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giovedì 08 settembre 2022 12:54

 

La necessità di un dialogo interreligioso

29.12.2006    Da Istanbul, scrive Fabio Salomoni

E' uno dei più autorevoli intellettuali islamici turchi. Ali Bulaç, editorialista del quotidiano “Zaman”, racconta l’impatto della visita del Papa in Turchia, soffermandosi sulle questioni del dialogo interreligioso e sulla laicità della Turchia di oggi. Nostra intervista
Ali Bulaç
Possiamo tentare un bilancio della visita di Benedetto XVI?

Il viaggio del Papa in Turchia, in un paese a maggioranza musulmana, è stato certamente importante, in primo luogo perché la Turchia rappresenta un’opportunità per il dialogo interreligioso. Però la ragione più importante del viaggio del Papa era l’incontro con il patriarca ortodosso di Istanbul e adoperasi per garantire il dialogo e buone relazioni tra le due chiese cristiane. Purtroppo non si può dire che la Chiesa ortodossa in Turchia si trovi in una situazione molto felice, hanno numerosi problemi che è necessario risolvere.

Visti dall’esterno sembra che i problemi della Chiesa ortodossa siano legati alla concorrenza con l’Islam. In realtà le cose non stanno così. In Turchia i musulmani sono molto favorevoli alla soluzione dei problemi degli ortodossi. Per i musulmani è difficile immaginare che una religione si possa trovare sotto pressione, cristiani o ebrei non fa differenza. Il punto è che sono le religioni nel loro complesso ad essere sotto pressione nel nostro paese. Questo è il problema in Turchia, la laicità mantiene sotto pressione tutte le religioni. Una concezione della laicità di stampo positivista. Sono le relazioni tra questa concezione della laicità e tutte le religioni, Islam, Ebraismo, Cristianesimo ad essere difficili.

C’è però in Turchia una diffidenza di origine storica verso le minoranze non musulmane e il ruolo che hanno giocato nell’ultima fase dell’Impero Ottomano...

Sì, questo è un elemento supplementare. All’inizio del ‘900 le comunità e le chiese non musulmane non hanno dato grande prova di sé, hanno aggredito la struttura dell’impero, e questo ha fatto nascere paure e diffidenze. Esiste poi un’altra ragione per le difficoltà della chiesa ortodossa: se le si concedesse i diritti che reclama, allora questo imporrebbe di riconoscere gli stessi diritti alle varie realtà musulmane. Se ad esempio si riaprisse il seminario ortodosso di Heybeliada, con uno statuto indipendente rispetto al controllo dello stato turco, allora i diversi gruppi musulmani potrebbero chiedere di avere lo stesso diritto.

In Turchia l’eventualità della riapertura del seminario viene percepita anche come una minaccia alla sovranità nazionale...

Se si riconoscesse il titolo di ecumenico alla Chiesa ortodossa, si creerebbe uno stato dentro lo stato, è questo quello che molti temono. Io sostengo sempre che questa è una eventualità irrealistica. C’è ancora un altro problema. Il timore che gli Stati Unti possano utilizzare la chiesa ortodossa per i loro scopi, per le loro politiche nel Medio Oriente e verso la Russia.

Esistono prove dei legami tra la Chiesa ortodossa e gli Stati Uniti?

No, però gli Stati Uniti fanno molte pressioni perché la Turchia riconosca il titolo di ecumenica alla Chiesa ortodossa e questo genera delle paure. Non so quanto siano fondate ma le paure sono autentiche. Inoltre la Turchia teme che questo riconoscimento creerebbe dei problemi nelle relazioni con la Russia, la Chiesa ortodossa russa non vede di buon occhio questa eventualità. E la Turchia tiene molto alle sue buone relazioni con la Russia.

La visita del Papa ha dato una mano agli ortodossi, gli ha fornito legittimità per le loro rivendicazioni, ed anche per noi è importante il riavvicinamento tra le due chiese. Io del resto sono d’accordo con il Papa quando dice che la laicità del mondo attuale si è trasformata in una secolarizzazione. Bisogna ridiscutere il ruolo della religione, nel senso che la religione dovrebbe riprendere il suo posto nella vita sociale. In questo senso i problemi dei cristiani e dei musulmani sono gli stessi: la droga, il degrado morale, la disgregazione della famiglia, il consumismo. Sono problemi comuni e richiedono responsabilità comuni. In questo senso si può parlare di dialogo interreligioso, gli uomini di fedi diverse si incontrano per discutere di questi problemi comuni, questa è una cosa positiva.

Di quale laicità c’è bisogno?

Io credo che il concetto di laicità si debba fondare su due elementi: il primo è la libertà di coscienza, ognuno deve poter scegliere liberamente la propria religione. Secondo, lo Stato non dovrebbe esercitare pressioni su nessun gruppo religioso. Questi sono gli elementi che caratterizzano la laicità e sui quali tutti si dovrebbero trovare d’accordo. Tutti dovrebbero avere la possibilità di esprimere queste cose In Turchia attualmente la religione è confinata in uno spazio angusto, questo deve cambiare.

Il Papa che prega nella moschea di Sultanahmet (la Moschea Blu) è un’immagine potente…

Ayasofya - Istanbul
Il Papa è un uomo di stato e nel contempo un uomo di religione. Come politico ha reso visita alle autorità turche ad Ankara. L’incontro con il presidente del Direttorato per gli Affari Religiosi poi è stato molto importante.

In quell’occasione anche se non ha ammesso i suoi errori del discorso di Ratisbona, ha comunque parlato della necessità di stabilire un dialogo interreligioso. E’ stato un bel discorso, una bella situazione. Si è trattato però ancora di una situazione diplomatica.

Anche a Santa Sofia si è comportato diplomaticamente. Io mi aspettavo, e desideravo, che pregasse a Santa Sofia ma non lo ha fatto. E tutti avevano incredibilmente paura di una eventualità del genere. Come se una preghiera avrebbe potuto far crollare Santa Sofia! Perché non pregare? In fondo all’origine era una chiesa. Anzi secondo me, si dovrebbe dividere in due, una parte per le preghiere dei cristiani e una per quelle dei musulmani e così questa storia finirebbe.

Da dove viene questa paura?

E’ stato Ataturk a trasformare Santa Sofia in un museo. Riaprirlo al culto sarebbe percepito come la negazione di quella scelta. Inoltre se non fosse più un museo si aprirebbe lo spazio per le contese, moschea o chiesa, e di questo la Turchia ha paura. La Turchia finisce così per ignorare i problemi reali, spazzarli sotto il tappeto e rimandarne la soluzione. Ma un giorno tutte queste questioni si imporranno e si dovrà discuterne ed arrivare ad una soluzione.

Per tornare alla visita alla Moschea Blu, beh, prima del suo arrivo a causa delle parole di Ratisbona i musulmani erano molto arrabbiati con il Papa ma con la sua visita alla moschea ha conquistato i cuori di 75.000.000 di fedeli. Ha agito con molta sensibilità ed attenzione, anche se al suo ritorno a Roma, non ha parlato del dialogo tra cristiani e musulmani ma solo di quello tra le due chiese cristiane. Credo che anche l’atteggiamento del governo abbia contribuito a questo epilogo positivo.

Inizialmente però il governo ha dato la netta impressione di non voler incontrare il Papa...

Il Papa durante la visita in Turchia
Preoccupazioni elettorali ma poi si sono accorti che se fosse successo qualcosa durante la visita, sarebbe stato ancora peggio e quindi meglio incontrare il Papa. Inoltre rappresentava un’occasione importante per l’immagine della Turchia anche rispetto all’integrazione europea. Quindi il governo si è comportato saggiamente e le proteste hanno riguardato solo gruppuscoli marginali.

Parlavamo del dialogo interreligioso...

Sono convinto della sua necessità. Non credo sia possibile parlare di un dialogo tra civiltà o culture ma di quello tra religioni sì. Esistono però in Europa ed in Turchia ambienti molto potenti contrari a questa eventualità. Non vogliono che la religione e il linguaggio religioso riprendano il loro posto. Certo il Papa non sembra molto entusiasta del dialogo interreligioso, sono state anche annullate le borse di studio vaticane date nel nome del dialogo. Ci sono poi altri problemi che rendono difficile questo dialogo. L’occupazione dell’Iraq o la guerra in Afghanistan fanno nascere nelle persone la sensazione che i cristiani uccidano i musulmani, anche in Palestina, dovunque, in queste condizioni la gente pensa “Ma di che genere di dialogo stiamo parlando?”

Attualmente in Iraq però la violenza coinvolge soprattutto Sciiti e Sunniti...

Sì, è vero, ma si pensa comunque che siano stati gli occupanti a cominciare la violenza, se non lo avessero fatto non si sarebbe arrivati a questo punto. Nonostante tutto questo bisogna mantenere in vita la possibilità del dialogo, il mondo va in direzione di una crescente tensione e violenza.
Lo svuotamento del sacro, l’egemonia della laicità, sono problemi che non possono essere risolti da una sola religione, in questo senso credo sia necessaria la cooperazione di tutte le religioni, ma attualmente questa opportunità è debole.

Lei non è molto ottimista rispetto al futuro europeo della Turchia. Crede veramente che l’identità islamica del paese rappresenti il maggior ostacolo?

Certo l’identità islamica è un ostacolo importante. Ci sono 70.000.000 di musulmani in Turchia per non contare quelli dei Balcani. Perché l’Europa dovrebbe accettare tutto questo? Certo l’Europa non è una realtà omogenea, verdi, socialisti, atei, molti tra loro sostengono la candidatura turca. Vedono l’ingresso della Turchia come un antidoto al rischio che l’Europa, come nel Medio Evo, finisca sotto il potere della Chiesa, non vogliono questa posizione dominante della chiesa. Attualmente però sono i cristiani democratici ad essere forti in Europa. Inoltre la tesi dello scontro di civiltà esercita un’influenza molto forte, l’Occidente finisce per identificarsi con la civiltà cristiana e in questa prospettiva i musulmani sono diventati l’Altro.

Difficile in questa prospettiva pensare all’accettazione di un paese islamico. Secondo me l’Europa si rinchiude progressivamente nella propria identità e gli islamici sono qualcosa che rimane fuori e la Turchia con loro. In questa prospettiva acquistano sempre più senso le parole della Merkel, un partenariato privilegiato per la Turchia invece dell’adesione. Certo non è possibile troncare le intense relazioni tra la Turchia e l’Europa e il partenariato privilegiato è una possibilità realistica. Ed è quella che personalmente preferisco. Del resto guardiamo ai fatti. Si cominciano i negoziati ma si sottolinea che questo inizio non è una garanzia per l’adesione. Inoltre non si mette una data precisa al termine dei negoziati. L’Europa non vuole né accettare né rifiutare la Turchia, preferisce lasciarla sulla porta e questo non è giusto.

Sono abbastanza d’accordo con quello che ha detto recentemente Mehmet Ağar [segretario del Partito della Giusta Via, DYP, ndr.] sulla necessità di forme di cooperazione con i paesi del Medio Oriente, Siria, Iraq Armenia.

E’ il ritorno del sogno di Erbakan (leader storico dell’Islam politico turco) di un mercato comune con i paesi musulmani?

Il progetto di Erbakan è irrealistico, io credo che sia sempre possibile ma non nel breve-medio periodo. Per il momento bisogna rassegnarsi al partenariato speciale, limitarsi alle relazioni economiche, militari e poi rivolgersi ad Oriente.

Il governo però è deciso sulla strada dell’Europa...

Certo, ha puntato tutto su due carte. La prima è l’Europa, ha scommesso tutto sull’Europa. E adesso si trova in difficoltà. La seconda carta è rappresentata dalla crescita economica e anche qui ci sono problemi, la crescita sta rallentando. In quattro anni il governo è stato solo capace di arricchire un pugno di persone ma per la gente non ha fatto nulla, ad esempio per quanto riguarda le politiche sociali. Per il governo adesso comincia un momento difficile. I consensi i vista delle elezioni dell’anno prossimo stanno calando. Io credo sarà ancora il primo partito ma sarà costretto ad una coalizione.

Lei è stato forse la figura più rappresentativa del movimento dei nuovi intellettuali islamici apparso negli anni ’90, una generazione di intellettuali islamici che conosceva i temi e gli autori del dibattito culturale internazionale...

La prima domanda che ci ponevamo era su come poter vivere insieme dopo fine della Guerra fredda, come governare i contrasti che dividevano il paese. La modernità non è in grado di garantire qualcosa di simile, la liberal democrazia nella pratica non riesce a garantire il multiculturalismo.

Sono d’accordo con il Papa quando dice che una civiltà che abbia perso la fede in Dio non può sopravvivere. L’uomo si deve riconciliare con il divino, musulmani, cristiani, ebrei, ciascuno con il proprio, e non ci sono ragioni perché queste religioni si debbano scontrare tra loro. Il secondo elemento della nostra riflessione era la necessità di una nuova filosofia morale, che si fondasse sulla religione. Nello stesso tempo deve essere una nuova filosofia morale in grado di garantire la giustizia sociale, e solo le religioni sono in grado di darci una risposta in questo senso. Le ideologie tradizionali hanno esaurito il loro compito.

Cosa ne è oggi di quel movimento?

Il nocciolo è ancora lì. Il problema è che la politica ha esercitato una grande attrazione, tutto si è fatto politica. Il nostro errore è stato quello di non saperci mantenere indipendenti dalla politica. I problemi della Turchia sono però ancora lì. L’Islam nel nostro paese è una sorta di grande ombrello, i partiti di centro destra e sinistra sono partiti di stato, non garantiscono la partecipazione e la democratizzazione. L’Islam è l’ideologia del popolo, probabilmente quella più forte. Certo il partito AKP ha avuto l’occasione di mettere alla prova questa ideologia ma il suo è stato un insuccesso. Ci sarà una nuovo movimento che fa riferimento all’Islam, un movimento intellettuale che forse, successivamente, si potrà trasformare in un movimento politico.

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