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Mamma li turchi

22.05.2006   

15 registi europei, quindici corti sulla Turchia. E' un progetto del regista turco Ali Ozgenturk. "Mamma li turchi era un frase usata per spaventare i bambini ed è diventata una sorta di slogan della paura ... Il film che faranno su di noi, credo che in fondo sarà un film su loro stessi, sugli europei"
Intervista di Alin Tasciyan ad Ali Ozgenturk (inserto domenicale di Milliyet, 14 maggio 2006)
Traduzione a cura di Fabio Salomoni, Osservatorio sui Balcani


Nel periodo in cui il Mediterraneo rischiava di diventare una sorta di lago ottomano, gli italiani vivevano con la paura di essere invasi. Venivano spesso assaliti da pirati provenienti dai territori occupati dagli ottomani. Nonostante questi corsari fossero quasi sempre nord africani venivano chiamati turchi. Una paura per il turco che si ritrova anche nella lingua italiana “ Mamma li turchi!” (in italiano nel testo, ndt). Ali Ozgenturk ha scelto proprio questo motto che ben rappresenta la paura del turco radicata nell’inconscio collettivo delle relazioni turco-europee, come titolo per il suo nuovo progetto. 15 registi europei e probabimente alcuni turchi realizzeranno dei corti dalla durata di 7-10 minuti.

Lei ha abbandonato la sedia di regista per vestire i panni del produttore. Come è nata questa idea di “Mamma li turchi”?

Io preferisco la definizione di curatore. Il progetto è nato 5-6 mesi fa, poi ho cominciato a fare delle ricerche. E’ un’idea che può provocare emozione, mi sono chiesto. Le prime reazioni sono state molto positive. Da noi, tra le elites c’è sempre stato un atteggiamento anti-occidentale. Quando si parla di Occidente in Turchia anche alla persona più indipendente cominciano a tremare le mani. E spesso quelli che rifiutano l’Occidente mandano i loro figli a studiare in America. Hanno poi spesso il desiderio di provare qualcosa all’Occidente: “Guarda, il mio romanzo è stato tradotto in quattro lingue” oppure “ I frigoriferi che produco io, si vendono anche a Londra”. Quando un mio film ha vinto un premio internazionale anch’io mi sono sentito qualcuno. Nel nostro inconscio c’è forse un trauma legato alla questione europea? L’obbiettivo di “Mamma li turchi” è quello di cogliere lo sguardo con cui i registi europei guardano alla Turchia ed ai turchi. Che ci raccontino. Se c’è qualcosa che definisce gli europei, è proprio il modo in cui guardano noi.

Con quanti registi avete preso contatti?

Attualmente siamo in contatto con 40 registi. Da alcuni abbiamo già avuto risposte positive: stiamo per accordarci con Zentropa, la società di produzione di Lars Von Trier. Bertrand Tavernier e Wim Wenders hanno accetttao di partecipare. Cercheremo di essere pronti per il festival di Cannes del 2007, se non ci dovessimo riuscire, ci presenteremo a Venezia o a Berlino.

Quali sono i registi che lei vorrebbe?

Vorrei dei maestri oppure dei giovani che si siano fatti notare in Europa negli ultimi 5-10 anni. Neil Jordan dall’Inghilterra, Peter Gothar dall’Ungheria, Doris Dorrie dalla Germania, Aki Kaurismaki dalla Finlandia e, se riesco a convincerlo, vorrei Bernardo Bertolucci.

Qual’è l’obbiettivo di questo progetto?

C’è spesso un atteggiamento coloniale, come se noi non fossimo un paese erede di un grande impero. Certo che abbiamo migliaia di mancanze, di problemi. C’è una frase di Cetin Altan che è ormai diventata una sorta di slogan “La propaganda turca per i turchi”. Io credo che non debba più essere così. “ Ehi, regista occidentale, come ci vedi? Che razza di paese siamo?” queste sono le domande che dobbiamo fare. Io penso a questo film come ad un luna park, ad un circo. Ciascuno racconti la Turchia ed i turchi dal proprio punto di vista. A molti intellettuali occidentali quando si parla della Turchia vengono in mente tre cose: i diritti umani, la questione curda, la questione armena. L’immagine della Turchia per loro è formata da questi tre elementi. Quello che mi emoziona in questo progetto è la possibilità di far uscire fuori delle prospettive più artistiche, umane.

Nello stesso tempo è un progetto molto difficile da tenere sotto controllo. Non ha paura che possano uscir fuori dei ritratti troppo negativi? Il pubblico turco non è molto ben disposto....

Francamente io voglio che i registi stranieri lavorino in completa libertà e personalmente non credo che produrranno film razzisti. E’ possibile una certa dose di critica. Ai registi europei noi diciamo di mandarci il preventivo del film, la decisione poi è nostra. Il fatto che siamo in contatto con 25 registi non significa necessariamente che tutti loro gireranno qualcosa. Se alcuni copioni dovessero disturbarmi, disturberebbero anche il mio popolo e questo non lo posso permettere.

Quello a cui facevo riferimento io non era la possibilità che i registi producano film dogmatici o razzisti. Piuttosto, se noi saremo in grado di accettare delle critiche giustificate...

Dobbiamo correre qualche rischio. Un tempo eravamo una società più tollerante. Gli europei fanno film in cui si mettono in forte difficoltà, su tematiche delicate, la religione oppure questioni nazionali. Bertolucci una volta mi ha detto una cosa molto bella: “Perchè dovrei fare in Italia film sulla pizza o sulla torre di Pisa?”. Per questa ragione su questo punto anch’io non sono molto preoccupato.

Il titolo del film è piuttosto curioso....

Mamma li turchi era un frase usata per spaventare i bambini ed è diventata una sorta di slogan della paura. I francesi dicono Tete de Turc. Un tempo nei Luna Park lanciavano delle palle per far cadere il fez dalla test del manichino. C’è di peggio, nel Macbeth di Shakespeare le streghe aggiungono al veleno un naso di turco, per renderlo più potente. Il film che faranno su di noi, credo che in fondo sarà un film su loro stessi, sugli europei. Uno dei nostri soci stranieri ha chiesto che ci fossero anche registi turchi. Un regista che vive qui ed uno che vive in Europa. E’ una cosa difficile. Il film ”La sposa turca” in Germania non è andato come ci si aspettava. La ragione è questa, gli spettatori turchi hanno reagito molto duramente: “Le nostre ragazze non possono essere così”. Da noi c’è una reazione di questo tipo: un dottore turco non può essere così, un maestro turco non può essere così, una ragazza turca nemmeno...

Non crede che noi, in quanto turchi, abbiamo più problemi degli altri?

Kemal Tahir ha scritto: “Noi assomigliamo a noi”. E allora erigiamo un muro? O assomigliano a noi stessi oppure diventiamo la copia di qualcun altro. Non dobbiamo dimenticare i valori universali a scapito del fanatismo religioso o razzista. L’universalità è produrre qualità materiale e spirituale in ogni dettaglio della vita quotidiana. Quando però si parla dei turchi, il discorso cambia. Se un parlamentare europeo ama una donna turca finisce sulle prime pagine. Le cose cessano di essere naturali.


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