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Il nostro eroe
Osservatorio Balcani Guide per Area Bosnia Erzegovina Notizie
Data pubblicazione: 10.08.2009 09:57

Srđan Aleksić
In Bosnia Erzegovina oggi tutto è diviso, anche gli eroi sono o “nostri” o “vostri”. Quello che per alcuni è coraggio per altri è tradimento. Tra questi paladini, nostri e vostri, ce n'è però qualcuno riconosciuto e accettato da tutti
E’ un nome e cognome molto comune, come Mr. Smith in Inghilterra, o Schwartz in Germania, oppure signor Rossi in Italia. Eppure quando nell’area dell'ex Jugoslavia si nomina Srdjan Aleksić, si sa esattamente di chi si sta parlando. “E’ un vero eroe” afferma il professore belgradese Cedomir Cupić. “E’ morto facendo il suo dovere da uomo”, ricorda il padre di Srdjan.

Nel 1993, a soli ventisette anni, Srdjan Aleksić fu ucciso da quattro cetnici, cosi si facevano chiamare i nazionalisti serbi arruolati nell’esercito dei serbo-bosniaci. I quattro aggredirono l’amico di Srdjan, un musulmano bosniaco, Alen. Srdjan cercò di difenderlo e venne ucciso.

“Ha meritato di morire perché cercava di difendere un “balia” (il termine dispregiativo utilizzato per designare i musulmano-bosniaci)”, ha dichiarato l’avvocato che ha difeso in giudizio le quattro persone colpevoli dell'omicidio.

Una decina di giorni fa un vicolo nel centro di Novi Sad, in Vojvodina, è stato intitolato a suo nome. Nell’occasione il sindaco Aleksandar Jovanović ha dichiarato che “la tolleranza è quello che i cittadini di Novi Sad hanno in comune con Srdjan Aleksić”.

Anche Tuzla, città nel nord della Bosnia, conosciuta per la sua mescolanza etnica e tolleranza religiosa, ha intenzione di onorare Srdjan Aleksić. I suoi cittadini vogliono dedicare un parco nel centro della città, un viale o una piazza al giovane eroe. “Srdjan è un simbolo, uno che in tempi pericolosi ha mostrato coraggio, ha difeso l’amico senza badare al nome, alla religione, alla nazionalità”, spiega Sinan Alić, presidente della Fondazione “Verità, giustizia e riconciliazione”.

A sedici anni dalla morte di Srdjan Aleksić però, nella sua città natale, Trebinje, Erzegovina, un’organizzazione non governativa “Il movimento dei giovani cetnici” ha annunciato l’intenzione di educare “circa diecimila cetnici all’anno”. L’obiettivo è di salvaguardare l’ideologia dei cetnici come “la più importante e più sacra tradizione serba”, si precisa in un comunicato. Il capo del futuro centro educativo a Trebinje sarà Siniša Vućinić, autoproclamato voivoda (duca) dei cetnici. Le sue raccomandazioni per l’incarico sono più che adeguate. Il futuro docente Siniša Vućinić si vanta “di aver ucciso centinaia di musulmani e croati”.

Il gesto di Srdjan Aleksić, nonostante la sua straordinarietà, non fu l'unico atto di umanità, sacrifico ed eroismo che le gente comune ha mostrato durante l’ultima guerra in Bosnia Erzegovina. Tanti casi simili sono stati ad esempio raccontati nel libro di Svetlana Broz "I giusti nel tempo del male". L’autrice, rischiando essa stessa, ha girato durante la guerra per la Bosnia Erzegovina raccogliendo centinaia di testimonianze di persone che hanno ricevuto o dato aiuto a persone di altre etnie.

Un lavoro simile ha fatto l’ex professore universitario di Sarajevo, il sociologo Dzjemal Sokolović, che oggi vive in Norvegia. Ha collezionato cinquecento casi di eroi per caso e ha realizzato un documentario dal titolo “E’ fu la luce”.

In Bosnia Erzegovina oggi tutto è diviso, anche gli eroi sono o “nostri” o “vostri”. Perciò quello che per alcuni è coraggio per altri è tradimento. In tale ottica distorta fa eccezione anche la straordinaria storia di Sekul Stanić, medico pediatra.

Il dottor Stanić era il direttore dell’ospedale di Foća, città della Bosnia occidentale, sul fiume Drina, durante la guerra luogo di crimini contro i musulmano-bosniaci. Quando il medico vide che i nazionalisti serbi avevano messo a fuoco le case dei suoi vicini musulmani, incendiò con le proprie mani la sua stessa casa. Seduto su una sedia stette a guardare l'incendio che si portava via tutto quello che possedeva. Per un anno intero il dottor Stanić continuò ad aiutare i suoi concittadini musulmani e croati: li curava, difendeva e nascondeva. Alla fine lui stesso venne ucciso ... ma qui non si può dire dai suoi serbi. Un atto criminale, come del resto un gesto nobile, non ha niente a che fare con la nazione o la religione.

Fu guidato da una profonda umanità anche Aleksandar Jeftić, un serbo della città croata di Vukovar, quando aiutava i civili e militari croati rinchiusi in un campo di concentramento. Poco tempo fa Aleksandar Jeftić ha ricevuto una medaglia dal presidente croato Stipe Mesić. ”Il suo fu un gesto di grande coraggio che gli poteva costare la propria vita”, ha ricordato Mesić.

Un altro eroe non “di parte” ma riconosciuto da tutti è il medico chirurgo Nedret Mujkanović. E’ stato decorato con il “Il giglio d’oro” - il più importante riconoscimento militare bosniaco - e onorato con la medaglia di “San Pietro Dobrobosanski”, il più alto riconoscimento della chiesa serbo ortodossa in Bosnia Erzegovina.

Era un giovane stagista all’inizio della guerra nell'ospedale di Tuzla. Di chirurgia sapeva solo quello che poteva vedere assistendo agli interventi. Nell'ottobre del 1992 accettò di andare nella Srebrenica assediata, dove mancava un medico chirurgo. Dopo sette giorni di cammino notturno, per evitare le linee serbe, arrivò a Srebrenica. Ci rimase nove mesi.

L’ospedale locale era strapieno di feriti e ammalati, si moriva per lesioni o infezioni anche lievi, perché mancava di tutto. Nedret Mujkanović realizzava otto interventi importanti, ogni giorno, con mezzi medievali. Amputazioni senza anestesia, ripuliva ferite con l’acqua salata, le bende si riutilizzavano e lavavano quattro-cinque volte, non c’erano antibiotici, di trasfusioni non se ne parlava proprio, mancava la corrente elettrica e l'acqua corrente. E tutto questo alla fine del vetesimo secolo, a una trentina di chilometri dalla Serbia, dove non mancava niente e a un'ora di aereo dalle capitali europee.

“Operavo finché potevo stare in piedi. C’era gente che rimaneva totalmente conscia durante le amputazioni o operazioni allo stomaco”, raccontò in seguito il dottor Nedret. Tenne un conto preciso di cosa fece: 1390 interventi, cento amputazioni, quattro cesari. Curò circa 4000 pazienti tra i quali il 10 o 15 percento morirono a causa della mancanza di medicinali adeguati. Tra dicembre e marzo, ogni giorno, morirono tra le venti e le trenta persone per polmoniti o altre malattie provocate dal freddo e dalla denutrizione.

Nell’ospedale di Srebrenica vi erano anche pazienti serbi, accanto a quelli bosgnacchi. Il dottor Mujkanović li curava senza fare differenza tra loro e gli altri, e quando occorreva, li difendeva da possibili vendette.

“Un serbo che curavo, ferito al ginocchio e con una cancrena in corso, mi pregava di salvargli la gamba, temeva l’amputazione. Quando guarì, mi augurò di poter rivedere mio figlio. Era il massimo che uno ti poteva augurare in tempi di guerra: sopravvivere. Ma la mia più grande soddisfazione, come medico, fu di vederlo uscire dall’ospedale camminando sulle proprie gambe”.

La sua vita a Srebrenica fu raccontata nel libro “The True Story of Surgery And Survial” (La vera storia della chirurgia e della sopravvivenza), autrice la giornalista americana Lee Fink. Di quell' “inferno sulla terra” come descriveva lui stesso Srebrenica, il dottor Nedret ricorda un giorno in particolare: il 12 aprile 1993. All’improvviso, alle due di pomeriggio, i serbi bombardarono la scuola strapiena di profughi.

“Nel cortile i ragazzi giocavano a calcio, tanti stavano seduti a guardarli. In un minuto cambiò tutto: 36 morti, 102 ferriti. C’erano pezzi di resti umani ovunque, ho visto una madre che teneva, per la mano due bambini, tutti e due senza testa. Non sapevo a chi dare soccorso per primo. Altre sedici persone sono morte la stessa notte, la metà erano bambini. Lavoravo e piangevo”, ricordava il dottor Mujkanović. “Ero ormai crollato psicologicamente”, ha ammesso poi.

Durante l’ultima evacuazione dei ferriti e malati più gravi da Srebrenica Nedret Mujkanović ottenne il permesso di imbarcarsi sull'elicottero dell'Alto commissariato dei rifugiati, con il consenso anche dei colleghi serbi, che stavano ispezionavano l’evacuazione. L’arrivo del dottor Mujkanović all’aeroporto di Tuzla, nell'aprile del 1993 è stato così descritto da Peter Maas, giornalista americano, autore del libro “A story of War”( Una storia della guerra):

“Quasi tutti coloro i quali scendevano dall'elicottero erano sulla barella o con le stampelle. In quella confusione totale, tra le grida dei feriti, le urla di chi rilasciava ordini e le sirene dei mezzi sanitari, nell’ammasso di militari, giornalisti e osservatori internazionali, tra gente con addosso solo stracci e dalla forte puzza emerge una figura dalle spalle larghe, vestito in giacca di seta, con luccicanti scarpe italiane e un berretto alla francese sulla testa. Sembrava un signore della guerra, un contrabbandiere che aveva corrotto qualcuno per imbarcarsi sull’elicottero. Era il dottor Nedret Mujkanović, il medico di Srebrenica”.

Quando la gente di Srebrenica infatti seppe che il dottor Nedret stava per lasciarli lo vollero vestire adeguatamente. Non volevano che il loro medico si presentasse come un poveraccio. Qualcuno portò una giacca di seta, qualcuno i pantaloni adoperati solo una volta, per il matrimonio, qualcuno le scarpe italiane conservate come ultima moneta di scambio per un chilo di pane, lo zucchero o la legna per riscaldarsi. Una fila di mille persone si creò per salutarlo. “Piangevano tutti, pure io”, raccontò il dottor Nedret.

Per anni, dopo la guerra, Nedret Mujkanović tenne lezioni, nelle università più prestigiose del mondo, sulla chirurgia di guerra che aveva imparato in circostanze così drammatiche. Ma non ha vissuto sulla sua fama. Ottenne alte specializzazioni e divenne direttore dell’ospedale di Tuzla.

Durante un'intervista con il giornalista americano Chuck Sudetic, Nedret Mujkanović definì chiaramente il peso di quell'esperienza e l'incubo che gli era rimasto dentro: “Si immagini uno che rappresentava l’unica speranza per tanti feriti gravi, uno che però non poteva fare tutto il necessario per salvare loro la vita”. Le vite perse, quello che non era riuscito a fare, condizionò la sua vita dopo la guerra. Il dottor Mujkanović aveva le spalle larghe, ma la sua anima non reggeva più. Nel dicembre 2008 si tolse la vita.