Balcani Cooperazione Osservatorio Caucaso
mercoledì 07 settembre 2022 17:25

 

Giochi di conoscenza

25.09.2003   

Simonetta Donsante è membra dell'Arci di Cremona e dell'ADL di Zavidovici. Quest’estate ha trascorso un mese in Bosnia per lavorare ad un progetto di animazione socio-culturale di cui era coordinatrice. Ha inviato uno scritto all’Osservatorio.
Un disegno
“Zavidovici mi manca molto, mi manca il suo ritmo lento e dilatato, la gente chiassosa che non se ne vuole mai andare, i bambini, la caserma, la strada sotto il sole bollente delle due di pomeriggio, voi. Anche questa volta mi ha lasciato dentro qualcosa di speciale perché…fuori dalla nostra quotidianità scopriamo e vengono fuori aspetti che quasi non sapevamo di avere…” Mara, Cremona.
“…ho pensato continuamente a tutti voi, ai bambini di Zavidovici e alle decine di stelle cadenti viste in quei giorni”, Anna, Alba.
“… mi mancate molto, il rientro al solito lavoro, la perdita di quella dimensione e atmosfera mi ha buttato davvero un po’ giù, ma ci rifaremo a fine ottobre…” Simona, Alba.
“…oggi ho parlato con il direttore. Lui mi sembrava molto contento per il contributo e il lavoro in generale. Si chiedeva se questo lavoro potessero farlo i ragazzi bosniaci da soli…mi mancate tutti voi...” Sladjio, Zavidovici.
“…vi siete subito adattati alle comodità delle vostre case, all’acqua, alla camera singola o doppia…io rimpiango tutto e tutti, vorrei di nuovo ripartire e abbracciare i bimbi e voi”, Manuela, Alba.
“…sono contenta di aver lavorato con voi, è fantastico, grazie…” Amra, Zavidovici.

Questi sono solo alcuni estratti di una serie di mail ricevute al rientro da Zavidovici, (Bosnia centrale), dopo aver trascorso un mese tra caldo, fiumi prosciugati e odore di legno.
Siamo partiti in 43, ragazze/i di età compresa tra i 17 e i 30 anni. Stavamo in una baracca all’interno di un complesso edilizio in disuso ormai da due anni, confinante con la “Krivaja”, la storica – stoica direi – fabbrica del legno. Un tempo era una caserma dell’esercito, e prima ancora un posto per i giovani. Ora é uno spazio vuoto. Solo una baracca, accanto alla nostra, ospita degli sminatori, “ne avranno per almeno 40 anni…”, dice Sladjio (delegato Adl a Zavidovici).
Dormivamo divisi in due grandi camerate su brande di ferro forniteci dall’esercito di Zenica. Disponevamo di un grande refettorio fatto di banchi e sedie prestate da un asilo, una stanza per cucinare, il lavatoio, due docce, di cui una sempre ghiacciata, quattro bagni di cui due sempre guasti. L’acqua mancava tutti i giorni dalle 23.00 alle 6.00 e nei weekend ad orari imprevedibili. Ci arrangiavamo riempiendo bottiglie, secchi e tinozze.
Questa per un mese è stata la nostra “casa”, alla fine veniva spontaneo chiamarla così.
Eravamo a Zavidovici per la realizzazione del progetto “Strani-Vari”: centri estivi sull’ecologia per i bambini della I e II Osovna Skola. Dal lunedì al venerdì la sveglia suonava alle 6.30/ 7.00. Alle 8.30 iniziavano le attività nelle scuole. Dopo la prima mezzora di animazione, i bambini venivano divisi in laboratori: carta, cartone, plastica, stoffa, latta. Dipingevano, costruivano giochi o oggetti utilizzando i materiali riciclati da noi in caserma, oppure raccolti nei bar della città. Abbiamo fornito loro tutto il materiale necessario, raccolto nei mesi precedenti in Italia da associazioni, enti locali, organizzazioni, ma soprattutto da privati cittadini di Alba, Brescia e Cremona: familiari, studenti, lavoratori, amici, conoscenti, simpatizzanti…
Nella seconda parte della mattinata giocavamo all’aperto e alle 12.00 iniziava il laboratorio di teatro tenuto da qualche ragazzo del gruppo teatrale di Zavidovici. Nelle ultime settimane, in vista della festa conclusiva, i bambini si dividevano in vari laboratori espressivi a seconda delle loro attitudini: canto, danza, teatro e poesia.
I bambini erano sorprendentemente coinvolti, lavoravano su una stessa attività anche per più di un’ora, cosicché quasi ogni pomeriggio eravamo costretti ad arricchire il programma e inventarci giochi e attività nuove da proporre. Erano ordinati, educati, composti come piccoli soldati…inizialmente. Verso la fine del centro estivo erano sempre più vivaci e chiassosi. Erano affettuosi. Portavano sempre regalini per noi. Ci dedicavano i loro disegni. Ci correvano incontro vedendoci per strada. Ci abbracciavano, ci baciavano. Qualcuno veniva addirittura a trovarci a casa. E qualcuno ci ha invitato anche a casa propria a bere un caffè. Il centro estivo finiva alle 13.30.
A metà pomeriggio, salvo riunioni e lavoro da preparare per l’indomani, si andava spesso al fiume, come fanno tutti i bosniaci. C’era un gruppo di ragazzi, più o meno legati al centro giovani cittadino, che si presentava puntualmente a casa nostra. Prendevamo un caffè insieme, si conversava o si andava a fare il bagno. Alle 19.00 un gruppo di noi tornava in città per tenere un corso di italiano per principianti. Avevamo due classi di “studenti” dai 14 ai 45 anni. Anche con loro si è creato un tenero legame.
La sera i bosniaci tornavano e stavamo seduti davanti alla porta di casa a parlare, bere, cantare e suonare la chitarra fino a tarda notte. Due ragazzi italiani qualche sera hanno improvvisato spettacoli da giocolieri in città, per strada o nei bar. La gente incuriosita si fermava e partecipava. I nostri bambini impazzivano per “Bingo e Baloo” e i loro schiamazzi attiravano l’attenzione di tutta la cittadinanza.
Il weekend ci si rilassava: chi coglieva l’occasione per visitare Sarajevo o Mostar, chi andava a Kamenica a farsi un bagno con i bosniaci e a trovare i ragazzi del campo di ecologia. Chi rimaneva in città, come me, per trascorrere del tempo con gli amici di Zavidovici. Una domenica abbiamo noleggiato un pullman e siamo andati a fare una gita al fiume con tanto di grigliata di cevapi e funghi. Eravamo più di 40 tra italiani e bosniaci.
Spesso avevamo “ospiti”: un gruppo di ragazzi da Prijedor; qualche amico italiano di passaggio; un gruppo di turisti italiani impegnati in un progetto di turismo responsabile; un paio di cooperanti da Sarajevo; qualche soldato della Kfor turca di stanza a Zenica.
Costituivamo l’attrazione della città. Spesso per strada ho avuto la sensazione che tutti sapessero chi ero. Mi sentivo spiata da una serratura. Talvolta sentivi urlare “Buongiorno! Come stai!”. Tutti sapevano dove stavano “gli italiani”. Qualche volta mi sentivo “invadente”, come se turbassimo un equilibrio, una quiete, come se sconvolgessimo una normalità.
Il 16 agosto c’è stata la festa finale nella piazza principale della città. Hanno partecipato circa 80 bambini esibendosi davanti ai propri genitori e non solo. La piazza era gremita e i bambini talmente sovreccitati e frenetici che a fatica riuscivamo a tenerli. Poi ci siamo salutati. Alcuni erano disperati. Lacrime, abbracci: “Vidimo se, oktobar”; “don’t cry we’ll see again”. E noi eravamo stanchi, commossi e un poco orgogliosi perché ce l’avevamo fatta. Lanciavamo occhiate complici ai nostri amici bosniaci, i ragazzi del centro giovani che hanno lavorato con noi durante il mese, anche loro soddisfatti.
Con loro talvolta abbiamo avuto problemi, difficoltà, incomprensioni, tensioni. Sotto certi aspetti siamo diversi, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Abbiamo differenti approcci dal punto di vista relazionale, un diverso modo di vivere le situazioni in gruppo e il rapporto con l’altro sesso. Di questo ne abbiamo parlato, talvolta scontrandosi e facendo musi lunghi. Ma è stato interessante. Come un gioco dove hai solo da imparare. Sono sorti aneddoti, un linguaggio comune, quel codice che si crea sempre in un gruppo di amici, si sono create sinergie, situazioni equivoche e intriganti, nuove amicizie, discordie, scherzi reciproci, amori…insomma è successo tutto ciò che succede normalmente tra i giovani. Ci hanno parlato di sé, dei loro sogni, delle loro prospettive, della guerra, del loro Paese, della loro città, della loro voglia di andarsene e venire in Italia. E noi abbiamo fatto altrettanto. Quando raccontavano qualche vicenda “bellica” li stavamo a sentire senza dire nulla, tentando solo di capire qualcosa in più. Tramite i bambini siamo entrati nelle case e abbiamo constatato che a Zavidovici tante famiglie sono povere e non sanno cosa dare da mangiare ai figli. Che non c’è lavoro, e l’alcol e le sigarette sono placebo. Che le persone non sono più quelle di 15 anni fa: sono tristi, spente, pazzi. Che qualcuno possiede ancora le armi. Che vedono prospettive solo al di là della propria frontiera. Che il conflitto tra etnie è ancora vivo. Sebbene per noi sia difficile coglierlo nell’immediato, per loro è cogente: quando cercano lavoro, quando devono beneficiare di qualche straccio di aiuto o servizio sociale, quando alle frontiere o lungo le strade controllano i documenti, quando devono richiedere i visti in ambasciata.
Credo che per noi sia stato un salto in una dimensione socio-culturale diversa e una messa in gioco in prima persona. Così, siamo tornati emotivamente “sconvolti”, ognuno a suo modo. È difficile spiegare con parole cosa implica una simile esperienza, perché comporta un coinvolgimento plurisensoriale. Bisogna esserci per capire e continuare, per questo torneremo a Zavidovici in ottobre, per pensare insieme agli amici bosniaci all’evoluzione di questo progetto e preparare “Strani-Vari 2004”.


Simonetta Donsante
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