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mercoledì 07 settembre 2022 16:29

 

La Slovenia ed i mercati del sud est

11.02.2004   

Gorenje, Lasko, Radenska. Marche ben conosciute nei mercati delle ex Repubbliche della Jugoslavia. Con l’entrata nell’UE però i prodotti sloveni subiranno dazi all’export che influiranno sino del 30% sui loro prezzi. A Lubjana intanto ci si attrezza.
Gorenje, elettrodomestici sloveni
Di Donald F. Reindl – Radio Free Europe
Traduzione a cura dell’Osservatorio sui Balcani


La Slovenia già percepisce i vantaggi economici che potrebbero arrivare con l’Unione europea, in particolare l’accesso libero ai mercati europei. Ma l’allargamento potrebbe creare anche problemi ad alcuni settori dell’economia slovena.
Il primo maggio decadrà automaticamente il trattato di libero scambio firmato dalla Slovenia con le altre Repubbliche dell’ex-Jugoslavia ed ai beni sloveni si applicheranno nuove tariffe doganali sino a raggiungere, in alcuni casi, un 30% del prezzo originale. Lo riporta il quotidiano “Delo” dello scorso 28 dicembre.
Le nuove tariffe riguarderanno tutti i membri dell’Unione ma avranno naturalmente effetti in particolare sulla Slovenia che conserva forti legami economici con i mercati del sud est Europa. France But, Ministro per l’agricoltura sloveno, su “Delo” del 3 gennaio sottolinea come le nuove regole colpiranno in particolare il settore agro-alimentare dell’industria slovena.
L’Unione Europea non ha alcun accordo sul commercio con la Bosnia Erzegovina ed ha accordi asimmetrici con la Croazia e la Macedonia. Permette loro di esportare alcuni beni a tariffe ridotte nel mercato europeo ma non può avvenire viceversa.
Prima del crollo della Jugoslavia, nel 1991, la Slovenia godeva di una posizione privilegiata nel mercato interno jugoslavo grazie alle sue industrie ben strutturate ed una manodopera altamente specializzata. Materia prime o semilavorati venivano inviati da altri luoghi della Jugoslavia in Slovenia dove venivano trasformati in beni finiti poi esportati verso l’occidente o rivenduti, con profitto, nelle altre Repubbliche.
Nel 1949 l’ideologo comunista Edvard Kardelj ed il Ministro per l’economia Boris Kidric – entrambi sloveni – decisero di promuovere in Slovenia un’industrializzazione più rapida che in altre parti del Paese, avvantaggiandosi del relativamente già avanzato stadio di sviluppo della regione. Questa ed altre decisioni lanciarono la Slovenia ai vertici della modernizzazione economica nel sud est europeo.
Le tensioni nazionali iniziarono a disgregare il modello economico jugoslavo ben prima che crollasse la Jugoslavia. Più il benessere cresceva più gli sloveni percepivano negativamente la necessità di ridistribuire, attraverso il budget federale, la ricchezza con altre Repubbliche meno sviluppate, investendola in industrie datate e on poche prospettive.
Accuse di sfruttamento arrivavano da entrambe le parti in causa: gli sloveni si lamentavano di essere privati di risorse che avrebbero potuto investire in modo più efficiente autonomamente; le altre Repubbliche affermavano che la crescita slovena avveniva sulle loro spalle. Gli economisti Mojmir Mrak e Joze Damijan descrivono bene come si decise di imporre sui beni sloveni una sorta di dazio, il che portò lentamente il mercato interno al collasso (vedi la loro ricerca).
Dopo l’indipendenza la Slovenia ha ricostruito molti dei legami economici che aveva con le Repubbliche jugoslave. Nonostante i maggiori partner commerciali rimangano Germania ed Italia, sia per quanto riguarda le importazioni che le esportazioni, intensi rapporti, per quanto riguarda le esportazioni, esistono anche con la Croazia, la Bosnia Erzegovina, la Macedonia e la Serbia Montenegro. Per l’export però la questione è diversa. La Croazia, nel 2003, è il quinto Paese dal quale la Slovenia importa maggiormente. Ma nessuna delle altre Repubbliche è riuscita ad entrare tra i primi 20 Paesi dai quali la Slovenia si rifornisce.
La Slovenia, rispetto alle altre ex Repubbliche, ha una bilancia commerciale sempre in attivo. Da un minimo del 200 per cento ad un massimo del 600 per cento. Il mercato del sud est Europa è estremamente attraente per i settori industriali sloveni meno competitivi vista una domanda di bassa qualità. In particolare per quello agricolo, quello alimentare, quello chimico e per quanto riguarda il legname. Un solo esempio riportato da “Delo”. Il 30% della produzione di latte slovena viene esportato, l’85% di questo verso Paesi della ex-Jugoslavia.
Questi ultimi hanno poco da offrire in cambio. Sempre su di un articolo di “Delo” si nota come nel 2003 la Slovenia ha esportato beni in Montenegro per un valore di 51 milioni di dollari mentre ne ha importati solo per un controvalore di 78 mila dollari. Il Montenegro poco può offrire oltre al turismo, il vino ed i distillati.
Dati simili anche per quanto riguarda i rapporti con la Macedonia. 23 milioni di export, per la maggior parte acqua minerale, carne in scatola e salumi e 6 milioni di import: vino, tabacco e pomodori che vengono diretti verso nord. La Macedonia sarebbe interessata ad aumentare le proprie esportazioni verso la Slovenia di metalli e prodotti chimici.
Un modo con il quale la Slovenia ha provato a riequilibrare il rapporto import-export è quello degli investimenti diretti nelle altre ex Repubbliche. Lo scorso anno 220 aziende slovene sono state registrate in Bosnia Erzegovina. E sembra ve ne siano molte altre interessate. Nel settembre del 2003 Dragan Covic, membro della Presidenza bosniaca, approfittò di una visita ufficiale a Lubiana per invitare gli imprenditori sloveni a partecipare, nel febbraio 2004, ad una fiera per gli investitori organizzata a Mostar. La Slovenia è già attualmente uno dei maggiori investitori stranieri in Bosnia Erzegovina.
Le altre ex Repubbliche jugoslave vedono l’entrata della Slovenia nell’UE come un’opportunità per rettificare l’andamento delle bilance commerciali. “Delo” lo scorso 28 dicembre notava come gli importatori spesso venivano attaccati sui media macedoni quali responsabili di bilance commerciali pesantemente passive.
D’altro canto gli imprenditori sloveni temono invece che, dati i nuovi dazi, a trarne vantaggio potrebbero essere i colleghi serbi, che potrebbero aumentare le loro fette di mercato alle spese della Slovenia.
Vi è un chiaro interesse sloveno a proteggere i propri interessi commerciali nel sud est Europa che emerge anche dal pieno appoggio che viene dato all’allargamento dell’Unione verso sud. “Ma questo deve avvenire in tempi relativamente rapidi perché i prodotti sloveni non godranno all’infinito di vantaggi comparati derivanti da marchi già conosciuti nel sud est Europa”, ha commentato a “Delo” Silvester Cotar, della Camera di Commercio slovena.
Inoltre la somiglianza delle lingue parlate e le affinità culturali non potranno che significare, nel riavvicinamento tra le ex Repubbliche, opportunità economiche.

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