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Riconciliazione europea

14.11.2008    Da Vienna, scrive Andrea Rossini
Mirsad Tokača, Vesna Teršelič e Nataša Kandić al convegno di Vienna
Concluso a Vienna il convegno: “Affrontare il passato; i processi di riconciliazione nei Balcani Occidentali”. Centinaia di partecipanti durante due giorni di dibattito che hanno riportato ad una dimensione europea il tema della elaborazione dei conflitti degli anni '90
Affrontare il passato recente dei Balcani è un processo complesso, e non può essere limitato ai soli Paesi dell'ex Jugoslavia. Il convegno annuale di Osservatorio Balcani e Caucaso, svoltosi a Vienna il 10 e 11 novembre scorsi in collaborazione con l'Istituto per l'Europa centrale e danubiana e il Centro per le Strategie di Integrazione Europea, ha coinvolto storici, rappresentanti della società civile, forze politiche e media di diversi Paesi europei. E' stato Mirsad Tokača, del Centro di Ricerca e Documentazione di Sarajevo, organizzazione che ha investito anni della propria attività per ricostruire l'identità di tutte le vittime della guerra bosniaca, a individuare con poche parole il senso “europeo” del convegno: “Dobbiamo riconciliarci tra di noi, deve esserci un processo che coinvolga l'intera regione, ma dobbiamo anche riconciliarci con l'Europa, perché le responsabilità per quello che è avvenuto sono molte”.

Luisa Chiodi, direttrice di Osservatorio, aveva sottolineato già in apertura il tentativo di allargare lo sguardo dalla riflessione del convegno Cattive memorie, centrato sui Balcani, ad un lavoro sulla memoria comune del ventesimo secolo in Europa, evidenziato già nei primi mesi di quest'anno dallo sforzo confluito nel progetto AestOvest. L'ambasciatore austriaco Wolfgang Petritsch, già Alto Rappresentante in Bosnia Erzegovina, ha ribadito il concetto (“il processo di riconciliazione nella regione balcanica va visto nel contesto europeo”) proponendo un parallelo con la situazione di altri Paesi. L'esempio spagnolo, in particolare, dove “ci sono voluti 30 anni per approvare una legge sulla memoria che riconoscesse le atrocità del regime di Franco”, mostra che il confronto con il passato “necessita tempo, un ambiente sociale e economico adeguato, un ambiente politico stabile e sostegno da parte di Bruxelles.” Nei Balcani occidentali, dove secondo Petritsch “il processo di riconciliazione e confronto con il passato non è ancora iniziato”, è inoltre fondamentale che “il passato non venga depoliticizzato”. Tutte le storie delle vittime devono essere ascoltate, e i criminali portati di fronte alla giustizia, ma il passato non può essere ridotto all'elenco delle atrocità commesse, “devono essere analizzati e ricordati i motivi che hanno reso possibile quanto è avvenuto negli anni '90.” In altre parole, la riconciliazione e il confronto con il passato non possono prescindere dall'analisi delle cause che hanno portato alla guerra.

Mirsad Tokača, Vesna Teršelič e Nataša Kandić al convegno di Vienna
La guerra in (ex) Jugoslavia è stata tuttavia un fenomeno con caratteristiche specifiche, e il passato non può essere affrontato che “costruendo un nostro modello” per elaborare quanto avvenuto. Così Nataša Kandić, direttrice del Centro per il Diritto Umanitario di Belgrado, che ha esposto ai partecipanti il lavoro che la propria organizzazione sta svolgendo insieme ai partner di Zagabria (Documenta) e di Sarajevo (Centro di Ricerca e Documentazione). Queste tre organizzazioni non governative stanno operando per la creazione di una “struttura regionale” che lavori sul passato, per stabilire la verità su quanto avvenuto durante i conflitti degli anni '90: “Abbiamo deciso di raccogliere un milione di firme che porteremo l'anno prossimo ai nostri governi per istituire una Commissione regionale sui crimini di guerra.” Il confronto con il passato, infatti, non può essere affidato alle sole istituzioni della società civile, “non possiamo assumere il ruolo dei governi, dei parlamenti e degli Stati, sono loro che devono spiegare cosa è successo e dove sono le 17.000 persone ancora scomparse...”

Nella sezione del convegno dedicata al periodo 1941-1990, lo storico Wolfgang Höpken, dell'Università di Lipsia, ha analizzato criticamente le politiche della memoria applicate dalla Jugoslavia socialista alla Seconda guerra mondiale, evidenziando le relazioni tra quelle memorie (selettive) e la crisi degli anni '90. Il quadro, secondo Höpken, non era molto differente da quello di altri Paesi europei durante la guerra fredda, con la costruzione di miti nazionali e la rimozione dal dibattito pubblico di elementi problematici. Diversamente dai Paesi occidentali tuttavia, dove i miti sono stati lentamente destrutturati, in Jugoslavia è stato trasferito alle generazioni del dopoguerra un “rituale congelato”, senza che queste potessero elaborare una propria “nuova identità storica”. Senza poter affermare una consequenzialità diretta tra le politiche della memoria della Jugoslavia socialista e le guerre degli anni '90, Höpken ha tuttavia evidenziato il successo dei nazionalisti nello strumentalizzare le memorie alternative, le pagine lasciate bianche dal regime, e in particolare gli elementi di guerra etnica del secondo conflitto mondiale. Secondo Höpken, in ultima analisi, le guerre degli anni '90 non possono essere definite come “guerre della memoria”, ma “guerre preparate con i mezzi della memoria.”

Refik Hodžić, funzionario del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia, nella parte dedicata ad una riflessione critica sui processi di riconciliazione in corso, ha condiviso la posizione di Petritsch secondo cui ad oggi non è avvenuta nessuna riconciliazione: “L'unica riconciliazione è quella delle vittime con una realtà nella quale i crimini da loro sofferti non vengono presi in considerazione.” Dopo aver riflettuto amaramente su quanto poco l'attività del Tribunale dell'Aja sia conosciuta nei Balcani (“più del 70% degli intervistati in Bosnia Erzegovina dichiara di dipendere dai politici per avere informazioni sulle attività del Tribunale”), Hodžić ha ricordato il caso del campo di concentramento di Omarska per sottolineare come, nonostante le numerose sentenze pronunciate, a livello locale domini ancora il negazionismo su quanto avvenuto nel 1992 nella miniera presso Prijedor.

Dopo gli interventi focalizzati sul caso macedone e kosovaro, nel panel successivo Nenad Šebek, del Centro per la Democrazia e la Riconciliazione di Salonicco, ha sottolineato l'importanza del sistema educativo nei processi di riconciliazione, presentando i manuali di storia comune per gli insegnanti della regione prodotti dalla propria organizzazione. Dopo Migjen Kelmendi, giornalista kosovaro, e Verena Knaus, dello European Stability Initiative, Goran Svilanović, già ministro degli Esteri del governo Đinđić, si è infine rivolto ai partecipanti ricordando causticamente l'impermeabilità del mondo politico alle proposte provenienti dalla società civile.

Nella seconda giornata del convegno, dedicata al ruolo dei media nei processi di riconciliazione nei Balcani, Drago Hedl, editorialista di Jutarnji List e corrispondente di Osservatorio dalla Croazia, ha parlato della difficoltà per i giornalisti della regione di “scrivere dei crimini commessi dalla propria parte”. Hedl ha poi descritto la straordinaria esperienza del documentario “Vukovar Final Cut”, di cui è sceneggiatore, prodotto da un gruppo di giornalisti serbi e croati sotto la direzione di Veran Matić, direttore di Radio Tv B92. Lo stesso Matić ha poi ricordato la storia dell'emittente belgradese, sottoposta a pressioni e attacchi anche nel recentissimo passato, e del suo lavoro sul terreno della riconciliazione, in particolare tramite la produzione di documentari quali quello su Vukovar e molti altri raccolti nella serie “Confronto con il passato”. B92, ha ricordato Matić, è tuttavia un media commerciale, “e non è normale che siano media di questo tipo ad affrontare temi quali quello della riconciliazione.” Secondo Matić, che ha ricordato la recente chiusura del Feral Tribune, “il media che in Croazia si occupava delle stesse questioni di cui ci occupiamo noi”, questi temi dovrebbero essere affrontati con un approccio e risorse sistematiche, in particolare “tramite i media pubblici, oppure creando un nuovo canale tematico, come ad esempio Arte, che abbia come mandato quello di promuovere la riconciliazione e affrontare il passato.” Una prospettiva che appare lontana, non solo nei Balcani.