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mercoledì 07 settembre 2022 15:55

 

Una casa nel cuore di Istanbul

02.01.2007    scrive Giulia Mirandola

Alla 9.Biennale di Istanbul un evento speciale intitolato Home: con sette artisti turchi anche il giovane Paolo Cavinato. Lo abbiamo intervistato nel suo studio
Come sei arrivato alla 9. Biennale di Istanbul (16 settembre-
30 ottobre 2005)? Da cosa è nata l’esperienza di Home e come si è svolta?

Tutto nasce nel 2005 al Salone Satellite di Milano, una sezione del Salone del Mobile che riguarda giovani designer e artisti contemporanei. Le mie installazioni hanno attirato l’attenzione di Asli Tunca, che ha un atelier nel cuore di Istanbul. Si è innamorata della mia ricerca e insieme a Umberto Branchini, vicecuratore della mostra Home, ha inserito la sua casa – perciò questo titolo – all’interno della Biennale di Istanbul come evento speciale. In una selezione che comprendeva i più grandi artisti turchi, ero l’unico italiano invitato. Sono stato ospitato per circa due mesi a Istanbul e invitato a creare sul posto. Mi è stato detto vieni, per i materiali avrai tutto, cammina in mezzo alla città e realizza quello che credi. È la cosa più bella che possa accadere a un artista.

Che cos’è l’Atelier Asli Tunca? Che attività svolge? Hai mantenuto contatti?

L’Atelier Asli Tunca è un luogo di progettazione, con una parte dedicata all’arte contemporanea. Asli Tunca costruisce oggetti per la casa, arredamenti e realizza tessuti. Sono rimasto in contatto con lei e forse ci sarà modo di lavorare ancora insieme.

Conoscevi già la città? E la Turchia?

Non sapevo nulla, ma ci sono state coincidenze pazzesche. In Istanbul ho riconosciuto molti caratteri della mia ricerca, l’utilizzo di materiali poveri o di elementi naturali, come l’acqua, la terra, la carta, la cera. Li ho ritrovati in tutta la città. Vi sono siti archeologici in cui, sottoterra, colonne doriche sono colpite da gocce provenienti dal soffitto, gocce che piovono su un pavimento d’acqua. Sono fenomeni che mi impressionano molto e l’acqua è una costante della mia ricerca, perché si lega ai concetti di tempo, materia, trasformazione.

Cosa significa oggi per te Istanbul?

È una porta sul Medio Oriente, un ponte verso una cultura molto diversa dalla nostra. È vero che Istanbul è molto turisticizzata, ma permangono segni forti di una cultura a noi ancora poco nota. Per me è stato un punto di innovazione importante. Dopo la Biennale, si è aperto un collegamento con Venezia per un progetto che riguarda Istanbul e si stanno affacciando anche altre occasioni. Perciò la mia esperienza con Istanbul non è conclusa.

Parliamo di benim sultanahmetim la mia sultanahmet, un’installazione ora visibile presso lo spazio DALBENTRE fashion store Monastier di Treviso (fino al 31.01.07). Puoi descrivere questo progetto?


Il progetto nasce da una serie di studi svolti da Eugenia Bolognesi Recchi Franceschini, bizantinista, presidente dell’Associazione Palatina Istanbul, consulente Unesco e direttore della Missione per la salvaguardia ed il restauro del gran palazzo degli imperatori di Bisanzio. Insieme a un gruppo di architetti e archeologi romani e turchi, ha svolto un grosso studio sul Palazzo dei sultani, evidenziando la presenza di siti ancora da studiare, non aperti al turismo. Il 14 dicembre, a Venezia, si è svolta una tavola rotonda sul gran palazzo degli imperatori di Bisanzio e il parco storico urbano di Sultanahmet a Istanbul, organizzata dall’Associazione Palatina Istanbul in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, l’Ambasciata di Turchia a Roma e l’Istituto Veneto di Scienze e Arti di Venezia, patrocinato dal Ministero degli Affari Esteri e dal Consolato Generale Onorario di Turchia a Venezia. La mia installazione, curata ancora una volta da Umberto Branchini, serviva a facilitare visivamente la comprensione del progetto. Non ho fatto un lavoro fortemente didascalico, pur mantenendo gli elementi portanti di ciascun luogo. Sono sei siti – moschea blu, moschea mahmut aga kapi agasi, boukoleon, ippodromo e seconda cisterna sotterranea, moschea sokuluk mehmet pasha, moschea di küçük aya sofya – in cui ho cercato di trasmettere la poetica del luogo ‘inventandomi’ un’altra archiettettura.

Cosa passa attraverso l’architettura bizantina, matrice delle ultime installazioni?


Mi colpisce la stratificazione di questi luoghi. Istanbul è stato il polo catalizzatore di civiltà che hanno ogni volta segmentato situazioni proprie. Quella goccia che anche nelle mie installazioni cade, cade, mentre sedimenta trasforma. In tutta Istanbul si legge questo processo di sovrapposizione culturale.

Quanto contano le città nel tuo percorso di maturazione artistica? E nel processo creativo?

Sono appena stato a Londra e a New York. Le città sono molto importanti e in ciascuna cambiano il punto di osservazione, le caratteristiche, i volti. Ma è altrettanto essenziale un riferimento fisso, uno studio nell’isolamento, dove nel silenzio riesco a fare sintesi su quello che ho visto fuori. L’esterno e quindi le città, sono dei motori di energia, visioni, suoni che arricchiscono e in questo arricchimento si catturano elementi forti. Di Istanbul ho percepito la stratificazione e il senso umano. Credo che diversamente da Londra o Parigi, Istanbul abbia una diversa temperatura. Ho avuto la sensazione, attraversandola a piedi, di camminare con tutti i sensi. Penso ai bazar, al cibo, alle spezie: guardi toccando e assaporando ed è fantastico.

Ti muovevi da solo?

Sì e lo preferisco. In questo modo riesco a essere completamente concentrato sull’esterno e avere un dialogo incessante tra me e quello che vedo, sento, senza la mediazione di una compagnia o di una guida.

Quanto ti senti radicato nel tuo paese? Dove è importante essere, per un artista, in questo momento?

Per le leggi del mercato un artista dovrebbe essere nei punti in cui il mercato è più forte, quindi a New York, Londra, Berlino. Io, un po’ controcorrente, cerco di seguire la mia ricerca. La mia base è dove ho le radici e le radici sono la pianura padana, dove sono nato e cresciuto: è una questione di silenzio e di tranquillità. Il mondo fuori può essere molto dispersivo. Per una ricerca personale interiore serve fare tabula rasa in un luogo di vuoto, dove non c’è nulla, solo pianura e terra. Terra legata a momenti contadini, poveri, umili, semplici e in questa semplicità ho occasione di lavorare con i materiali e quasi di meditare con essi. Il mio studio è l’osservatorio in cui faccio chiarezza. È importante andare nelle città, in mezzo alla folla, ma senza lo studio con la sua dimensione di vuoto, di silenzio, non riuscirei a sottrarmi alla dispersione.

Quanto dista la pianura padana dalla Turchia?

Millenni. Secoli e secoli di distanza storica. L’aereo velocizza tutto, ma ci separano lontananze mentali. La velocità di un aereo può essere anche disturbante, elimina l’attesa dell’arrivo e il tempo dell’attraversamento. Istanbul, Ankara sono città internazionali, molto occidentalizzate; la situazione cambia in Cappadocia, che ho attraversato in pullman e mi sono reso conto di come dopo Ankara sei proprio altrove: ero l’unico europeo e lo avvertivo.

Tu passi dall’installazione alla pittura, dal video alla scenografia, dalla progettazione di oggetti alla fotografia. Potresti sintetizzare alcuni aspetti di questo articolato itinerario artistico?

Ho una curiosità molto sviluppata per i diversi linguaggi. Parto come pittore; durante gli anni dell’Accademia faccio sperimentazione con video e scenografia teatrale. Con l’installazione inizio tra 1998-99, costruendo scatole che diventano delle stanze e in queste stanze racconto delle storie. Ogni linguaggio ha un proprio tempo e una propria vita. La pittura per me è il mezzo più ‘animalesco’, profondo, qualcosa che esplode senza molto controllo e mi piace sia così; è lì che raggiungo le parti più intime e incontrollate di me. Con la pittura non c’è filtro, è molto veloce, a getto. L’installazione è molto più razionale. Pittura e installazione sono accomunate dallo studio sullo spazio, così per scenografia e fotografia. Vi sono delle costanti negli elementi che ho già nominato: trasformazione, tempo, spazio. Sono stato anche criticato per questa molteplicità di linguaggi, alcuni temono sia dispersiva. Per me è una questione di libertà.

Ci sono opere da cui dici di non poterti per ora separare. Penso a The family. Ce ne parli?

Ci sono oggetti che rimangono nel mio studio come dei semi a germogliare nel tempo. Emanano delle idee ed è difficile distaccarmi finché non li vedo conclusi. Gli oggetti possono richiedere mesi o anni. E nel mio studio si accumulano. The family è un lavoro molto intimo che riguarda me, la mia famiglia, il mio rapporto con una famiglia costruita di pane, di briciole incollate e appiccicate, come se fosse una piccola comunità che si autorigenera. Il significato simbolico del pane è evidente. Ogni mio lavoro è legato soprattutto alla mia biografia, parto dalla storia personale per entrare a far parte della storia di altri. Le mie opere cercano sempre di rappresentare una condizione umana, cosa che l’arte concettuale ha progressivamente freddato, allontanando da sé il pubblico. La gente si è allontanata dall’arte contemporanea perché ne è stata respinta, non ci si è ritrovata. Non è un fatto economico, di mercato, ma una questione di carattere spirituale. Ecco perché i materiali comuni: il pane, la cera, la carta e il mio tentativo di farne contenitori umani. L’energia che si sprigiona tra le mie opere e il pubblico è fortissima. Eppure mi sento in assoluto un artista contemporaneo.

C’è una terminologia ricorrente nei tuoi lavori che provo a sintetizzare con queste parole: casa (La Casa); teatro (Teatro Magico e le scenografie); stanza (Stanza di K, Stanze, L’occhio interno); acqua (gocce); spazio (Spazi vuoti). Lasciando perdere le corrispondenze con i titoli, mi vengono in mente altre parole chiave: luce; tempo; architettura. È così?


Sono gli elementi della mia poetica e di un’interiorità: casa, stanza, scatole, fanno parte di uno spazio intimo, ancora non del tutto sondato. Non mi riferisco all’inconscio, ma a spazi meno registrabili e non artificiali, spazi personali in cui si concentrano porzioni di vita. La luce e con essa la trasformazione nascono nell’interiorità. Nascostamente sono in atto delle reazioni, io le vado a cercare e offro la possibilità allo spettatore di andare lui stesso alla ricerca, di crearsi una storia da solo.

Dove sarai nel 2007?

In settembre 2007 sarò a Bucarest per una collettiva, curata dallo storico dell’arte Paolo Bertelli con l’Istituto Italiano di Cultura. Sono stato invitato con altri tre artisti italiani (un pittore, un fotografo e uno scultore), a lavorare su un tema da me già indagato, le wunderkammer. Porterò un’istallazione. Vi sono altre proposte in corso, ma è prematuro sbilanciarsi. La cosa strana è che di fatto, molte iniziative mi stanno spostando a sud-est. La forza sta lì.

Link consigliati:

www.paolocavinato.net
www.iksv.org/bienal/bienal9
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