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Bianet, oltre la notizia

14.12.2006    Da Istanbul, scrive Fabio Salomoni

Bianet (Rete di informazione indipendente, www.bianet.org) è una delle più interessanti realtà del mondo dell’informazione indipendente in Turchia, un sito internet ma non solo. Ne abbiamo parlato con Ertuğrul Kürkçü, coordinatore del progetto
Come nasce il progetto di BIANET?

Le nostre riflessioni sullo stato dei media in Turchia ci hanno portato a Bianet. Nel nostro paese il mondo dei media è dominato dai grandi investitori. Esistono solamente tre piccoli giornali di opposizione, Birgün, Evrensel e Gündem, che non riescono a sopravvivere nella logica del mercato, hanno tutti difficoltà finanziarie e sono oberati dai debiti.

All’interno della logica di mercato è difficile far sopravvivere un giornalismo indipendente. Noi abbiamo pensato due cose: mettere in piedi una strategia della comunicazione alternativa al mercato e lottare per questo e presentare un nostro progetto di comunicazione, un agenzia di informazioni. In seguito abbiamo fatto delle indagini sul campo dalle quali è emerso che la cosa di cui si sente maggior bisogno, oltre ad un’agenzia di stampa indipendente, è la creazione di sinergie tra le fonti d’informazione indipendenti che esistono nel paese.

Successivamente abbiamo fatto una riunione ad Ankara coinvolgendo anche le radio private, che a partire dagli anni ’80 costituiscono una realtà importante. Dalla riunione sono emersi quattro bisogni fondamentali: una sorta di banca delle notizie nella quale raccogliere il flusso di notizie che provengono da tutte le fonti indipendenti del paese. Secondo, la formazione professionale dei giornalisti. Terzo, e questo vale soprattutto per le radio, il bisogno di avere programmi di qualità, nei quali si parlasse dei problemi della gente. Infine assistenza e consulenza legale.

Abbiamo coinvolto un centinaio di persone, accademici, giornalisti, produttori radio. Ci sostengono nel progetto l’Ordine degli Architetti, quello dei Medici, e poi c’è una piccola fondazione che abbiamo creato. Per quanto riguarda l’aspetto finanziario, perché comunque si trattava di un progetto molto costoso, lo abbamo risolto con i finanziamenti dell’Unione europea. Finalmente nel 2002 con un’assemblea nazionale a Izmir il progetto ha preso concretamente il via.

La nostra attività prinicpale è rappresentata dal centro di informazioni che si basa su di un largo uso di internet e su lavoro volontario che ci ha portato ad avere un gran numero di corrispondenti locali, di radio e giornali locali. Noi di fatto non facciamo altro che amplificare questa realtà.

In pratica come funziona il vostro sito?

I corrispondenti locali, della carta stampata o della radio, scrivono e pubblicano le loro notizie autonomamente. Noi le riprendiamo e ci lavoriamo sopra, per capire cosa manca, come è possibile integrarle. La notizia originaria viene così integrata da altre e dall’opinione di esperti che collaborano con noi. In questo modo produciamo una notizia che vada al di là dell’effetto locale.

Ci interessa poi anche vedere in che modo un fatto di portata nazionale si riflette nelle differenti realtà locali. Ad esempio lo sciopero degli insegnanti, seguiamo come si articola nelle diverse realtà locali per arrivare ad un quadro completo e variegato della realtà razionale.

Un altro importante aspetto della nostra relazione con i media locali è rappresentato dalla formazione. Sempre utilizzando i fondi dell’Unione europea, organizziamo seminari di formazione. Fino ad oggi sono stati coinvolti circa 1000 giornalisti.

Abbiamo poi pubblicato cinque libri di base sul lavoro del giornalista e sul mondo della comunicazione. Poi c’è la formazione diretta alla società civile, seminari sul diritto all’informazione o sui diritti umani. Abbiamo collaborato anche con le associazioni che si occupano di diritti umani, della questione femminile o dei diritti dell’infanzia, organizzando seminari che dessero loro delle dritte su come rapportarsi al mondo dell’informazione ed acquisire visibilità.

Tutte queste attività ci hanno permesso di creare un ambiente molto dinamico e vivace. Noi non vendiamo notizie e questo ha creato una relazione fondata sulla fiducia e una sorta di legame morale. Poi ci sono i programmi per la radio. Ne abbiamo prodotti di tre tipi, sui diritti delle donne e dei minori ed i diritti umani in genere. Sono utilizzati soprattutto dalle radio locali che tradizionalmente avevano una programmazione basata su programmi di intrattenimento e chiacchere. E’ stata un’iniziativa che ha rafforzato i nostri legami con la realtà delle radio locali. Infine c’è la consulenza legale. Quando l’avvocato di una radio o di un giornale locale si trova in difficoltà nella causa in cui è impegnato può consultare gli esperti che collaborano con noi. Un nostro redattore poi periodicamente chiama radio e giornali locali infomandosi se ci sono problemi e questo con il tempo ha formato legami forti. In totale sono circa 100 le realtà locali che si rivolgono a noi ogni anno per una consulenza legale.

Voi pubblicate un rapporto trimestrale sullo stato dell’informazione e della libertà di espressione nel paese. Qual è la situazione da questo punto di vista?

Rispetto all’ultimo anno la nostra valutazione è questa: non solamente gli scrittori famosi ma anche molti scrittori sconosciuti si trovano ad avere a che fare con il famigerato articolo 301. Che questo articolo del nuovo codice penale introdotto nel 2005 sarebbe stato una sorta di bomba ad orologeria noi giornalisti lo avevamo detto fin dall’inizio. All’epoca però, nessuno se ne era occupato. Al contrario, tutti avevano accolto il nuovo codice in modo entusiastico. E adesso ne paghiamo le conseguenze.

Nel nostro paese il ministro della Giustizia può intervenire influenzando le decisioni della magistratura, che non è indipendente nel senso pieno del termine. Ultimamente ad esempio il ministro ha usato questa sua prerogativa per evitare che Orhan Pamuk finisse in carcere. Il problema è che potrebbe utilizzare questa sua prerogativa anche in senso contrario, per far incarcere qualcuno e questo rappresenta un pericolo.

La magistratura in gran parte sta resistendo alle riforme in corso. Le cose qui vanno così, grazie al nuovo codice, e non so se esistano casi analoghi nel mondo: un comune cittadino sporge denuncia e automaticamente il giudice apre un procedimento. Una volta questa iniziativa era competenza della polizia, adesso chiunque può dare il via ad un’azione giudiziaria. In conclusione nell’ultimo anno si sono fatti passi indietro in tema di libertà d’espressione. I cittadini sporgono denuncia, il giudice apre un procedimento e poi si arriva all’assoluzione. Questo è il meccanismo che vediamo all’opera negli ultimi tempi. La realtà è che non si dovrebbe nemmeno arrivare all’apertura di un procedimento giudiziario.

I giornalisti continuano a finire in carcere...

Ci sono attualmente quattro persone che aspettano di essere condannate ed attendono la decisione della Corte di Cassazione.

Rispetto all’articolo 301 il ministro della Giustizia dice che esistono articoli simili in Europa, e si riferisce all’Italia. L’articolo italiano parla di vilipendio al popolo italiano e non all’italianità…

Si, è così e poi se anche articoli simili esistono, non vengono applicati. Il punto è che paura ed autocensura come meccanismi automatici sono tornati a rimettersi in moto.

Prendiamo il caso recente del Prof. Yayla sul conto del quale è stato aperto un procedimento giudiziario per un suo discorso in cui parlava di Ataturk. Mi sono piaciute le sue parole “il vero problema è che quando sto per dire qualcosa non dovrebbe nemmeno passarmi per la testa la domanda - E se poi mi succede qualcosa? – se lo faccio significa che non è cambiato granché”.

Questo è il succo del problema. Certo ci sono stati alcuni miglioramenti negli ultimi tempi ma le persone continuano a pensare “E se poi mi succede qualcosa?” quando si tratta di argomenti tabu come le forze armate, la questione curda oppure la religione. In modo automatico si pongono questa domanda. Per quanto ci riguarda siamo convinti che ci si possa occupare di queste argomenti delicati usando un linguaggio diverso, fino a questo momento noi non abbiamo avuto nessun problema. Cerchiamo di non perdere la misura, magari affrontando la questione da una prospettiva diversa. Certo abbiamo avuto aggressioni e pressioni, magari da parte di altri organi di stampa, che però hanno finito per farci pubblicità.

Si riformerà l’articolo 301?

Io credo che lo possano fare ma non lo faranno. Per quanto riguarda la libertà di espressione io credo che il problema più importante è rappresentato dalla questione economica. In Turchia i media più popolari si muovono in accordo con il governo e lo stato. Sulla questione armena, ad esempio, la pensano come lo stato.

Perché hanno paura?

No, semplicemente perché hanno interessi comuni. In Turchia lo stato è ancora la principale forza economica, in Turchia il successo economico è ancora molto legato all’appoggio dello stato, questa è la ragione.

Lo stato ha ancora una grande forza, se vuole può far fallire qualsiasi iniziativa economica in un giorno oppure decretarne il successo. Quindi avere buone relazioni con lo stato è molto importante per i grandi gruppi dei media. In Turchia non dobbiamo dimenticare che i grandi giornali non sono solamente giornali, sono parte di grandi gruppi economici, delle holding. Difficile quindi pensare ad una dose critica che vada al di là di un certo limite. Nel nostro paese i giornali non sono il luogo dove si producono nuove idee, i media di grande diffusione non svolgono il compito di critica, lo devono fare realtà come la nostra. Come dice Ignacio Ramonet serve ora un quinto potere

Ramonet era uno degli ospiti del convegno internazionale sui media indipendenti che avete organizzato nelle scorse settimane. Uno degli argomenti più interessanti era la questione del finanziamento...

Sì ed avrei voluto che se ne parlasse di più. Personalmente credo che le possibilità per i media indipendenti di rimanere in piedi utilizzando le risorse di mercato siano molto limitate.

Non credo si possa andare avanti così a lungo, con questa limitatezza di risorse. Il modello di media indipendenti che cerchiamo di diffondere fa riferimento ad una frase di Gramsci: “ogni persona è un intellettuale”. Se le cose stanno così, la prima cosa da fare è garantire ad ogni persona la possibilità di essere anche un comunicatore. I media indipendenti sono volenti o nolenti costretti a cercare di essere strumento di comunicazione al di fuori del mercato.

Attualmente l’opportunità più grande è rappresentata da internet, un solo collegamento telefonico ed un computer ha dato a tutti potenzialmente la possibilità di essere comunicatori, giornalisti. Probabilmente in questo momento non siamo ancora riusciti a sfruttare appieno le possibilità offerte da questo mezzo.

Quanto è diffuso l’uso di internet in Turchia?

Si sta diffondendo velocemente anche perché lo stato ed il capitale privato hanno deciso di investire ed utilizzare questa risorsa. E poi c’è la diffusione dei computer e della rete nelle scuole, si stanno facendo passi da gigante. Le cifre ufficiali parlano di dieci milioni di persone conesse alla rete, io credo si stratti di stime esagerate, ma come dicevo si tratta di un fenomeno che evolve rapidamente.

Per quanto ci riguarda possiamo vedere che i nostri visitatori – abbiamo in media 30.000 visitatori al giorno - visitano il nostro sito soprattutto nell’orario di lavoro, in questo senso internet è diventato una sorta di strumento di comunicazione proletario. Quindi significa che non è necessario avere una propria connessione. Credo che allo stato attuale esistano le basi per continuare sulla strada dell’uso della rete nella prospettiva di una maggiore libertà dell’informazione.
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