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Capodanno alla turca

05.01.2007    Da Istanbul, scrive Fabio Salomoni

Giorni di celebrazioni tra sacro e profano in Turchia, dove la notte di San Silvestro è coincisa con l'inizio del Kurban Bajram. Commenti sul traguardo europeo raggiunto dai vicini bulgari e rumeni, preoccupazione per la crisi irachena. La cronaca del nostro corrispondente
La notte del 31 dicembre in piazza tra fuochi d'artificio e berretti di Babbo Natale, magari dopo una cena abbondantemente innaffiata di birra o raki, e la mattina successiva all’alba a pregare in moschea e poi, a casa, sacrificare un montone dopo aver recitato una preghiera in arabo. Sincretismo post moderno, pluralizzazione del Senso o società multiculturale? Forse un po' di tutto questo ma soprattutto una concreta realtà per molti turchi. Complici le bizzarrie del calendario che hanno fatto coincidere l’inizio del Kurban Bayram - la Festa del Sacrificio - con il primo gennaio, questa fine d’anno ha ribadito con rara efficacia come, al di là dei luoghi comuni e degli slogan da dépliant turistici, la quotidianità turca rappresenti realmente un laboratorio, il luogo dove incontrare l’Oriente e l’Occidente, il sacro e il profano, la religione e la secolarizzazione, in una sintesi sempre in divenire e difficile da catturare.

Affievolite le tradizionali polemiche fondate sulla sua confusione con la tradizione del Natale, i festeggiamenti per la fine dell’anno stanno ormai diventando una consuetudine nel paese.

Anche il Direttorato per gli Affari Religiosi quest’anno si è apertamente pronunciato dando la sua benedizione ai festeggiamenti profani. Sì, è un diritto di tutti festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo e farlo non svalorizza le celebrazioni religiose. Migliaia di persone nelle piazze, musica, alcool ed anche l’immancabile bilancio di vittime e feriti - quest’anno tre persone sono morte colpite da proiettili vaganti. E l’indomani le moschee del paese si sono riempite di fedeli per la preghiera che sanciva l’inizio del Bayram, poi tutti a casa per il rituale del sacrificio.

Vitelli, mucche, pecore, montoni, tori, in alcuni casi anche cammelli, acquistati negli appositi spazi allestiti in tutto il paese dove allevatori e compratori si sono impegnati in estenuanti trattative. E poi ognuno si è ingegnato nel risolvere il problema di come ritornare a casa con la propria vittima designata, spesso facendo ricorso alla creatività, come quel signore fotografato sorridente accanto al suo perplesso vitello, entrambi accomodati sul sedile posteriore di un taxi.

Certo, non è possibile improvvisarsi esperti macellai ed inevitabile anche quest’anno è stata la lunga sequenza di maldestri sacrificatori finiti in ospedale per l’imperizia nel maneggiare coltelli ed ogni genere di arma da taglio. Così come immancabili le situazioni curiose o divertenti documentate dalle fotografie dei giornali: un toro inferocito che sfugge ai suoi carnefici inseguito da una folla affannata, oppure un vitello che nella disperata ricerca di libertà atterra nella finestra di un’ignara famigliola. E sempre i giornali non hanno rinunciato alla loro funzione pedagogica rimarcando con disappunto il fatto che, nonostante le precauzioni e gli avvertimenti della vigilia, anche quest’anno il rito del sacrificio avesse prodotto situazioni “che non avremmo mai voluto vedere”.

Per chi non se l’è sentita di cimentarsi personalmente nel sacrificio dell’animale, oppure per chi volesse dire addio alle tradizioni della cultura rurale, vi era sempre la possibilità di versare soldi ad una fondazione che avrebbe provveduto al sacrificio in un ambiente asettico, per poi distribuire le carni alle famiglie più povere.

E dopo il sacrificio ed il primo pasto a base di interiora, kavurma, per tutti è cominciato il carosello delle visite ai parenti. Flussi incessanti di persone che si spostano da una casa all’altra, da una città all’altra, da un capo all’altro del paese, secondo uno schema regolato dall’anzianità: i figli più giovani prima rendono visita ai genitori e poi ai fratelli maggiori, senza venire meno al rito del bacio della mano mentre i bambini suonano i campanelli dei vicini per fare incetta di dolci.

Per tre giorni gran parte del paese si siede in salotto tra teglie di baklava maison e fiumi di the, in realtà per rendere omaggio a ciò che costituisce il vero pilastro della società turca, la famiglia allargata, akraba, dimenticando temporaneamente i non pochi problemi che assillano la vita quotidiana. L’ultimo è arrivato dall’Iran, che ha deciso di interrompere improvvisamente le forniture di metano, giustificandosi con un inaspettato aumento della domanda interna. Una tradizione a quanto pare, visto che la stessa cosa si era verificata anche nel gennaio scorso.

E mentre la società turca si prendeva una pausa per celebrare se stessa, i giornali ricordavano come nel resto del mondo, ed un mondo molto vicino, qualcosa di importante continuava ad accadere.

Le fotografie della gioia nelle strade di Sofia e Bucarest campeggiavano con grande evidenza sulle prime pagine. Il tono dei commenti lasciava trasparire un insieme di sentimenti contrastanti. Il disappunto che, nel sottolineare come i due paesi avessero raggiunto l’obbiettivo dell’adesione senza avere pienamente rispettato i criteri richiesti, lanciava una frecciata all’Europa. La malcelata soddisfazione nell’evidenziare le dichiarazioni degli esponenti della UE che ricordavano ai due nuovi membri che comunque saranno sotto osservazione particolare.

Solamente alcuni commentatori hanno invece apertamente pronunciato la parola invidia, senza mancare di ricordare con rimpianto le occasioni perdute nel passato più o meno recente.

Unica consolazione il fatto che alcuni turchi comunque entreranno in Europa, si tratta della minoranza presente in Bulgaria. Le interviste ai suoi rappresentanti politici hanno rappresentato anche l’occasione per ricordare i molti passi in avanti che il cammino europeo ha permesso, dalle repressioni nazionaliste dell’era Zhivkov all’integrazione.

Le fotografie dell’esecuzione di Saddam Hussein hanno poi ricordato alla Turchia i suoi confini e le sue preoccupazioni mediorientali. Mentre le dichiarazioni ufficiali erano all’insegna della massima prudenza, eccessiva per alcuni commentatori che hanno parlato di silenzio del Ministero degli Esteri, e gran parte del mondo politico e intellettuale criticava la condanna a morte, il primo ministro Erdogan tracciava la linea politica del futuro prossimo: “Attualmente per la Turchia l’Irak ha assunto la priorità anche rispetto al processo di adesione europeo”.
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