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Verità e Riconciliazione: il progetto di una Commissione in Bosnia Erzegovina
Osservatorio Balcani Guide per Area Bosnia Erzegovina Notizie
Data pubblicazione: 17.12.2002 00:00

Jakob Finci è presidente della comunità ebraica della Bosnia Erzegovina e iniziatore della associazione civica 'Verità e Riconciliazione'. In Italia per partecipare al convegno annuale di Osservatorio sui Balcani, in questa intervista illustra il progetto della Commissione e descrive la situazione attuale della comunità ebraica bosniaca
Jakob Finci
OB: A che punto sono i lavori preparatori della Commissione sulla Verità e Riconciliazione in Bosnia Erzegovina?

Jakob Finci: Tutti i lavori preparatori sono conclusi. In particolare, abbiamo predisposto una proposta di legge quadro in accordo con i rappresentanti del Tribunale dell’Aja. Non vogliamo che il lavoro della Commissione interferisca con quello del Tribunale e viceversa.


OB: Chi sosterrà finanziariamente la Commissione?

Jakob Finci: Non appena la legge sarà votata in Parlamento organizzeremo una mini-conferenza dei donatori. Il costo totale per sostenere la Commissione, che lavorerà per 30 mesi - 6 mesi di lavori preparatori, 18 mesi di raccolta di testimonianze e 6 mesi per il rapporto finale - sarà tra i 12 e i 15 milioni di euro. Speriamo di raccogliere questi fondi in parte localmente, in parte da donatori internazionali. Abbiamo già avuto degli impegni in questo senso da parte di alcuni Paesi e di alcune organizzazioni internazionali. Questi 15 milioni possono sembrare una cifra enorme ma si tratta di meno dell’uno per cento di quanto la Nato spende nel Paese ogni anno per la forza multinazionale di pace.

OB: Alcuni suggeriscono che invece di tante Commissioni Paese per la ex Yugoslavia sarebbe più utile una Commissione unica, con una dimensione regionale. Cosa pensa di questa proposta?

Jakob Finci: E’ chiaro che si tratta di una questione regionale ma credo che ogni Paese dovrebbe cercare di risolvere i propri problemi. Non possiamo aspettarci che ad esempio dalla Serbia si faccia una investigazione su Srebrenica o che in Croazia si raccolgano testimonianze su quanto è accaduto in Kosovo, penso che ogni Paese dovrebbe affrontare autonomamente le varie questioni. Allo stesso tempo dobbiamo essere assolutamente aperti e disponibili alla cooperazione con le altre Commissioni che operano nella regione.
Il secondo problema che vedo relativamente ad una Commissione unica è definire quale autorità dovrebbe avere il potere di nominarne i membri, quale 'l’ombrello' sotto cui questa Commissione lavorerebbe. Dico questo perché penso che il risultato più importante della Commissione sudafricana sia stato il suo essere una Commissione dello Stato… Secondo noi è lo Stato l’autorità che deve sostenere tali Commissioni. Un gruppo di ONG provenienti da diversi Paesi, ad esempio, non potrebbe realizzare la Commissione di cui abbiamo bisogno localmente. Nella fattispecie si tratta di una questione bosniaca, che i Bosniaci devono affrontare, così come ad esempio i Serbi dovrebbero affrontare le proprie questioni.

OB: Quando dice i Bosniaci intende quindi lo Stato?

Jakob Finci: Non solo. La caratteristica importante di questo progetto è che viene portato avanti dalla società civile, dalle ong. Alla fine del percorso tuttavia è importante che ci sia il sigillo dello Stato per dimostrare che non si tratta solo dell’azione di pochi lunatici della società civile... Tutti i diversi soggetti devono collaborare insieme cercando di raggiungere una sorta di consensus.

OB: Come funzionerà concretamente?

Jakob Finci: La Commissione lavorerà per 30 mesi. Dopo l’approvazione della legge, il Parlamento sceglierà 7 commissari provenienti dai diversi gruppi etnici e dalle diverse parti del Paese. I membri della Commissione saranno proposti dalla società civile per un numero totale di 40, e il Parlamento ne sceglierà 7 da questa lista. Questo gruppo di 7 persone adotterà il regolamento procedurale, che è già in fase di elaborazione, e organizzerà poi 13 uffici sul campo, per rendere possibile alla gente di raggiungere la Commissione in meno di un’ora di viaggio in macchina. Questi uffici saranno aperti senza prendere in considerazione i confini inter-entità, le circoscrizioni cantonali o altro, ma verranno dislocati in modo da rendere possibile e facile l’accesso alla Commissione da parte di tutti. In questi uffici sul campo ci aspettiamo di ascoltare da 5 a 7.000 testimoni.

OB: La gente dovrà semplicemente raccontare la propria storia?

Jakob Finci: Sì, la Commissione non avrà una funzione giudicante né investigativa ma avrà una funzione simile a quella di uno psicologo il cui obiettivo principale è quello di ascoltare attentamente, facilitando il racconto. Tutte le testimonianze saranno classificate indicando nomi, date e luoghi, per cercare di ricostruire ogni storia in maniera completa, con la rappresentazione dei diversi punti di vista. In ogni conflitto infatti si hanno perlomeno due parti, quindi bisogna ascoltarle entrambe. Dopo aver raccolto le testimonianze, la Commissione redigerà un rapporto finale senza porre all’indice singoli individui ma cercando di coinvolgere i media, le comunità religiose, i partiti politici e le ONG bosniache e internazionali.

OB: Quindi i risultati saranno resi pubblici?

Jakob Finci: Sì, questo rapporto sarà inviato al Parlamento insieme alle raccomandazioni sui passi necessari da intraprendere. Se il rapporto sarà adottato dal Parlamento, esso obbligherà il Governo a mettere in pratica le raccomandazioni ivi contenute e a relazionare ogni anno per i cinque anni seguenti al Parlamento su quanto è stato fatto. Sarà quindi il Governo ad essere responsabile della realizzazione delle raccomandazioni. Dopo un lavoro a stretto contatto con i Sudafricani, ci siamo infatti resi conto che quest’ultimo elemento mancava nella loro esperienza. Avevano compilato un rapporto di cinque volumi senza delle raccomandazioni precise... Questo ci sembrava lasciare monco il lavoro della Commissione.

OB: oltre ad essere il presidente della associazione civica 'Verità e Riconciliazione', lei è anche il rappresentante della comunità ebraica della Bosnia Erzegovina. Ci può raccontare qual è la situazione della vostra comunità oggi nel Paese?

Jakob Finci: Non abbiamo nessun problema particolare legato alla nostra nazionalità, condividiamo gli stessi problemi di tutti gli altri cittadini della Bosnia Erzegovina e quindi principalmente lo stato di crisi dell’economia e gli altissimi livelli di disoccupazione.

OB: quanti sono gli Ebrei oggi in BiH?

Jakob Finci:
Sono stati quasi tutti espulsi o uccisi durante la seconda guerra mondiale. Oggi ce ne sono circa un migliaio, di cui 700 vivono a Sarajevo e piccole comunità sono presenti nella Federazione a Mostar, Zenica e Tuzla e in Republika Srpska a Banja Luka e Doboj. Queste 6 comunità tutte insieme lavorano con gli altri cittadini e gli altri gruppi etnici. Abbiamo buoni rapporti con tutti e tre i maggiori gruppi del Paese così come con le comunità religiose, cercando di superare i problemi del passato e di costruire un futuro per i nostri bambini. Quando si parla di riconciliazione, ad esempio, per la mia generazione è probabilmente troppo tardi… Il lavoro che facciamo è per il bene dei nostri figli e nipoti.

OB: Avete un vostro sistema di educazione?

Jakob Finci:
No, utilizziamo le scuole pubbliche. Abbiamo solo una nostra scuola domenicale di storia e cultura ebraica per i giovani.

OB: Vi sono state sinagoghe danneggiate o distrutte nel corso del recente conflitto?

Jakob Finci:
No, erano tutte state distrutte nel corso della seconda guerra mondiale. In questa guerra le sinagoghe non sono state un obiettivo prioritario. Naturalmente, dal momento che la maggior parte di esse (cinque) sono situate a Sarajevo, alcune sono state danneggiate ma nessuna è stata completamente distrutta come è successo alle chiese e alle moschee nel resto del Paese.