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mercoledì 07 settembre 2022 17:23

 

Generazione 73*

16.04.2004    scrive Andrea Rossini

Quando è iniziata la fine della Jugoslavia, avevano 18 anni. Sono quelli della generazione 73, passati dall’esame di maturità alle trincee. Come vivono oggi, come hanno rielaborato questi anni? Una nostra intervista
Sarajevo, la Biblioteca (foto Mik Pik)
*Abbiamo incontrato l’intervistato in Italia, nel corso di una iniziativa organizzata da una associazione attiva da anni nella ex Jugoslavia. L’intervistato, che ha preferito mantenere l’anonimato, è bosniaco. Nato nel 1973, vive a Y, una media cittadina della Bosnia centrale. Per i temi affrontati, l’intervista si ricollega idealmente alla serie di materiali da noi pubblicati nelle scorse settimane sul tema de “L’Islam bosniaco”. Il titolo dell’intervista è tratto da una poesia dell’intervistato


Quanti anni avevi quando è scoppiata la guerra?

Diciotto

Da cosa hai capito che ci sarebbe stata la guerra?

Ero alla fine delle superiori, all’ultimo anno. In marzo ci sono state le manifestazioni e barricate a Sarajevo. Poi, in aprile, in alcune città della Bosnia sono cominciati gli scontri, attacchi aperti contro la gente, per lo più contro i Musulmani, cioè i Bosgnacchi, e i Croati. In quel periodo a Y le cose erano abbastanza normali, ma dalla televisione venivo a sapere cosa stava succedendo, e non riuscivo a crederci. A scuola sono cominciate a succedere cose strane, praticamente ogni giorno c’era qualche studente in meno, mancava sempre qualcuno, per lo più gli studenti di nazionalità serba. Giorno dopo giorno vedevamo che c’era qualcuno di meno. A quel punto abbiamo capito che sarebbe successo anche nella nostra città.

Cosa hai pensato?

Da bambino, alle elementari, sentivo parlare della guerra tra Iraq e Iran. Vedevo le immagini in televisione, succedeva in un Paese lontano, dicevo: “Qui non può succedere…”. Nel 1991, quando la guerra è iniziata in Slovenia, e poi in Croazia, è arrivata più vicino, ma anche così non potevo ancora credere che sarebbe arrivata a casa mia. Le cose accadono, ma non vuoi credere che accadranno nel tuo Paese. Nel 1992, in marzo, dopo il referendum per l’indipendenza, sono cominciate le dimostrazioni. La situazione si è calmata per circa un mese, ma poi in aprile è ripreso. Ci sono state delle grosse manifestazioni, a Sarajevo, anche da Y sono andati in molti a manifestare per la pace, c’era gente da tutta la Bosnia. Anche mia sorella, quella più giovane, era andata a manifestare. Poi i cecchini hanno cominciato a sparare sui manifestanti…

Cosa ricordi di quelle manifestazioni?

Erano manifestazioni per la pace, contro la guerra, per la vita insieme. La manifestazione più grossa è stata quella del 6 aprile, quando hanno sparato e c’è stata la prima vittima, Suada Dilberovic mi sembra… Ora c’è un ponte intitolato a lei. Contemporaneamente sono cominciati gli attacchi da parte dell’esercito serbo. Non so come chiamarlo, tutti sapevamo che erano nazionalisti serbi. Accanto alla Jna (Esercito Popolare Jugoslavo, ndr) c’erano i nazionalisti serbi, che ottenevano le armi dalla Jna, e sono loro che hanno iniziato ad attaccare nella Bosnia dell’est, in città come Bjeljina, Zvornik ecc. Succedeva così, città dopo città. Allo stesso tempo c’erano riunioni e incontri a Sarajevo tra la presidenza della Bosnia Erzegovina, i rappresentanti dell’esercito jugoslavo ecc. Ma la gente sapeva che la guerra era iniziata.

Quando la guerra è arrivata a Y?

In maggio. Ero ancora a scuola, una notte ci fu il primo attacco dei nazionalisti serbi…

Erano persone di Y?

No, quasi tutti i Serbi di Y, in particolare i membri dell’SDS [Partito Democratico Serbo, fondato da Karadzic ndr], in genere i nazionalisti, se ne erano andati via dalla città, con le loro famiglie, in un villaggio vicino. Come dicevo, tutti i giorni dalla scuola mancava qualcuno, si trasferivano in questo villaggio. La prima battaglia è stata sulla montagna. Da lì hanno cercato di scendere verso la città. Ricordo che quel giorno è stato ucciso un ragazzo che abitava vicino a casa mia.

Era andato a combattere come volontario?

Sì, non esisteva ancora l’Armija [esercito bosniaco musulmano, ndr]. Le prime unità organizzate in Bosnia erano i berretti verdi, controllate dall’Sda [Partito dell’Azione Democratica, fondato da Izetbegovic, ndr].

Quelli che difendevano Y erano tutti Musulmani?

Per la maggior parte sì. Molto presto è stato formato l’esercito, e tutti sono finiti sotto un unico comando. Poi c’è stata la mobilitazione generale.

In che anno sei stato chiamato?

Nel 1993.

Fino al 1993 eri ancora un civile, com’era la vita a Y?

C’erano i bombardamenti. Sono cominciati a giugno, luglio del ’92. Quando è iniziata la guerra, quasi subito si è formata la prima linea intorno a Y, una prima linea lunghissima, la gente, cioè i membri delle unità di difesa, andava a turni alla prima linea per difendere, a turni di 24 ore.

Erano tutti gente di Y?

Sì.

Dove passava la linea del fronte?

Y aveva una prima linea lunghissima… Specie nel 1993, quando è iniziata la guerra sia contro i Croati che contro i Serbi. A quel momento Y era completamente circondata. C’era solamente un passaggio per arrivare a Y, un passo di montagna. Ma anche prima la linea era molto estesa. Nel 1992 era molto vicina alla città, a soli tre chilometri. Alla fine dell’estate, inizio dell’autunno, c’è stata una azione. L’esercito bosniaco ha cercato di liberare quella parte, e ci sono riusciti. E’ stata una battaglia molto grande, alla fine sono riusciti a liberare tutto quel territorio. In quel momento, in Bosnia Erzegovina, si trattava del territorio più grande liberato da reparti bosniaci.

In che mese hai iniziato il tuo servizio militare?

Sono stato mobilitato dall’esercito bosniaco nel giugno ’93.

Avevi esperienza o preparazione di tipo militare?

No, assolutamente. Non mi ero presentato come volontario.

Vivevi con la tua famiglia?

Sì, con i genitori e le mie due sorelle

Loro cosa hanno detto quando è arrivata la lettera?

Niente, ce lo aspettavamo. Io non volevo andare come volontario ma stavo aspettando e sapevo che prima o poi sarebbe arrivata. Mi hanno mandato a Zenica per l’addestramento. In 42 giorni mi hanno preparato per diventare un soldato, se è possibile preparare qualcuno per questo… Poi sono tornato a Y e tre giorni dopo ero in prima linea.

Dove?

Sulle colline a ovest della città. Sono stato mobilitato quando era iniziata anche la guerra con l’Hvo [l’esercito croato bosniaco, ndr]. Era un gran casino, combattevamo contro due nemici.

C’erano combattimenti anche in città?

Sì. Il 24 giugno l’Hvo ha attaccato Y e una cittadina vicina. Volevano prendere anche Y, ma sono riusciti a prendere solo l’altra città.

Da dove attaccavano?

Il comando dell’Hvo di Y era nell’edificio dove oggi c’è una grande discoteca, presso la Hrvatski Dom. Quello era il loro quartier generale. Il loro problema è che non avevano abbastanza persone. Noi invece avevamo la gente, ma non avevamo le armi.

In quanti erano?

Non so esattamente. In maggio, un mese prima che succedesse questo a Y, l’Hvo aveva attaccato delle città in Erzegovina, come Prozor, Gornj Vakuf… Era una situazione stupida. Facevano una cosa sul terreno e in pubblico ne dicevano un’altra. Diventavi pazzo. Era ovvio quello che stavano facendo, ma dicevano di farne un’altra…

La televisione ha sempre funzionato?

Sì, anche la radio.

42 giorni di addestramento, tre giorni a casa, e poi in prima linea. Ricordi il primo giorno?

Sì, il mio primo giorno al fronte in realtà è stato una notte, ero stato inserito nel turno notturno. Erano 12 ore, dalle sette di sera alle sette della mattina dopo, e poi ancora la sera dopo. Ovviamente non ho dormito tutta la notte. Era strano, eri lì, in trincea, con il fucile nelle mani, e aspettavi, nient’altro. C’era un’altra linea di fronte a me, molto vicina, a 150 metri, e lì c’erano i Croati. Di notte potevo sentirli parlare, si sentiva quello che dicevano. Nella notte si sentiva tutto.

Cosa dicevano?

Niente, si chiamavano, parolacce… Nella linea poi c’è sempre un matto che ti chiama, fa provocazioni…

Voi rispondevate?

Io no, altri sì. A volte era divertente, altre era semplicemente una discussione tra due persone che si stavano combattendo. Quella notte è stata strana per me. Quando non ero soldato sentivo raccontare storie, su persone ammazzate, quasi tutti i giorni in città vedevo o sentivo di qualcuno che era stato ammazzato. Mi faceva stare male quando bombardavano la città, in un’ora potevano cadere anche 50 granate.

Chi bombardava?

Fino al ’93 solo i Serbi, poi anche i Croati… Ricordo un episodio che è successo nel maggio del ’93. Stavo passando dalla piazza vicino al mercato, dirigendomi verso il fiume. Bastano pochi istanti per raggiungere il fiume da lì, 30 secondi, e poi in quel periodo si camminava velocemente… Ero appena passato, ero sul ponte, quando è caduta una granata sull’edificio di fronte alla banca. C’erano molte persone per strada, cinque sono morte subito, quindici o venti sono rimaste gravemente ferite. Potevo essere lì anch’io. Se quella granata veniva sparata solo 30 secondi prima potevo morire, o restare ferito, perdere una parte del corpo… Tre schegge sono arrivate a due metri da me, sul ponte… Avevo paura.

A che ora è successo?

All’una, una e mezza del pomeriggio…

E la gente, con i bombardamenti, era in strada?

Questo è il problema, credo che molti da fuori non riescano a capire… Pensa a quante persone sono state uccise a Sarajevo, perché erano in giro? La gente non si curava più di quello che stava succedendo. Andavi in città e dicevi: “Ok, se deve accadere accadrà, e basta.” A volte cadevano 50 granate in un paio d’ore, poi magari tutto era tranquillo per un giorno, o per 3 giorni, o per 5 giorni… Dipende. Non sapevi mai, non potevi saperlo.

Da dove venivano le granate?

Specialmente da dietro la prima linea serba, dietro il villaggio di X.

Era molto lontano…

Sì, avevano cannoni da 155 millimetri, che hanno una grande potenza e raggio d’azione. Sentivi quando sparavano, poi hssssiu, un sibilo, e poi il rumore dell’esplosione e il fumo. Era molto duro. Da dove abito io si può vedere tutta la città. Nel 1992 stavo seduto fuori e guardavo verso la città, guardavo dove cadevano le granate. E’ stupido, ma non riesci a smettere con la tua vita solo perché bombardano. Quindi devi continuare e anche essere preparato a morire. Di solito la prima granata è la più critica. La gente veniva uccisa dalla prima granata. Perché dopo quella sai che continueranno, quindi cerchi un rifugio, una cantina, qualsiasi cosa. Se ti sdrai per terra va bene. Appena senti il rumore ti devi buttare a terra, io lo facevo in continuazione… A volte però senti un rumore sordo molto in lontananza, dietro le linee, e pensi è una granata, adesso arriverà, invece magari resta nella prima linea… Non puoi mai essere sicuro se cadrà in città o se si tratta semplicemente di scontri sulla prima linea.

Una strategia terrorista. La gente cercava di condurre la propria vita e ogni tanto veniva bombardata…

In ogni guerra ci sono vittime civili. Ma questa [nostra] è stata differente. Non era necessario bombardare la città. Se hai l’esercito e ce la fai vai, prendila. Ma quelli che portavano avanti questa strategia per me erano semplicemente dei codardi. Non so come definirli. Non era umano, se mai fosse possibile trovare un lato umano nella guerra… La cosa interessante è che non bombardavano mai certe parti della città, come la K [la industria principale, ndr], perché nel caso in cui fossero riusciti a prendere la città gli sarebbe servita. Gli obiettivi erano mirati per terrorizzare le persone e per uccidere.

Quando non eri in trincea cosa facevi, tornavi a casa?

Sì.

Era una situazione abbastanza strana... Finito in trincea andavi a casa, dormivi nel tuo letto e pranzavi con la tua famiglia…

Sì, ero libero a seconda dei turni e di come andavano le cose in prima linea. Ad esempio nel primo periodo stavo 12 ore in prima linea e poi per 48 ore ero libero. A volte 24 ore e poi 48 libero. Dipendeva dalla prima linea. Facevi il soldato e poi tornavi alla vita normale.

E in prima linea?

Dovevi solamente fare il soldato, tenere la linea e basta.

Com’erano i rapporti con gli altri che combattevano con te? C’era gente che conoscevi, amici?

No, all’inizio non conoscevo nessuno, solo due persone perché eravamo stati insieme a Zenica e poi siamo stai mandati nella stessa unità. Poi però nella vita da soldato fai amicizia velocemente con gli altri.

Cosa pensi ora di quelli che erano dall’altra parte? Prima della guerra non c’erano divisioni tra di voi…

Con quelli che non hanno commesso crimini di guerra, io non ho nessun problema. Quelli invece che hanno commesso dei crimini… Non posso sedere con loro, parlare, niente. Con tutti gli altri potrei andare anche domani a bere un caffè, parlare di tutto. Per me i soldati semplici, che erano in prima linea, erano obbligati a fare questo e a essere lì, come era successo per me, solo dall’altra parte. Forse non volevano essere lì, come anch’io non volevo. Io la vedo così. Un giorno combatto contro di te, due anni dopo posso bere con te, se la tua coscienza è pulita. Io so che la mia lo è. Per me le gente è la stessa, non riesco a giudicarli per il colore della pelle, o nazionalità, o per il nome. Per me siamo uguali. Cosa posso dire di quelli che erano dall’altra parte? Ti posso dire che un mio amico era nell’HVO. Eravamo a scuola insieme. Dopo la guerra è tornato a Y. Abbiamo combattuto in campi avversi, quando è tornato siamo andati a bere insieme, ci siamo presi una birra, io sono andato a casa sua a aiutarlo, lui ha aiutato me…

Così però non si riesce a capire perché la gente abbia dovuto combattere e perché la guerra sia iniziata…

Sì, io ancora oggi non riesco a capirlo. Ho visto cose orribili in prima linea, in televisione, molte cose, e non riuscivo a capire perché. L’ho scritto anche nelle mie storie e nelle mie poesie… Come puoi spiegare che per 40 anni due persone hanno vissuto vicini di casa, hanno bevuto insieme, i loro figli sono amici, poi uno esce e va nella casa dell’altro e lo ammazza. Come puoi spiegarlo? Io non ci riesco. Magari solo perché è un Musulmano… E’ molto complicato, so che a quel tempo dentro di me c’era spazio per una cosa sola: restare vivo, giorno dopo giorno. In Bosnia diciamo: da oggi a domani. Era una vita da oggi a domani. Non sapevi cosa sarebbe successo domani. Quando andavi in prima linea non sapevi se saresti tornato indietro.

Tu sei sempre stato sulla stessa linea?

No, quando è finita la guerra tra Armija e Hvo, nel 1994, sono stato spostato in un’altra unità e su un’altra linea. A volte la tua unità riceveva l’ordine di andare in un posto, o in un altro, dovevi seguire gli ordini.

Cosa voleva dire essere Musulmano per te prima della guerra?

La stessa cosa che significa adesso. Ho la mia visione della vita e delle cose. Conosco la mia religione, conosco la mia nazionalità, ma in realtà non sono uno religioso.

E per le persone in città, cosa è cambiato? Oggi praticamente Y è una città esclusivamente musulmana, prima c’erano anche i Serbi e i Croati…

Io non volevo cambiamenti. So che molti non volevano cambiamenti. Io non volevo che loro se ne andassero da Y. Se ne sono andati, non so perché. A un certo punto erano in pericolo a causa dei Musulmani… Era stupido… Come le storie che i Musulmani bombardavano le proprie città, era propaganda. Ma so che molte persone in questo periodo sono cambiate e molti, ad esempio Musulmani, adesso sono diventati più religiosi di prima.

Il Ramadan ad esempio, prima della guerra, in una città come Y, era sentito come un evento importante?

Sì, sempre. Sapevamo sempre quando era il Ramadan, quando era Bajram, non era questo il punto.

Andare in Moschea?

Sì, questo è cambiato. Dopo il 1990, dopo la costituzione dei partiti nazionalisti, a un tratto tutti avevano un grande sentimento di identità. Prima tutti vivevano senza nemmeno pensare a queste cose poi, improvvisamente, solo per il gruppo di nazionalisti che si è imposto in Bosnia e ha intravisto la possibilità di prendere il potere, hanno iniziato a provare un grande sentimento identitario. La guerra poi ha cambiato molte cose. La gente è diventata più religiosa.

Per te invece da questo punto di vista non è cambiato niente?

No, perché ho un altro atteggiamento. So quello che sono, rispetto gli altri e le altre religioni, ma per me questo non è importante. Credo e voglio continuare a credere per il resto della mia vita che possiamo vivere insieme. Perché no? Non riesco a vedere il problema se uno è nero, o musulmano, o croato, cattolico, ortodosso, ebreo, qual è il problema? Se ne metti due vicino non vedi la differenza. A volte mi viene l’idea di mettere un Croato, un Serbo, un Musulmano vicini e provare a chiamare qualcuno da fuori che mi dica chi è chi. Non è possibile. Puoi tirare a indovinare, ma non ci sono differenze.

Come hai fatto a convivere con queste idee e il fatto di fare il soldato, di dover combattere?

Non avevo scelta.

Quali sono stati i momenti critici?

Nel 1992 potevo scegliere se lasciare il Paese o restare. Sono restato. Poi potevo scegliere se entrare subito nell’esercito o aspettare. Non sono andato. Poi, quando è arrivata la chiamata dell’esercito, potevo scegliere se andare o no. Se non fossi partito sarei andato in prigione, quindi non avevo scelta. Dovevo andare, anche se non volevo. E non volevo. Sono rimasto due fottuti anni e mezzo nell’esercito durante la guerra, e non lo volevo. Non volevo la guerra.

Era una situazione schizofrenica, come hai potuto convivere con questo?

Non era un periodo facile, e non mi piace parlarne. Troppi ricordi, non è facile… Devo spiegarti una cosa… Alle superiori io ero uno studente modello. Ero il miglior matematico della mia generazione in città. Vedevo il mio futuro in Università, e mi preparavo per questo. Ero in una scuola superiore speciale, con matematica, fisica e informatica. Già alla fine della scuola primaria sapevo che università volevo fare, e mi muovevo in quella direzione. Poi, nel ’92, è arrivata la guerra, e io non ero più da nessuna parte. Avevi dei sogni e tutto a un tratto non avevi più niente. Era come se qualcuno avesse tracciato una linea, e quella linea non la potevi più oltrepassare. Per te si fermava tutto. Nell’esercito ero perso, non pensavo più a niente, non leggevo più. Andavi sulla linea del fronte e aspettavi. Una volta un soldato nemico, un cecchino, mi ha sparato. I proiettili sono arrivati a 20 centimetri. Ero semplicemente contento di essere vivo, niente di più. Poi però, alla fine del 1994, ho deciso di iscrivermi lo stesso all’università, a Zenica.

Ma c’era la guerra…

Sì, e io ero nell’esercito. Ma sono andato a Zenica, mi sono iscritto e sono ritornato studente. In quel periodo, gennaio 1995, ero in prima linea e avevo un turno di due giorni sulla linea e quattro giorni liberi. Era un vita fottuta. Due giorni in prima linea e quattro a Zenica.

E a Zenica andavi in Facoltà, seguivi le lezioni?

Sì.

E sulla linea?

In quel periodo – all’inizio del 1995 – c’è stata una tregua, di quattro mesi. Era tranquillo. Dalla mia trincea ricordo che un giorno ho visto due soldati serbi dall’altra parte… Non ho sparato. Uno dei nostri li ha chiamati, ha gridato: “Ehi ceto [cetnico, ndr], ti vedo”. L’altro gli ha risposto: “Anch’io ti vedo…”. Era così, nessuno sparava, c’era la tregua. Ma dopo, e anche prima, c’erano notti in cui ti arrivava l’informazione che ci sarebbe stato un attacco, non sapevi dove, forse sulla tua linea, forse un chilometro a destra, o cento metri a sinistra…

Erano attacchi con carri armati?

Con tutto, cominciavano a bombardare, poi a sparare, poi a venire con la fanteria... Sembrava che 100 tipi diversi di armi sparassero nello stesso istante. Tu non rispondevi finché non vedevi i soldati, a volte si limitavano a bombardare le linee, a volte cercavano di rompere e di entrare. A volte ci riuscivano, c’erano situazioni in cui perdevamo parti della linea… In un certo senso sono sempre stato fortunato perché non ho mai avuto un attacco diretto alla mia trincea. Ho avuto invece un’altra situazione nel 1995 che è stata veramente… Ero stato mandato a tenere la linea senza trincee… La linea era stata spostata solo il giorno prima dal nostro esercito. Il sistema era così: c’erano unità di attacco e unità di difesa. Le prime andavano all’attacco, per prendere delle parti di territorio, poi dovevano arrivare le unità di difesa e tenerlo. Io avevo quel ruolo, difendere. Se avevi tempo cercavi di costruire una trincea, se no eri allo scoperto, con un altro soldato magari a dieci metri sulla tua destra, un altro sulla sinistra, e aspettavi. Poteva esserci un combattimento da vicino, oppure niente. Ancora oggi mi dico che sono stato fortunato. Ad esempio, nel 1995, il nostro esercito ha preso una collina, e fatto retrocedere l’esercito serbo dietro quella collina, e noi siamo stati mandati lì a tenerla. Eravamo in un bosco. Abbiamo fatto una linea, e aspettavamo. Seduti, sdraiati, aspettavamo. Al mattino ci hanno mandato da un’altra parte. Il giorno dopo abbiamo sentito che l’esercito serbo aveva ripreso quella linea dove eravamo noi. Ancora una volta, ero stato fortunato. Era stupido, se avevi tempo di fare la trincea la facevi, ma a volte non avevi tempo. La regola era che dovevi fare la trincea immediatamente, ma a volte facevi metà trincea e poi perdevi di nuovo la linea.

Nella tua unità c’erano anche combattenti stranieri, mujaheddini?

Tra il ’93 e il ’95 io ho cambiato quattro o cinque unità. A Y prima c’era una unica brigata, poi due, poi di nuovo una. Ogni brigata aveva cinque battaglioni, ognuno di 500 uomini. Ogni battaglione aveva solitamente 5 o 6 unità. Poi c’erano i plotoni, normalmente tre plotoni per unità, ognuno con circa trenta soldati.

Quindi 2.500 soldati, a un certo punto 5.000, a difendere Y. Tutti di Y?

Sì, magari c’era qualcuno che era rimasto tagliato fuori da altre città, ma per lo più tutti di Y.

A un certo punto in questi reparti, tutti di gente del posto, sono arrivati anche combattenti stranieri…

No, cioè loro erano lì ma in unità piccole. Erano lì a partire dal 1993. C’era una unità denominata “El mudjahid” che è stata poi messa sotto il controllo dell’Armija BiH. Normalmente loro difendevano diverse parti della linea del fronte, in Bosnia, dove la situazione era critica. Ad esempio un giorno potevano essere a Travnik, il giorno dopo da qualche altra parte.

Quante persone c’erano in questa unità?

Non lo so. “El mudjahid” era una unità composta soprattutto da soldati stranieri, più qualcuno dei nostri, volontario per quel reparto. Loro erano religiosi, pregavano 5 volte al giorno e tutto, indipendentemente da dove erano. Se erano in prima linea pregavano in prima linea, anche se cadevano le granate, quando era il momento. Erano religiosi, volontari che provenivano da Paesi arabi. Ricordo una volta che ero sulla linea del fronte, era l’estate del ’95, ci furono grosse battaglie nell’area di Y, e loro furono mandati qui, a Y. La loro era una unità di attacco, dovevano attaccare e prendere. Non avevano paura di niente, non avevano paura di morire. Nei Paesi arabi ci sono persone che muoiono così, per qualcosa, e loro erano così. Per questo i soldati serbi avevano paura di loro, li temevano moltissimo. Una volta ero in prima linea, e ogni 50/100 metri c’era un mudjaheddin con noi. Se ne stavano lì, seduti. Io ero in trincea con altri due soldati bosniaci, ricordo che uno di loro, un mudjaheddin, ci domandò perché non pregavamo. Io non ho risposto niente, ma non mi era piaciuta la domanda. Io non sono una persona religiosa, forse lo diventerò, dipende, ma non puoi forzare nessuno a diventare religioso. E’ una cosa personale. Nessuno mi può forzare, questo era il mio atteggiamento. Ma loro non la volevano capire. Ho sentito che a volte, ad esempio nel ’93, non permettevano alla gente di nuotare nella Bosna, o alle donne di mettersi delle minigonne, a Y...

Quindi stavano in città?

Sì, ma a quel periodo, nel 1992 e ’93 non erano in “El mudjahid”. Erano in gruppi più piccoli, ad esempio nei berretti verdi o avevano altre denominazioni. Ho sentito raccontare situazioni in cui magari vedevano una persona con una bottiglia di alcool e lo aggredivano.

E quello che ti ha chiesto perché non pregavi, parlava bosniaco?

Sì. Tra l’altro alcuni, come ti ho detto, erano Bosniaci. Anche gli stranieri poi parlavano il Bosniaco, non molto bene ma lo parlavano.

Cosa è rimasto di questi anni?

Mi piacerebbe sapere chi racconterà la storia di questa guerra, e come. Come si risponderà alla domanda: “Cosa è successo” e “Perché”. Ricordo molto bene quando Karadzic ha parlato in Parlamento, nel 1991, era settembre, forse ottobre, parlava di guerra. Posso dire solo questo: fino al 1990 vivevamo bene, specialmente nell’89 e ’90, con Ante Markovic premier, lui era riuscito a fermare l’inflazione, a ripagare quasi due miliardi di dollari di debito estero, nessuno ci era riuscito prima. Poi è arrivata la democratizzazione… Parliamo chiaro, non ho niente contro la democratizzazione. La gente vota, e sceglie chi vuole. Però… Nel 1990 sono stati creati i partiti nazionalisti, e subito la cosa non mi è piaciuta. Al tempo avevo 16 o 17 anni, ero un adolescente, ma la situazione mi sembrava chiara. Mi facevano paura le cose che sentivo in televisione. Non mi è piaciuto quando qualcuno ha detto che rappresentava i Musulmani in Bosnia. Come puoi dire questo? Come puoi dire che rappresenti tutti i Serbi in Bosnia? Non ero d’accordo. Quando ho sentito che Karadzic diceva che l’SDS rappresentava tutti i Serbi in Bosnia, l’HDZ tutti i Croati e l’SDA tutti i Musulmani, voleva dire che…

Quando eri nell’esercito capitava, in momenti di quiete, di discutere di queste cose con i tuoi commilitoni?

Sì, ma a me non piaceva discutere queste cose. Perché molto spesso mi trovavo con persone che erano di quelle idee…

Nazionalisti?

Non proprio, però erano forzati ad avere quelle posizioni perché erano stati attaccati. Anche oggi sento dire, come durante o subito dopo la guerra, che: “Tutti i Serbi sono Cetnici”. Non sono d’accordo. Non è così. Avevo questa opinione, e ce l’ho ancora oggi. Forse sono uno stupido, ma non sono uno che cambia facilmente opinione, come quelli che cambiano partito come le calze. Oggi sono membri di un partito, domani ne fondano un altro…

Quindi non parlavate molto di queste cose?

Per lo più no, non mi piaceva discutere di queste cose e anche oggi non mi piace molto parlare di politica, non ne trovo il motivo. Anche se si tratta della mia vita, del mio Paese, non vedo speranza di cambiamento. E sarebbe di questo che mi piacerebbe parlare, di cambiamento.


Vedi anche:

- L’Islam in Bosnia dopo l’11 settembre

- Mujaheddin in Bosnia


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