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giovedì 08 settembre 2022 13:55

 

Ergenekon, il terrore

01.02.2008    Da Istanbul, scrive Fabio Salomoni

Un'inchiesta della procura di Istanbul porta alla luce l'organizzazione terroristica Ergenekon. Militari, mafiosi e avvocati ultranazionalisti che avevano nel mirino politici curdi, giornalisti e il Nobel Orhan Pamuk. Indizi sul caso Dink. Un nuovo corso per la Turchia?
La scorsa settimana un´inchiesta condotta dalla procura della repubblica di Istanbul ha portato all’arresto di quattordici persone ed alla scoperta di un’organizzazione, chiamata Ergenekon, accusata di “finalità terroristiche e incitazione alla rivolta armata contro lo stato”.

Ergenekon è un nome denso di richiami, preso a prestito dalla mitologia dei turchi dell´Asia Centrale, ed è stato anche il nome della Gladio turca.

Tra gli arrestati vi sono militari in pensione, discussi uomini d’affari, avvocati ed ambigui rappresentanti della società civile. Nel corso delle perquisizioni la polizia ha rinvenuto una lista delle persone nel mirino dell´organizzazione: esponenti politici curdi, un giornalista dell’area islamica e il premio Nobel Orhan Pamuk, per il quale era già stata scelta l’arma del delitto. L´obbiettivo, quello di trascinare il paese nel caos e spianare la strada ad un colpo di stato. Molti indizi permetterebbero poi di collegare Ergenekon a numerosi omicidi eccellenti della storia recente, a cominciare da quello del giudice Özbilgin e del giornalista Hrant Dink.

L`operazione Ergenekon rappresenta il proseguimento di un´inchiesta che la procura di Istanbul ha avviato la scorsa primavera.

All´epoca vennero arrestate quindici persone, tra cui tre alti ufficiali dell’esercito in pensione, che detenevano una cassa di bombe a mano dello stesso tipo e serie di quelle utilizzate negli attentati contro il quotidiano Cumhurriyet. L'autore di quegli attentati, Alparslan Aslan, poco dopo avrebbe ucciso il giudice Ozbilgin. Attentati all´epoca attribuiti all’estremismo islamico, che furono all’origine della lunga stagione di mobilitazioni che, in nome della difesa della laicità, ebbe come bersaglio il governo Erdoğan.

Scorrendo l´elenco degli ultimi arresti si incontrano molti nomi eccellenti, già noti alle cronache

Il pezzo da novanta è rappresentato da Veli Kücük. Generale della gendarmeria in pensione, è considerato il fondatore del famigerato JITEM, il servizio di informazioni e antiterrorismo della gendarmeria sospettato negli anni ´90 di essere responsabile delle esecuzioni extragiudiziali di numerose personalità curde. Il nome del generale comparve anche nell’inchiesta seguita allo scandalo di Susurluk, l’incidente stradale che nel 1996 portò alla luce l’esistenza della Gladio turca. Ed il volto ed il nome di Kücük sono di nuovo tornati alla ribalta la scorsa estate quando i giornali pubblicarono una foto che lo ritraeva sorridente accanto all’omicida del giudice Özbilgin. Di Veli Kücük aveva poi parlato anche Hrant Dink, che raccontò ai familiari di aver ricevuto una telefonata di minacce proprio da parte dell’ex generale.

Altro nome eccellente è quello dell’avvocato ultranazionalista Kemal Kerincsiz, colui che ha trascinato davanti ai tribunali del paese una lunga serie di intellettuali, tra i quali Pamuk e Dink, con l’accusa di aver “offeso la turchità”. Nella lista degli arrestati troviamo anche uomini d’affari già implicati nel caso Susurluk ed i fondatori delle Milizie Nazionali, una “organizzazione della società civile” in prima linea nelle manifestazioni di piazza della primavera scorsa.

Non mancano poi le sorprese. La signora Erenol è la portavoce della Chiesa Ortodossa Turca, un’istituzione fondata dal nonno nel 1922 con l'obbiettivo di essere concorrente della Chiesa Ortodossa greca. Proprio in una chiesa di Istanbul, secondo quanto rilevato da alcuni giornali, Ergenekon avrebbe pianificato le proprie azioni. Tra i personaggi indagati a piede libero spiccano una giornalista nella cui abitazione sarebbero stati rinvenuti documenti coperti dal segreto di stato ed uno scrittore, autore di due best-sellers nei quali accusa il premier Erdoğan ed il presidente della Repubblica Gül di essere agenti del sionismo.

Non una semplice organizzazione eversiva ma quanto di più vicino a quella realtà fantasmatica, lo stato profondo, accusata di essere all´origine di una lunga serie di episodi di sangue che da anni inquinano ogni tentativo di evoluzione democratica del paese. In queste ore, accanto al sollievo per un´operazione che mostra quella determinazione politica reclamata in occasione delle recenti commemorazioni in onore di Hrant Dink, vi è una domanda ricorrente. Le autorità saranno in grado di andare oltre la punta dell´iceberg e cogliere quella che è stata definita “un´occasione storica per affermare la supremazia dello stato di diritto”?

Per il momento il governo lancia segnali rassicuranti: “Il governo è determinato ad andare fino in fondo”, ha dichiarato il ministro della giustizia Sahin. Il generale Buyukanit, capo di stato maggiore delle forze armate, chiamate in causa dalla cronaca, solamente ieri ha rotto il silenzio con una dichiarazione laconica: “In ogni ambiente ci sono persone che infrangono la legge, nei loro confronti è la giustizia a decidere... Anche in questa occasione c’è chi cerca di stabilire un legame tra questi fatti e le forze armate. Le forze armate turche non sono un’organizzazione criminale. Anche chi commette errori nelle forze armate ne deve rispondere davanti a un giudice”

Non può essere certo solo una coincidenza il fatto che nelle stesse ore in cui la polizia arrestava i membri di Ergenekon, il governo prendeva una serie di posizioni destinate ad infrangere altri tabù dell'ideologia ufficiale. La prima riguarda l’eterna querelle del divieto per le studentesse velate di entrare nell’università. L’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) ha raggiunto nei giorni scorsi un accordo con i nazionalisti dell’MHP (Movimento di Azione Nazionale) per la riforma di due articoli della costituzione, che renderà possibile l´ingresso del velo nelle aule universitarie Un’iniziativa che prevedibilmente suscita un vespaio di critiche destinate nelle prossime settimane a monopolizzare il dibattito nel paese.

Nuovi segnali anche sul fronte della politica estera. Nel corso della storica visita che nei giorni scorsi il primo ministro greco Karamanlis ha compiuto in Turchia, si è parlato anche dello statuto del patriarcato ortodosso di Istanbul e del seminario dell’isola di Heybeliada, chiuso dal 1972.

A Karamanlis, che ricordava come per la Turchia “lo statuto del patriarcato e´ la chiave d’accesso all’Unione Europea”, Erdoğan ed il ministro degli esteri Babacan hanno indirettamente risposto che “lo statuto del patriarcato è una questione interna al mondo cristiano-ortodosso”. Una dichiarazione che smentisce la tradizionale posizione della Turchia che considera il carattere ecumenico, rivendicato dal patriarcato, come una violazione della sovranità nazionale. E qualche giorno dopo Babacan a Davos ha parlato anche delle relazioni con l`Armenia: “Se dopo le elezioni presidenziali di febbraio ci saranno sviluppi positivi potremo sviluppare nuove relazioni.”

Sebbene non prive di incognite, queste iniziative indicano la volontà di Erdogan di ridare fiato al processo riformatore. In questa prospettiva si ha l´impressione che, attraverso lo smantellamento di Ergenekon, che ha rappresentato l´espressione più truce della resistenza al cambiamento, il governo cerchi di garantirsi uno spazio di manovra più ampio. All'orizzonte si profila una stagione destinata a ridefinire i rapporti di forza tra establishment e mondo della politica. E probabilmente sarà la natura dei nuovi equilibri che ne scaturiranno a determinare anche il destino dell´operazione Ergenekon.
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