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Albania: se le armi danno il pane ...
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Data pubblicazione: 03.02.2003 00:00

Un’intera cittadina albanese dipendeva da una locale azienda di produzione di armi, da anni oramai chiusa. Un reportage su come si vive a Poliçan, tra disoccupazione e morti premature.
Kalashnikov
Koha Jone (20.01.2003) pubblica un servizio sulla cittadina di Poliçan, nel sud dell’Albania, dove un tempo si producevano armi per l’esercito albanese, tra le quali il celebre Kalashnikov. La chiusura della fabbrica, che ha ormai cessato la produzione e si trova in uno stato di abbandono, ha influito pesantemente sull’economia della città duramente colpita dalla disoccupazione.
La nascita di Poliçan risale agli inizi degli anni ’60, ai tempi in cui l’Albania ruppe i legami politici ed economici con l’URSS. La necessità di produrre autonomamente le armi in dotazione all’esercito portò alla creazione della fabbrica ed alla conseguente edificazione di una città che desse accoglienza agli operai che vi lavoravano. La forza lavoro inizialmente fu reclutata tra i contadini della zona ma in un secondo tempo vi furono impiegati soprattutto giovani provenienti da altre parti del Paese affinché si specializzassero nell’uso delle nuove tecnologie di produzione.

Negli anni ’70, all’epoca delle relazioni privilegiate con la Cina, la fabbrica di armi di Poliçan vide l’arrivo di numerosi ingegneri e tecnici cinesi, aumentò la produzione e si ingrandì fino ad accogliere 10.000 lavoratori. Centinaia di specialisti, tra cui il figlio maggiore di Enver Hoxha, nel corso degli anni furono inviate da tutto il Paese a lavorare in quella fabbrica affinché potessero “venire educati insieme alla classe operaia albanese”.
La cittadina venne gradualmente trasformata in una specie di fortezza nella quale vigeva il segreto militare e della quale si sapeva solamente che vi si producevano, sotto la supervisione di esperti venuti dalla Cina, i mitragliatori Kalashnikov.

Dopo il 1990, con la caduta del regime, molte fabbriche fallirono o dovettero cessare la propria attività perché schiacciate dalla repentina trasformazione economica. Anche la fabbrica bellica di Poliçan chiuse in quella fase ma la sua completa devastazione avvenne solo durante i disordini del 1997 al momento del fallimento delle finanziarie piramidali. Fu allora che gli abitanti di Poliçan presero d’assalto la fabbrica saccheggiandola di tutto il materiale bellico in essa custodito: si calcola che in tutto il Paese, durante le violenze del 1997, fino a 550.000 armi di vario tipo, 20.000 tonnellate di esplosivo e 1,5 miliardi di munizioni finirono nelle mani della popolazione civile in rivolta.
Oggi Poliçan, che alla fine degli anni ’80 aveva circa 12.000 abitanti, non ne conta più di 8.000, 5.000 dei quali disoccupati. Ai cancelli della ex fabbrica militare si presentano ormai solo 150 lavoratori ed un solo giorno al mese quando vengono a riscuotere l’assegno dell’assistenza sociale con il quale mantengono le famiglie. Secondo le autorità locali sono molto scarse le possibilità di trovare lavoro nella zona.

A ciò si aggiunge il fatto che, come dimostrano le statistiche, la durata media della vita degli abitanti di Poliçan non supera i 50 anni. Le dure condizioni di lavoro a cui furono sottoposti, a stretto contatto con le sostanze tossiche impiegate nella produzione di armi, hanno lasciato un segno tra la gente della zona.
Oggi più di 500 persone in seguito agli anni di impiego presso la fabbrica di armi soffrono di malattie che colpiscono il fegato, il sistema nervoso o si manifestano in forma di reumatismi acuti. Negli ultimi due anni oltre 30 persone sono morte in conseguenza di tali affezioni e con il tempo tra la gente di Poliçan cresce la preoccupazione di avere contratto malattie trasmissibili ai figli. La storia di Poliçan, la città nata 40 anni fa intorno ad una fabbrica di armi, oggi è sinonimo di quella grande incertezza sul futuro che da anni colpisce una buona parte del Paese.