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L'amore al tempo della sevdah

10.03.2009   

La sevdah di Sarajevo, tra tradizione e rivisitazione. Intervista a Adem Đuliman, cantante di sevdalinke e animatore dei lunedì della sevdah nel Kino Bosna/Prvi Maj. Gli strumenti, lo stato d'animo, il rapporto con il pubblico
Di: Andrea “Paco” Mariani e Federico Sicurella

Che cos'è la sevdah e cosa sono le sevdalinke? Qual è la differenza con altri tipi di musica popolare, ad esempio con la kafanska muzika?

La sevdah è la musica delle famiglie bosniache, ogni famiglia bosniaca ha una propria sevdalinka. Ogni sevdalinka è una storia d’amore o una tragedia di uno dei membri di quella famiglia. Tutti la sentono propria, e la si canta nei cortili, nelle case, la si canta ai compleanni e quando si va in visita dagli amici. La sevdah, quindi, è una bella canzone bosniaca, intima e discreta. E’ qualcosa di autoctono che vive con noi e dentro di noi, qui in Bosnia. Esiste poi un genere moderno di musica, un’industria musicale, che combina la sevdah con le sonorità moderne. Questo genere io non lo capisco, e comunque una canzone di quelle la si dimentica dopo un mese. La sevdalinka, invece, autentica, si canta da trecento anni, ed è sempre bella e presente in tutte le occasioni liete.

Pochi dicono di conoscere le sevdalinke, ma poi tutti finiscono per cantarle...

Le sevdalinke sono fatte per essere cantate. Vivono da qualche parte nel subconscio di tutti noi, ed è sufficiente che qualcuno le animi un poco perché tutti scoprano di conoscerle. Ogni sevdalinka è una storia d’amore di uno di noi. Lei è la vita… l’infanzia, quando hai sedici anni e ti innamori per la prima volta, e poi l’amore continua, e poi la vecchiaia… La sevdalinka raccoglie tutto questo, e ognuno di noi ha dentro di sé una sevdalinka, che racconta la storia d’amore che ognuno di noi ha vissuto.

La sevdalinka è qualcosa di urbano, non di rurale, è così?

La sevdalinka è una canzone urbana, appartiene alle città e ai cittadini bosniaci. Esiste anche la musica rurale, il “kolo”, che appartiene ai villaggi dove lo si balla, ma la sevdalinka è una canzone di città. Appartiene ai bosniaci musulmani, ai serbi, ai croati, agli ebrei, perché essa non conosce “nazione”. Se una sevdalinka narra la mia storia d’amore, non porta nome. Non importa se mi chiamo Adem o Petar… E' una canzone d’amore, indifferente alle nazionalità.

Che cosa significa la parola "sevdah"? Quali sono gli strumenti della sevdalinka?

Qui in Bosnia la sevdah significa… una rakija [grappa, ndt] buona da bere, del buon cibo (che qui chiamiamo “meza”), una ragazza accanto a te, e una canzone accanto a te. L’unione di questi quattro elementi dà la sevdah. La sevdah non è solo quello che canti, è un intero rituale. Non so come lo chiamate voi in Italia… portare una ragazza a ballare, mangiare una pizza, bere un po’ di vino, mettersi a cantare, coccolarsi e baciarsi… Tutto questo è sevdah. La sevdah nasce circa quattrocento anni fa. Come la civiltà si evolve, così gli strumenti cambiano. All’inizio c’è il “saz”, che è uno strumento a corde classico della Bosnia. La base della sevdalinka diventa poi l’armonica, e come accompagnamento si suonano il tamburo, la chitarra, il “bas”, il “basprim”, e talvolta il violino.

Quali sono i suoi esecutori preferiti, e che opinione ha di artisti che, come Damir Imamović, interpretano la sevdah in chiave moderna?

Il nonno di Damir, Zaim, è stato un ottimo esecutore di sevdalinke. Oltre a lui ricordo l’imprescindibile Safet Isović, poi Nada Mamula, Zora Dubljević e Beba Selimović, esecutori che hanno fatto conoscere la sevdalinka al mondo. Damir Imamović è un ragazzo straordinario che ha rivisitato la sevdah in un bel modo, introducendo un po’ di jazz e un po’ di interpretazione. Questo va bene, perché la sevdalinka non deve restare uguale a se stessa per trecento anni. Bisogna sì conservarla, ma bisogna anche aggiornarla, avvicinarla alle nuove generazioni e alle diverse civiltà. Damir ha lanciato una bella moda, ed io lo sostengo perché è una ventata di freschezza. Non mi oppongo al fatto che alcune canzoni vengano un po’ modificate, per adeguarle ai tempi, alle mode, alla gioventù. Se ci sono bravi musicisti che lo sanno fare… perché no? Ma bisogna saper conservare la sevdah e prendersene cura così com’è. Essa è un’istituzione, e deve restare la base della nostra cultura musicale.

Che cosa pensa del pubblico (giovani, stranieri) che viene ad ascoltarvi qui al Kino Bosna/Prvi Maj?

L’età non è importante, perché è in te stesso che senti se sei disposto ad accettare tutto questo o no. Noi qui al Kino abbiamo dato vita a questo “lunedì” della sevdalinka. L’esperienza ormai dura da più di dieci anni, e abbiamo visto che dopo poco tempo i giovani l’hanno fatta propria, ed ora vengono da soli per cantare. E voi stranieri siete con loro, e con noi. Abbiamo promosso qualcosa che è cittadino, che è sarajevese, e voi lo avete accettato. Tuttavia, non lo avete accettato perché ve l’ho imposto, ma probabilmente perché avete sentito che questo è Sarajevo, è Bosnia, è qualità musicale e testuale, e che in queste occasioni possiamo divertirci, stare insieme, bere, chiacchierare, cantare e ballare… senza limiti.

In che modo i giovani si avvicinano alla sevdah? E lei, come ha iniziato?

Io sono un figlio di questa città, e nulla mi legava alla musica. Non sono un musicista, ma ho sempre amato la montagna, e ho sempre amato andarci con i miei amici per rilassarmi un po’. E quando i miei amici, che suonavano, hanno notato che ho delle buone capacità vocali, che canto bene… E’ così che è cominciata. C’era un tempo prima della guerra in cui venivano persone dalla Slovenia, dalla Croazia, da Belgrado e da Skopje, e ci si ritrovava tutti sulla Treskavica, su Bijelasnica, e si facevano feste meravigliose in cui tutti cantavamo. Io non ho mai praticato la sevdah all’accademia, essa semplicemente scaturisce dal mio stato d’animo quando sono felice con i miei amici… In onore di questo ritrovarsi, in onore dei miei amici, essa, da sola, comincia. E nello stesso modo questa storia si realizza qui al Kino.

Cosa trova il pubblico nella vostra musica?

Ci trova quiete e pace. La loro anima è in questo. Tu puoi impormi qualche musica americana o inglese, hard-rock, heavy metal, ma non è cosa mia. I giovani che vengono qua appartengono a questo posto, e ogni lunedì vengono a ricaricarsi, spontaneamente, senza costrizione. E si sentono “sarajlije” [sarajevesi, ndt]. Essere sarajevesi è un concetto ampio, richiede l’essere istruito ed educato, perché il culto del vivere a Sarajevo è impegnativo. Qui nessuno ti impone nulla, qui tu puoi cantare oppure tacere, puoi boicottare o partecipare, puoi contribuire e suonare… “eccoti la chitarra, aiutaci un po’”. Qui desideriamo che tutti partecipino ad una serata di sevdah. E qui tutti si sentono… come a casa. E’ bello, spontaneo, e senza impegno. Vuoi cantare? Canta. Non vuoi? Non cantare. Anche tacendo partecipi.
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