Balcani Cooperazione Osservatorio Caucaso
mercoledì 07 settembre 2022 17:27

 

Un’intervista: da Sarajevo un no a Bush

21.02.2003   

Nihad Kresevljakovic regista di un documentario sulla Sarajevo assediato. Parla di quella guerra, del lascito sul presente della capitale bosniaca. Ma parla anche della guerra di questi giorni, quella purtroppo sempre più vicina contro l’Iraq.
Un'inquadratura del film
Nihad Kresevljakovic è un giovane regista. Assieme al fratello Sead ha girato il film “Do you remember Sarajevo”. Un punto di vista differente da quelli tradizionali su ciò che è stata la guerra in Bosnia. Un film che “guarda dal di dentro”. Chiara Lugarini, coordinatrice per conto di Unimondo di un portale specifico sul sud est Europa lo ha incontrato ed intervistato. Per sentire innanzitutto quale fosse la sua opinione e l’opinione che si respira nella sua città, Sarajevo, sul rischio purtroppo imminente di una guerra in Iraq.



D. Quale la tua opinione generale sulla possibile guerra contro l'Iraq? E che impatto ha questa vicenda sull’opinione pubblica in Bosnia?
R. I mass media ci ricordano che oggi ognuno di noi è toccato dai problemi del mondo; in modo differente, ma tutti ne siamo toccati. Personalmente non credo che questo sia un attacco solo all'Iraq, ma anche un attacco all'Iran. E' una attacco alla Turchia, alla Malesia, al Pakistan, alla Palestina. Un uomo privo di una buona educazione – Bush – ha scelto, dopo la fine della guerra fredda, il mondo islamico come nuovo destinatario dei suoi attacchi, come nuovo “target”. In questo gioca anche l'influenza incredibilmente forte di Israele.

Ho un grande rispetto per gli Americani che hanno compiuto grandi e ottime cose nella storia mondiale. Sono una nazione stupefacente: per tanti aspetti gli Stati Uniti sono degli ottimi esempi per gli altri paesi, ma ci sono anche altri aspetti da non dimenticare. Gli Americani devono avere la guerra perché è parte della loro strategia economica e politica. Decidono di attaccare non perché credano che sia necessario, ma perché credono di essere abbastanza forti e potenti per farlo. Israele li ha aiutati ad individuare il nemico principale.
Sono convinto che le uniche ragioni di questo attacco siano la questione palestinese e il petrolio.
Se non ci fosse la questione palestinese, credo che i musulmani non sarebbero, ad esempio, così arrabbiati. Israele può fare ciò che vuole; il Primo ministro israeliano è un criminale di guerra ma per gli Americani questo non è un problema. Il problema sono quei ragazzini disperati che hanno deciso di usare il terrorismo come unico mezzo per continuare la loro lotta. So che questo non è corretto, ma non credo che ci sia nessuna differenza tra il terrorismo portato avanti da un paese e il terrorismo dei singoli. E' la stessa cosa.

Il petrolio è un altro fattore chiave per l'economia e per il processo di “colonizzazione” in corso, che è decisamente più forte del processo di globalizzazione. Anche l'intervento in Afghanistan fa parte di questo progetto colonizzatore. C'era una battuta che si diceva durante la guerra in Bosnia: la guerra sarebbe cessata se nel paese ci fosse stato il petrolio.

Non so quante persone credano che questo processo sia giusto; quanti siano pronti a continuare queste crociate. Non so quanti credano che i musulmani siano persone dall' “animo diabolico”. Io devo dire che non lo sono.

I paesi occidentali non conoscono molto dell'Islam e dei suoi problemi. L'Islam è una maniera di vivere, racchiude una civiltà particolare che ha le sue difficoltà. I musulmani non accettano molte cose della cultura occidentale; hanno il loro modo di pensare e questo è un loro diritto. Il fatto che la loro visione delle cose e del mondo si fondi su un libro sacro di oltre 15 secoli fa, non è qualcosa di pauroso, ma un fatto impressionante, incredibile.

Da un atro lato sta il complesso fenomeno dell'Olocausto e della terribile tragedia caduta sul mondo.
Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo tutti sentito le storie degli ebrei vittime di quel tempo. Le vittime non compaiono, non sono riconosciute come esseri umani, ma piuttosto come ebrei e sembra che il celebre “never again” di allora, non riguardi ogni genere di individuo ma solo una categoria specifica. Con la conseguenza che si possono uccidere palestinesi, ceceni, bosniaci ...

D. Perché tu e Sead avete deciso di fare un film come “Do you remember Sarajevo?” Guardandolo è evidente che si tratta di una maniera differente per descrivere la guerra: c'è, ad esempio, anche un fortissimo senso dell'umorismo... Quali erano le vostre intenzioni e che cosa avete voluto comunicare al pubblico?
R. Crediamo che fosse la maniera giusta per trattare l’argomento. Se qualcuno crede che vi sia nel film dello humor va bene. Ma va bene anche se pensa che non vi sia nulla di divertente in questa storia...se pensa che sia soltanto una storia triste.

Durante l'assedio eravamo a Sarajevo e ricordo perfettamente quello che accadeva. Anche durante il montaggio abbiamo invitato centinaia di persone differenti, sopravvissute, per controllare con loro se tutto quanto mostrato nel film fosse corretto, se fosse la maniera nella quale la gente ricorda Sarajevo.

Certo ci sono tante storie diverse nella guerra. Ci sono persone che hanno perso i propri figli...Per fortuna io non ho perso nessuno dei miei cari e non so quale sia la reazione naturale in queste situazioni. Se alcuni credono nella vendetta, io non sono fra coloro che direbbero che è sbagliato; è qualcosa che solo loro possono davvero sapere.

Nel film abbiamo voluto ricostruire l'intero periodo e il fatto di aver utilizzato video di quel periodo ci ha permesso di raggiungere un buon risultato. L'assedio di Sarajevo e la rivoluzione digitale sono stati due eventi paralleli e questa è stata la prima guerra di cui la gente comune ha potuto mostrare la propria rappresentazione.

Il fatto che i sarajevesi abbiano apprezzato il film è molto importante per noi: sono stati più di 10.000 quelli che lo hanno visto al cinema e poi è stato mostrato anche in televisione.

La nostra intenzione era di mostrare la vita durante l'assedio e per questo non ci siamo concentrati sulle uccisioni giornaliere. Sarebbe scorretto pensare che questo film voglia mostrare che la guerra ha anche degli aspetti positivi. Non c'è nulla di positivo nella guerra e per questo, infatti, abbiamo concluso il filmato mostrando le immagini dei cimiteri della città e con la frase “200.000 persone sono state uccise in Bosnia”. Questa è la realtà ed è ciò che ha determinato la nostra percezione della vita in quel periodo.

Non abbiamo voluto spiegare che cosa è accaduto a chi non era a Sarajevo in quegli anni. Non abbiamo voluto chiarire nulla. Ci siamo detti che sarebbe sbagliato se gli europei capissero adesso, dopo la guerra, che cosa è stato allora in Bosnia, se non sono riusciti a comprenderlo prima, durante la guerra. Questo film è la nostra memoria.

E voglio aggiungere che non dimenticheremo che i nostri “vicini” non si sono presi cura di noi in quel momento. Quali siano le ragioni per cui accadde, non lo sappiamo. Non hanno impedito che si continuasse ad uccidere, utilizzando, a proposito di quanto accadeva, l'espressione “guerra civile” invece di genocidio, aggressione...

Personalmente sono d'accordo con una frase del film “Welcome to Sarajevo”, scritto da un americano, che dice che se non si fosse trattato di mussulmani, il mondo avrebbe reagito contro l'ingiustizia. Penso, purtroppo, che sia vero.

Molti musulmani d'Europa, dopo l'11 settembre, si sentono come gli ebrei negli anni trenta. Non siamo ben accetti in Europa. I serbi e i croati, durante la guerra, per giustificare le atrocità fatte contro di noi, hanno sostenuto di proteggere l'Europa dall'Islam. E questo, sfortunatamente, è stato sufficiente. Dopo l' 11 settembre, in qualche modo, si sono trovati a poter dire: “vi avevamo detto che avevamo ragione”.


D. Ho l'impressione che nel film voi abbiate voluto mostrare come la gente cercava di mantenere una sorta di “felicità” anche durante la guerra; che abbiate cercato di mostrare che le persone abbiano cercato i modi per sopravvivere, per difendere una qualche “normalità” ( e penso, ad esempio, alla scena della gara di sci o alla canzone italiana Libertà). E' corretto? Quali aspetti della vita di allora avete voluto mostrare e perché?
R. Abbiamo voluto mostrare quello che era. Libertà è una bella canzone, è una canzone emotivamente forte. Abbiamo sentito che le immagini di Sarajevo assediata fossero quelle da associare a questa canzone. La libertà è un sentimento che ci appartiene, che è dentro di noi: ci crediamo.
Non volevamo mostrare di essere felici perché eravamo a Sarajevo o in Europa, ma che eravamo contenti e liberi dentro. Qualche volta, quando cammino per le strade dell'”Europa libera” provo ad immaginare come sarebbe se fosse accaduto qui. Probabilmente molto simile. Ma anche se sono “contento” della mia esperienza, so che è sbagliato augurarla a chiunque altro. Sono convinto che voi non vorreste.

Per quanto riguarda la normalità invece, quest’ultima è uno stato d’essere interessante. Credo che anche la guerra possa essere normale. Molto semplicemente, per me, ad esempio, lo è stata per anni; soprattutto qui in Bosnia. Mio padre è sopravvissuto al genocidio, mio nonno anche. Anni fa la Bosnia era il più grande paese dei Balcani; i musulmani bosniaci vivevano in ampi territori, mentre con gli anni sono stati spinti e chiusi in poche città. In un prossimo genocidio – che potrebbe benissimo esserci – ci stermineranno. Viviamo con questa consapevolezza.

So che i miei figli potranno essere il nuovo bersaglio, ma che cosa potrei fare? Trasferirmi altrove? In Iraq? In Turchia? In Italia? Negli Stati Uniti, magari? Desidero andare in tutti questi paesi ma solo come turista, non come rifugiato. Restare a casa mia: è forse un errore?


D. C'è una ragione particolare per cui il film è uscito dopo 10 anni dall'inizio della guerra? Pensi che solo ora i bosniaci e le bosniache siano in grado di “ritornare” agli anni della guerra?

R. Per noi la guerra non era finita. Avevamo un'ampia collezione di video che mostravamo a tutti coloro che tornavano a Sarajevo dopo la fine della guerra. Poi, in un certo momento, abbiamo semplicemente capito che sarebbe stato meglio realizzare un film da mostrare a tutti invece che usare pezzi di video differenti. E' così che abbiamo iniziato a lavorare.

Abbiamo lavorato nella nostra biblioteca di casa per più di tre anni. Guardavamo i video tutti i giorni (avevamo oltre 1000 ore di materiale), leggevamo i giornali di quegli anni e parlavamo molto con diverse persone di quel periodo. Nella nostra testa la guerra continuava. Siamo ritornati al tempo dell'assedio per ricostruire il punto di vista, la percezione, che avevamo allora. Non è stato facile; è stato emotivamente molto difficile. Ma è stato importante perché ci ha permesso di raggiungere, di costruire una storia vera.

Ed in realtà la guerra non è finita neppure adesso. Per fortuna non si uccide più, ma qualcosa è rimasto. Il paese è etnicamente diviso.


D. Il film si chiude con la frase “potevamo vivere anche senza questa esperienza”; un modo anche per superare l'usuale separazione che compare nei media, nell'opinione comune, fra chi è vittima della guerra (“loro”) e chi osserva da lontano (“noi”). Nessuno ha la guerra come esperienza necessaria per esistere e per vivere e il gioco fra i noi e i loro potrebbe sempre invertirsi rapidamente. Vuoi commentare questa frase?



R. Certamente noi avremmo potuto vivere senza questa esperienza. Molti individui non l'hanno vissuta, ma...Noi si. Ognuno deve trovare la maniera per gestirsi questo tipo di esperienza.
Non esiste, credo, una divisione fra i “loro” e i “noi”. L'unica divisione è fra buoni e cattivi e non credo che ci sia un accordo su chi siano i cattivi e chi i buoni.
Come potremmo saperlo, infatti? Il Presidente americano ce lo vuole dire. Io non gli credo, ma molti altri si.

D. Quali sono i prossimi progetti su cui tu e Sead pensate di lavorare?

R. Il nostro prossimo lavoro è un documentario “Gemelli a New York”. Io e Sead siamo gemelli ed eravamo a New York solo qualche mese prima dell'11 Settembre. Sarà un film sull'identità. Certo....solo se troveremo i finanziamenti, cosa non facile in Bosnia dove l'economia è ancora distrutta.


intervista a cura di Chiara Lugarini



Milano, 6 febbraio 2003
Consulta l'archivio