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Pioggia sulla nuova Europa

01.05.2004    scrive Davide Sighele

La vigilia del primo maggio, nella piazza della Transalpina a Gorizia. Si festeggia la nuova Europa ma il confine si sente ancora.
Gorizia, il castello
Prodi inizia in sloveno, qualche frase, le consonanti addolcite ed un po’ impastate dalla pronuncia romagnola. “Il più bel giorno della mia vita. Un’Europa allargata ma che dev’essere ancora completata. Il mondo ha bisogno di un’Europa unita.” Prima di lui era intervenuto il Primo Ministro sloveno Anton Rop. Dopo parlerà il sottosegretario agli esteri Antonione, a rappresentanza del governo italiano: fischiato.
Sulla piazza della Transalpina di Gorizia la pioggia cade dal pomeriggio. La gente la riempie e poi s’allunga lungo la via che porta verso il centro. L’orizzonte visivo è dato dagli ombrelli aperti, da un megaschermo che trasmette la cerimonia ufficiale e dalla facciata illuminata della stazione dei treni della Transalpina, in territorio sloveno. Molta gente, non tantissima. Non tutti, a Gorizia, sono scesi in piazza.

Minus tri, meno tre, minus dva, due, eno, uno. La Slovenia è entrata nell’Unione. Si festeggia dal palco delle autorità, si festeggia tutt’attorno e si preme per entrare in questa Piazza che è rimasta divisa per cinquant’anni. Al posto di un muretto facile da scavalcare, difficile da superare, un mosaico. Al posto di una marginalità, non topografica ma culturale, il nuovo ruolo di simbolo della città.
La divisione in due della piazza della Transalpina, da una parte Slovenia, dall’altra Italia, aveva perso parte del suo significato già nel 1991. La Slovenia aveva dichiarato allora la propria indipendenza, la Jugoslavia di Tito non c’era più. In qualche anno la strada che percorreva parallela il confine per facilitare i pattugliamenti era stata trasformata in una pista ciclabile. La cortina di ferro era oramai arrugginita, fragile ed il confine tra Gorizia e Nova Gorica una porta aperta per i traffici dei passeur. I migranti venivano fatti passare attraverso i giardini delle case affacciate su quell’altro mondo, attraverso le campagne tutt’attorno alle due città piegate come un origami sul confine.

Ma dà una sensazione strana il crollo di quest’ultimo ricordo della cortina di ferro. Dopo i minuti di ipnosi causati dai fuochi d’artificio la folla entra in piazza, s’avvicina alla stazione dei treni slovena. Alcune transenne lentamente vengono rimosse, ma non del tutto. Ed al di là non c’è folla. Molta polizia, pochi cittadini. Chi arriva dal lato italiano passeggia, si guarda intorno, quasi fosse per la prima volta. Tutti emozionati ma la felicità è bagnata, sopita.
Si curiosa all’interno della stazione, è troppo tardi, nessun treno in partenza, poi si percorre una strada a lato dei binari. Poche centinaia di metri e c’è il valico di confine. Sino ad ora potevano passare solo i residenti con lasciapassare. Dalla notte di ieri basterà la carta di identità. Ci avviciniamo fiduciosi, i documenti di identità rimossi nelle tasche, tra le pieghe del portafogli. Una poliziotta bionda si avvicina. “Carta d’identità prego.” Anche questa sera? Sorridiamo ma siamo come inebetiti dal confine che ci rallenta ancora, che si fa sentire ancora di più, a pochi minuti dalla mezzanotte. “Lo so, le merci circolano ma le persone le dobbiamo controllare” ci dicono “e non dipende da noi. Noi eseguiamo ordini dall’alto.”

La pioggia cade oramai rada. Sulla nuova Europa.

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