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Il sindacalista
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Data pubblicazione: 03.09.2009 11:27

(Foto Billjacobus 1, Flickr)
E' a capo di una delle maggiori confederazioni sindacali albanesi. La tutela e la sicurezza sul lavoro, il rapporto tra pubblico e privato, la disoccupazione e la necessità di riforme. La situazione del sindacalismo albanese in quest'intervista a Kol Nikollaj
Qual è la situazione dei sindacati albanesi oggi?

Si può dire che abbiamo superato la fase dell’emergenza iniziale, che caratterizzava i primi tempi del pluralismo in Albania. Attualmente esistono due raggruppamenti principali, l’Unione dei sindacati indipendenti e la Confederazione dei sindacati dell’Albania. Quest’ultima è la confederazione che io dirigo da quattro anni. Vi aderiscono 12 sindacati, provenienti da tutto il paese. Ha circa 110 mila iscritti ed è estesa su tutto il territorio.

Quali sono i risultati concreti che avete ottenuto in questi anni?

Nel corso degli anni siamo riusciti a firmare tre accordi nazionali con il governo. Purtroppo però, negli ultimi anni, la collaborazione con le istituzioni statali non sembra funzionare molto bene. Da tre anni non è stato firmato alcun accordo rilevante. Due anni fa, però, la protesta dei minatori di Bulqiza ha prodotto dei risultati molto importanti per il sindacato. Dopo di loro ci sono state decine di scioperi da parte di insegnanti, dipendenti dei trasporti pubblici ecc. E finalmente siamo riusciti a trasformare il primo maggio in giorno di protesta e non solo di festa e riposo.

Che rapporti avete con il resto della società civile?

Abbiamo vari rapporti di collaborazione sia con la società civile albanese che con organizzazioni non governative (ong) straniere. Una delle associazioni con cui abbiamo costruito un rapporto molto proficuo è l’italiana Arci. Con loro abbiamo organizzato ad esempio una campagna contro la corruzione. In Albania abbiamo un ottimo rapporto con Mjaft, con cui abbiamo condotto battaglie comuni per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori. Abbiamo collaborato con diverse ong che si occupano dei diritti delle donne, dai permessi di maternità alle condizioni di lavoro e con il Parlamento dei giovani, organizzando vari seminari per sensibilizzare i più giovani sui loro diritti.

Collaborate con sindacati esteri?

Sì, principalmente con i sindacati italiani come la CISL delle Marche o la CGIL di Napoli. Abbiamo anche altre collaborazioni, ma le più importanti per noi sono quelle italiane. L’Albania in genere vede il suo cammino europeo attraverso l’Italia, noi abbiamo oggi i problemi che i sindacati italiani avevano 30 anni fa e quindi la loro esperienza ci è estremamente utile.

Quali sono le iniziative di cui si sta occupando attualmente la confederazione dei sindacati?

A breve avrà luogo l’assemblea generale della confederazione, in cui prenderemo delle decisioni di cruciale importanza per il nostro futuro. Da tre anni stiamo riformando le strutture e tutti i documenti base della confederazione.

In cosa consiste la riforma che state attuando?

Vogliamo apportare una maggiore democrazia rappresentativa all’interno della confederazione e avere una maggiore copertura territoriale. Un altro obiettivo molto ambizioso è quello di far acquisire maggiore importanza ai sindacati nel settore privato, in cui risultano assunti il 76% dei lavoratori albanesi. Ad oggi i lavoratori del settore privato presenti nei sindacati sono solo il 10%. Un altro problema è quello di creare migliori rapporti con i giovani e le donne, e con le vittime della transizione cioè quei lavoratori che a causa dei bruschi cambiamenti e privatizzazioni sono rimasti senza lavoro.

Come pensa si possa instaurare un rapporto con il settore privato?

Stiamo riformando le nostre strutture, che sono state concepite nel 1991, quando la maggior parte delle imprese erano pubbliche e il settore privato costituiva una minoranza irrisoria. Ora la situazione si è letteralmente capovolta ed è indispensabile dare voce ai lavoratori del privato. Sono stati creati dei sindacati ad hoc, anche per figure professionali che prima non esistevano e che ora esercitano le proprie professioni nel privato. Attualmente notiamo un lieve aumento delle adesioni. Uno scarso rapporto con il settore privato ci rende inoltre vulnerabili e in balia dello Stato, con cui siamo attualmente in conflitto per i diritti sulle nostre proprietà.

Cioè?

Noi siamo eredi delle unioni professionali che esistevano durante il regime. Come è avvenuto in tutti i paesi post-comunisti, dopo che ci siamo affermati come eredi delle unioni professionali abbiamo ereditato le loro proprietà. Nel ’98, grazie a una legge sulla proprietà privata, siamo stati riconosciuti come titolari legittimi di questi diritti. Negli ultimi giorni, invece, abbiamo appreso dai media che il governo - senza consultarsi con noi - ha preparato un progetto per abrogare la legge del 1998 e riprendersi le nostre proprietà per poi restituirle agli ex proprietari. Non abbiamo nulla contro la riparazione di un’ingiustizia storica come la statalizzazione e l’espropriazione che ha avuto luogo durante il regime, ma non è il caso di riparare ad un’ingiustizia storica con un’altra ingiustizia. Si tratta inoltre di una legge anti-costituzionale perché legittima un’azione che può avvenire solo in due casi, per interesse pubblico o nel caso in cui le proprietà siano state utilizzate per attività criminali. Ma a quanto pare ci sono interessi particolari presso il governo. D’altronde in un paese come l’Albania, dove le proprietà possono essere vendute anche a un euro, come ci dimostra il caso Fazlic, nulla ci deve più stupire.

Che tipo di rapporti ci sono tra i due raggruppamenti sindacali del paese?

Il fatto che esistano due raggruppamenti deriva dal periodo in cui i sindacati sono stati creati. L’Unione dei Sindacati Indipendenti è nata come un raggruppamento anti-comunista. Si trattava principalmente di anti-comunisti e in particolar modo di lavoratori che avevano scioperato contro il regime e il governo di Fatos Nano nel ’91. Da quel movimento hanno preso origine i sindacati. La Confederazione dei Sindacati Albanesi è invece la trasformazione pluralista delle unioni professionali esistenti ai tempi del regime. Entrambi sono membri dell’Organizzazione Internazionale dei Sindacati e in attesa dell’adesione all’Organizzazione Europea dei sindacati. Da tre anni abbiamo un accordo di collaborazione, ma naturalmente esistono anche dei problemi di natura politica a causa dei rapporti diversi che ognuno dei gruppi ha con il potere centrale.

Quali sono i problemi che affliggono il mondo del lavoro in Albania oggi?

Innanzitutto la disoccupazione, poi il lavoro nero e infine la sicurezza. L’Albania è un caso da studiare in materia di disoccupazione. Le cifre rese pubbliche dal governo albanese, secondo cui l’Albania ha un tasso di disoccupazione del 12 o 13%, non sono assolutamente realistiche. Noi abbiamo un istituto di studi, presso il sindacato, che è giunto alla conclusione secondo cui la disoccupazione in Albania si attesterebbe tra il 34% e il 46%, a seconda delle regioni. Le regioni, del sud-est e del nord-est, e le regioni rurali, presentano un tasso di disoccupazione altissimo. Le regioni costiere hanno invece un tasso di disoccupazione minore, ma mai inferiore al 30%. Finora il fenomeno è stato ammortizzato dalle rimesse dei migranti, che costituiscono 1/3 degli introiti albanesi. Ora, con la crisi, la situazione potrebbe cambiare. Un altro problema è il lavoro nero, contro cui abbiamo provato diverse strategie. Il problema è che con la nascita di nuove modalità di rapporti economici diventa sempre più difficile scovarlo. Molte famiglie albanesi ora assumono badanti, o baby-sitter, che vengono pagati in nero, e non esiste neanche la possibilità di legalizzarle perché sono figure professionali non riconosciute dalla legge. Molte imprese operano poi con due conti di bilancio. In generale il lavoro nero è ora più camuffato e l’ispettorato del lavoro, che dovrebbe lottare contro questo fenomeno, non ha potere. Un altro grave problema è la mancanza di sicurezza, nel settore privato nessuno si cura di rispettare le norme e le morti bianche sono all’ordine del giorno.