato prima di concedergli lo status di rifugiati politici.

Intanto, la crisi tra le due capitali ha avuto subito le sue prime manifestazioni: il ministro Mustafaj ha cancellato la tappa cinese dal suo tour asiatico iniziato pochi giorni fa, mentre Pechino ha annunciato di aver annullato la visita a Tirana di un suo vice ministro, inizialmente programmata per i prossimi giorni. Vittima diretta delle tensioni tra i due Paesi è stato anche il vice ministro albanese per l’Energia, Eno Bozdo, che si trovava già nella capitale cinese quando è scoppiata la crisi. Bozdo ha visto svanire tutta l’agenda degli incontri prefissati e ha dovuto attendere diversi giorni per incontrarsi con un semplice direttore per l’Europa del ministero degli Esteri cinese, prima di rimpatriare.

Il costo economico della rottura

Ciò che sembra spaventare di più gli analisti albanesi è il costo economico che comporterebbe una rottura con la Cina. Il mercato cinese risulta in crescita negli ultimi mesi e ha un valore importante per la fragile economia albanese poiché aiuta a mantenere i prezzi bassi sul mercato.

Secondo i dati dell’INSTAT, circa il 5% degli importi albanesi proviene dalla Cina, per una cifra media di 200 milioni di dollari all’anno. Dal gennaio 2005 al gennaio 2006 il mercato cinese sembra essere aumentato dell’1%, precisa la stessa fonte.

Una probabile rottura tra i due Paesi comporterebbe subito un aumento vertiginoso dei prezzi poiché l’unico fornitore di merci sarebbe l’Europa Occidentale, sottolineano gli specialisti. Questi ultimi non dimenticano nemmeno la questione del debito estero dell’Albania con Pechino che ammonterebbe a circa 37.2 milioni di dollari, nei confronti del quale le autorità cinesi si sono mostrate ultimamente molto elastiche.

Un amore travagliato

È stato l’anno 1961 che segnò la fine dell’amore diplomatico di Tirana con l’allora Unione Sovietica e l’inizio di quello con la lontana Cina che durò ben 17 anni. Ma le divergenze tra i due Paesi comunisti portarono al divorzio nel 1978 quando l’Albania definì Pechino come “imperialista”. Le relazioni diplomatiche vennero riallacciate nel 1992, dopo l’avvento della democrazia nel Paese delle Aquile.

Ora i rapporti tra le due capitali rischiano di passare un secondo gelido inverno e Tirana si trova tra due superpotenze, con una patata bollente tra le mani, non sapendo a chi scaricarla: “E’ come se Tirana avesse accettato di concedere asilo politico a 5 talebani. Come si comporterebbe Washington nei suoi confronti?”, ha sintetizzato un diplomatico asiatico in un commento all’Ansa.