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Benedetta sicurezza di sé

18.09.2008   

Jurica Pavicic
Jurica Pavičić, critico cinematografico ed editorialista del quotidiano croato “Jutarnji list”, risponde all'analisi critica sulla Croazia di Slavenka Drakulić, pubblicata a fine agosto su “The Guardian”. Nell'editoriale il confronto tra la Croazia e altri paesi europei, Italia compresa
Di Jurica Pavičić, 6 settembre 2008, Jutarnji list (titolo orig. “Blažena sigurnost”)

Traduzione di Natka Badurina


Durante il festival del cinema di Venezia ho soggiornato al Lido (…), pittoresco paradiso borghese, estratto dell’Europa operosa, civilizzata e privilegiata. E devo dire che faceva una certa impressione stare in questo giardino in cui immaginavo camminare Gustav von Aschenbach, e leggere contemporaneamente i quotidiani italiani. Perché dalle pagine dei quotidiani strideva un’altra Italia, molto più cupa. Sulle colonne dei giornali italiani, che con piacere trovo ancora ottimi, incontravo i paracadutisti che sorvegliano i sobborghi pieni di immigrati, i tifosi manipolati dalla camorra e le montagne di spazzatura napoletana, i sindaci di piccole città dalle idee fasciste. Scoprivo un paese in cui ai bambini rom vengono prese le impronte digitali, dove al governo c’è una coalizione di destra con post-fascisti, semifascisti e fascisti veri, mentre il capo dell’intera compagnia è il cavaliere Berlusconi – una specie di Kerum globale (Kerum è il più noto capitalista croato, n.d.t.). Dopo letture del genere, i paesaggi lagunari ti sembrano irreali. Eppure, la classe media che regna in questo paradiso è la stessa che oggi strilla, chiama in aiuto e si difende dalla minaccia - reale o immaginata - degli immigrati e dei meridionali.

L’Europa ha bisogno della Croazia?

Ancora con questi pensieri per la testa, ho letto all’inizio di questa settimana su “The Guardian” l’articolo Shadows in the Sunshine di Slavenka Drakulić. Lo stesso che nella minuscola palude mediatica croata ha immediatamente creato scompigli politici e persino un intervento del Comitato Helsinki croato. Nell’articolo la giornalista scrive di “un’inquietante ombra che si stende sopra il paradiso turistico dell’Adriatico”. La Drakulić scrive del grottesco funerale di Dinko Šakić (comandante del campo di concentramento ustascia di Jasenovac, n.d.t.) in uniforme, e del morboso discorso tenutovi da padre Lasić; descrive inoltre il rientro del terrorista Zvonko Bušić dalle prigioni americane, accolto in patria come eroe, e paragonato ad Arafat e al "Che"; e parla, infine, dell'inevitabile cantante Marko Perković Thompson. Per la giornalista la “Croazia apparentemente promuove valori europei”, ma in verità “tollera, e addirittura incita” quelli non europei. “L’Europa ha veramente bisogno della Croazia” si chiede la Drakulić, “di questo paese dalla facciata soleggiata che serve solo a nascondere dei dubbi valori?”

Leggendo questo articolo mentre ero fuori casa e lontano dalla confusione quotidiana croata, provavo una doppia sensazione. Da una parte, in queste righe non c’è una sola frase infondata, una sola cosa non corrispondente alla verità, o una sola obiezione o critica che non sia al suo posto. Eppure, ho una forte sensazione che l’analisi fatta dalla collega abbia mancato il colpo. La domanda se l’Europa ha bisogno di una Croazia così descritta esige innanzitutto la contro domanda: quale Europa? Perché con una buona parte dell’Europa che vedo io, una Croazia del genere, piuttosto problematica, andrebbe d’accordissimo. Perché l’Europa sono anche i paracadutisti italiani che difendono Bergamo dai “neri”, l’Europa sono le stazioni di servizio lungo la costiera ligure dove accanto al triangolo e l’anticongelante potete acquistare la statuetta di Mussolini. L’Europa è anche Zmago Jelinčić che ha ottenuto il 20 percento dei voti sputando offese razziste contro i popoli vicini, l’Europa sono le marce neonaziste in Estonia, le impronte digitali dei bambini rom in Questura, gli skinheads cechi che danno fuoco ai negozi vietnamiti, i tabloid inglesi che alla vigilia della partita di calcio descrivono la Croazia come il paese dei Borat fascistoidi. In confronto con una buona parte del paesaggio politico europeo, quello croato sembra pulito e limpido come il pavimento della cucina. In Slovenia, i fratelli Podobnik con un’aggressione verbale sciovinista hanno conquistato un quinto del parlamento. In Ungheria, il movimento delle “64 contee” avanza richieste su territori di 4 paesi confinanti. In Polonia, i gemelli Kaczyński hanno voluto proclamare Cristo presidente onorario. In Italia, ognuno dei tre partiti al governo è più estremo di qualsiasi partito parlamentare croato, incluso il club mafioso di Ante Đapić. E come mai? Come mai un paese con un così esplicito risentimento neofascista, con tanto kitsch della destra politica sulle strade, con tanti Lasić, Perković e altri personaggi dell’articolo di Slavenka Drakulić, come mai questo paese non ha neanche una singola opzione politica che sia almeno un po’ estrema?

La risposta è semplice: proprio per questo.

E’ sbagliata la tesi secondo cui Lasić e Perković segnano il ritorno dell’era Tuđman, perché all’epoca di Tuđman di loro non c’era bisogno. L’estremismo, allora, era l’ideologia di stato, aveva a sua disposizione la televisione, i giornali e le scuole, e non aveva bisogno di subcultura per sopravvivere. Il nazionalismo estremo di oggi è una diffusa forma di cultura popolare, amata e radicata, ma sempre forma di subcultura. Essa non ha un’opzione politica dietro di sé, non ha giornali, non ha nessun potere d’influenza sulle istituzioni; niente nella società procede come essa vorrebbe. Le sono rimaste solo vie di comunicazione caratteristiche della subcultura: musica, graffiti, accessori in vendita sulle bancarelle. Per quanto il pronunciarlo ci faccia venire il voltastomaco, dobbiamo ammettere che i simboli ustascia, le magliette nere e la croce di San Benedetto rappresentano per la nuova generazione ciò che per la mia era la “A” del movimento punk: il diniego dell’ideologia dominante laddove essa è più vulnerabile. Tuđman ha dovuto morire perché Thompson potesse diventare importante, e questa logica dei vasi comunicanti è la chiave per capire il momento odierno.

La sveglia mattutina

La domanda da porre è: la subcultura dell’estrema destra è veramente un problema così importante per la Croazia? Penso che lo potrebbe diventare, ma solo quando veramente entreremo nell’UE e quando cominceremo a sentirne le conseguenze. Fino a quel momento, questa subcultura non è altro che l’oppio per le masse dei perdenti, l’ultimo rifugio di quelli che il processo di transizione in vari modi ha sputato via, dichiarandogli di non averne bisogno.

La gran parte dei dissidenti tradizionali, quelli degli anni novanta, compie l’errore di fissarsi sempre sullo stesso spauracchio, oggi piuttosto floscio e sbiadito. Penso del resto che lo stesso errore abbia contribuito alla morte del settimanale “Feral”, rendendolo irrilevante in un paese con ben altri problemi.

Penso, cioè, che oggi sia di gran lunga più importante indirizzare le critiche non verso quelli che sono rimasti con lo spirito all’era tudjmaniana, ma verso quelli che da essa sono usciti anche troppo facilmente. Con ciò penso a grande maggioranza dei nostri concittadini che hanno tranquillamente tolto sangue e polvere dai pantaloni, che oggi sorvolano senza difficoltà i titoli che parlano di Norac e Gotovina, perché sono troppo occupati dall’accumulare il capitale e dal fare lo shopping.

Questi patrioti sono saliti per tempo sul treno della vittoria e oggi si guardano bene dal sostenere valori non europei. No, i loro valori sono talmente europei che fanno venire la nausea. Loro sono sicuri di vivere nel migliore dei mondi possibili, allo stesso modo in cui i loro padri lo credevano per il mondo del socialismo autogestito. Questa beata, fiduciosa sicurezza di sé è quello che temo, e non la subcultura passatista che ha continuato a dormire dopo che è suonata la sveglia del nuovo secolo.
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