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Prijedor: gli scheletri della discordia

17.03.2005   

Il magnate britannico dell'acciaio Lakshmi Mittal ha acquistato il 51% della miniera di Ljubija, nord della Bosnia, complesso in cui era ubicato il famigerato campo di concentramento di Omarska. Il governo della Republika Srpska detiene il restante 49%. La conservazione della memoria di quei luoghi dipende in larga parte da loro
Di Igor Lasić e Maja Lovrenović, Feral Tribune, 24 febbraio 2005 (tit. orig. Kosturi Razdora)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak

Lakshmi Mittal, il più ricco cittadino britannico di origine indiana, è diventato proprietario del 51% delle azioni del complesso minerario delle miniere "Ljubija" di Prijedor all'interno del quale era situato il famigerato campo di concentramento serbo di "Omarska" e dove ancora oggi si trovano i resti di circa 1.700 persone assassinate. Gli internati sopravvissuti chiedono che l'ex patibolo venga ricordato in maniera degna, ma Mittal per il momento ha scelto di non rispondere alle loro richieste, forse perché il 49% della quota delle miniere è ancora di proprietà della Republika Srpska.


Il complesso delle miniere di "Ljubija" presso Prijedor, in Bosnia Erzegovina, nell'entità della Republika Srpska (RS), ha visto realizzarsi nell'aprile dell'anno scorso il destino – lungamente atteso – della privatizzazione. Il 51% della proprietà delle miniere è stato acquistato dalla più potente compagnia di produzione di acciaio al mondo, la "Mittal Steel Company". Alcune gallerie e impianti per l'estrazione del minerale di ferro che fanno parte dell'impresa "Nuova miniera Ljubija", tuttavia, si trovano nella miniera "Omarska", il cui nome da ormai 13 anni è tristemente noto a livello mondiale, dal periodo in cui i cetnici utilizzavano i suoi spazi come campo di concentramento e patibolo per bosgnacchi e croati. Sul terreno della miniera "Omarska" infatti, in superficie ed in profondità, come anche in fosse comuni nei dintorni ed all'interno del perimetro della "Ljubija", si trovano tuttora circa 1.700 cadaveri. I familiari di quelle vittime, sopravvissuti, sono ancora in attesa di un'incerta esumazione così come dell' identificazione delle vittime, dei funerale e delle esequie.

Se del genocidio rimarrà qualche traccia, dipende in gran parte dal magnate dell'acciaio Lakshmi Mittal, il più ricco cittadino britannico, e dalle autorità della Republika Srpska, che hanno mantenuto diritti di proprietà sul 49% della "Nuova miniera Ljubija". L'atteggiamento di questi ultimi su "Omarska" o su "Keraterm", campi di concentramento che all'interno del più vasto territorio di Prijedor hanno tracciato un intero arcipelago di fosse comuni, non è cambiato di molto da quando nel 1992 il giornalista britannico Ed Vulliamy ha mostrato al mondo le prime immagini degli internati dietro il filo spinato, stremati. La Republika Srpska ancora oggi nega i crimini concreti (questa, a dire il vero, non è una specialità solo della RS). Il custode all'entrata della miniera di "Omarska" ha dichiarato al Guardian di Vulliamy, tre mesi fa, che "lì non c'era nessun campo di concentramento", e che "sono tutte menzogne dei Musulmani".

Il padrone e i detenuti del campo di concentramento

Il celebre giornalista britannico anche in questa occasione è stato il più veloce; ancora una volta per primo ha mostrato il problema, e sul Guardian si è chiesto se Lakshmi Mittal rispetterà la memoria del tragico passato, ossia, se il proprietario straniero esaudirà la richiesta dei prigionieri sopravvissuti e delle famiglie di diverse migliaia di persone uccise, di preservare ed escludere da qualsiasi uso il famigerato edificio della miniera "Omarska", chiamata "La casa bianca"- dove sono state eseguite liquidazioni di massa e stupri - e di commemorare il ricordo con monumenti, di fronte ai quali nemmeno i nuovi custodi di "Omarska" in tempo di pace potranno far finta di niente.

"Il portavoce del signor Mittal ha detto al Guardian: 'Siamo pronti ad ascoltare attentamente ogni richiesta' dei sopravvissuti", scrive Ed Vulliamy nel testo sunnominato, "aggiungendo che la compagnia è 'un investitore importante' nella regione. Ma una fonte che ha seguito questo caso, citata sempre dal giornalista britannico, ha aggiunto: 'Siamo in una situazione difficile. La regione è popolata in maggioranza da Serbi: con loro stiamo collaborando e non vogliamo fare nulla per rivolgerli contro di noi'". Tra l'opinione pubblica della stessa BiH, per quanto ne sappiamo, nessuno ha reagito alla compravendita dell'ex campo di concentramento e delle annesse fosse comuni, - la reazione geograficamente più vicina è stata quella uscita sul Mladina di Ljubljana che ha citato Vulliamy. Il tacere di questi fatti, cioè il loro continuo essere offuscati dall'importanza della transazione economica, è certamente motivato, per un certo numero di interessati nella parte federale della BiH, da un parallelo investimento di Lakshmi: l'acquisto del 51% delle azioni della ditta "BH Steel" per una cifra di 315 milioni di dollari, che dietro il suo nome globalizzato nasconde l'acciaieria "Zenica", fra altro tradizionalmente rifornita coi minerali della "Ljubija".

Le capacità affaristiche di questo britannico, d'origine indiana, e il più ricco asiatico del mondo, non si sono mostrate solo in riferimento all'ibernato potenziale industriale e al potenziale dei minerali della BiH. L'anno scorso con un altro acquisto, questa volta di un complesso industriale americano, l'"International Steel Group", e con un guadagno complessivo per l'anno in corso che dovrebbe aggirarsi sui 30 miliardi di dollari, Lakshmi Mittal ha superato in ricchezza, fra gli altri, anche il famoso tycoon britannico-russo Roman Abramovic, petroliere e proprietario della squadra di calcio britannica "Chelsea". La "Mittal Steel Company" oggi dà lavoro a circa 150 mila persone di tutto il mondo.

Dubbi etici

Nel gennaio di quest'anno, il Fortune, una della più influenti riviste del mondo degli affari, ha nominato Mittal businessman europeo dell'anno. In tale occasione è stato nominato anche "Henry Ford uomo dell'acciaio del 21-esimo secolo". Lakshmi Mittal non solo domina, ma si ritiene che abbia trasformato l'intero andamento degli affari industriali dell'acciaio, perché ha pensato in modo più globale degli altri, e con una percezione migliore dei processi produttivi. Si è arricchito investendo in industrie trascurate e in miniere di Paesi in transizione, come la Polonia o la Bosnia ed Erzegovina. In Polonia, per fortuna, non c'erano miniere nelle vicinanze, per esempio, della città di Auschwitz. Per Mittal, anche prima che venisse sollevato il caso di Prijedor sul Guardian, gli scandali sono all'ordine del giorno. Uno dei maggiori lo coinvolse quando si scoprì che la sua compagnia aveva fatto delle donazioni al partito laburista di Tony Blair e, per sdebitarsi, il premier britannico raccomandò Mittal ai suoi colleghi del governo romeno, quando il magnate puntò gli occhi sull'acciaieria romena "Sidex". Molti considerarono il fatto un vero e proprio abuso di potere per scopi privati e di aprtito: anche perchè la compagnia non è nemmeno britannica, visto che è registarat nel paradiso fiscale delle Antille olandesi.

Per mesi l'intera questione è stata praticamente invisibile alla maggior parte dell'opinione pubblica bosniaco erzegovese. Vi sono infatti sospetti non sia un caso e che a nessuno convenissero in Bosnia Erzegovina le indagini sui dubbi etici circa la vendita della miniera - lager della morte. Ad alcuni ovviamente è sfuggito il fatto che "Ljubija" include anche "Omarska", e le associazioni dei prigionieri sopravvissuti e delle famiglie delle vittime probabilmente non sono sufficientemente influenti per poter vincere l'inerzia generale. Amor Masovic, il presidente della Commissione del Governo BiH per le persone scomparse, ha però rilasciato una dichiarazione per il Guardian: "Non si tratta di alcune decine di corpi che non sono stati ancora esumati, ma di centinaia. Dopo tutto, è del tutto logico chiedersi se in futuro i campi di concentramento saranno trasformati in miniere, in parcheggi, in centri commerciali..."

La lotta per la memoria

Dall'altra parte, viene sottolineata l'importanza della vendita simultanea di "Zenica" e "Ljubija" a Lakshmi Mittal, che potrebbe essere ostaclata oramai soltanto dall'eventuale frugare tra le tombe. All'inizio di luglio dello scorso anno l'agenzia Hina ha pubblicato una notizia riguardante una lettera della Società per i popoli minacciati della Bosnia ed Erzegovina, indirizzato al Governo della Repubblica serba ed all'Alto rappresentante Paddy Ashdown, con la quale si richiedeva di sospendere il processo della privatizzazione dell'azienda della ex Miniera di ferro "Ljubija", finché non fossero stati trovati i corpi dei circa 1700 cittadini di Prijedor scomparsi. Uno dei timori avanzati nella lettera è che la privatizzazione della miniera impedirà la ricerca dei resti dei cadaveri delle vittime, mentre a quel tempo non si era ancora parlato di erigere monumenti per la memoria. Lakshmi Mittal certamente sapeva cosa stava acquistando: gli uomini d'affari europei di sicuro non investono centinaia di milioni di dollari senza informarsi precedentemente in modo dettagliato su tutto - ed è poco probabile che i politici e gli imprenditori locali gli abbiano semplicemente venduto dei campi di concentramento come miniere. Sarà che lui ha semplicemente trovato con loro un linguaggio comune, e non sarebbe la prima volta che la comunicazione venga condizionata da qualche provvigione.

Adesso i rappresentanti delle sunnominate associazioni stanno cercando di creare, pur tenendolo nascosto, un contatto con Mittal. "La palla adesso è nel campo di Mittal", ha detto uno di loro a Ed Vulliamy "sarà lui che farà la concessione e che permetterà di caratterizzare simbolicamente il luogo dove è accaduto il crimine?". Satko Mujagic, rappresentante di un'associazione di superstiti e rifugiati in Olanda, sempre sul giornale britannico, ha affermato che il loro desiderio è che su tutto quanto è accaduto siano informati anche i Serbi, perché loro lo ignorano. "Soltanto così possiamo progredire come società", ricorda Mujagic.

Una promessa di massima

Le organizzazioni non governative "Izvor" di Prijedor, "Srcem do mira" di Kozarac, l'Associazione dei prigionieri del comune di Prijedor, il "Bosnian Network" della Gran Bretagna e la "Optimisti 2004" dell'Olanda, si sono rivolte tutte assieme a Lakshmi Mittal e gli hanno inviato il libro "La decima porta dell'inferno" di Rezak Hukanovic, giusto per fargli conoscere la storia della ditta che ha da poco acquistato. La "Mittal Steel company" ha fatto una promessa di massima dicendo che non cambierà l'aspetto della "Casa bianca", e alla domanda sulla possibilità che tale struttura venga usata dalle organizzazioni dei prigionieri di Prijedor, risponderà in un secondo momento.

Di che tipo di località si tratta, viene bene illustrato da un recente esempio: la fossa comune a Stari Kevljani vicino Prijedor. Qui l'autunno scorso sono stati esumati circa 450 corpi di prigionieri di "Omarska" e di "Keraterm". Questa fossa è una delle più grosse sul territorio della Bosnia Erzegovina. Ma, per quanto riguarda la commemorazione di questi luoghi, Lakshmi Mittal a dire il vero non ha preso alcun impegno, e nessuno ha cercato di persuaderlo. Alla domanda che il Feral gli ha rivolto – circa la conoscenza della "Mittal Steel Company" sulle miniere di "Ljubija", sul futuro uso della "Casa bianca" e sulle rimanenti tombe all'interno del complesso di "Ljubija", l'uomo d'acciaio britannico non ha dato risposte.

Inoltre, la legge gli permette, come nuovo e privato proprietario, anche la creazione di nuove situazioni lavorative in tale azienda. E sembra, secondo le notizie di circa due mesi fa, che 249 lavoratori delle "Nuove miniere di Ljubija" siano stati licenziati e "si uniscono per protestare", mentre altri 275 lavoratori sono considerati un esubero tecnologico. L'ispettorato del lavoro ha constatato che la procedura del compimento degli obblighi verso i lavoratori non è stata rispettata, e che i datori di lavoro hanno violato i diritti dei lavoratori...

Le ossa nell'acciaieria

Grazie a tutto questo sta emergendo il senso inquietante di una guerra e di un genocidio dove le ossa sono mescolate con il capitale delle multinazionali. E questo avviene che si sia Bosnia Erzegovina o in Iraq. Il grande capitale fra poco ci masticherà e poi ci sputerà. Sino a che i criminali locali spostano i mattatoi pur di rubare più facilmente la ricchezza nazionale, e svendono la ricchezza nazionale in giro per il mondo, per pochi soldi e grandi provvigioni, l'anadmaento delle cose non cambierà. E in alcuni casi, come a "Omarska", il minerale di ferro sarà arricchito con calcio e fosforo. La globalizzazione alla fine vincerà. I minerali di ferro verranno estratti in Repubblica Srpska e verranno sepditi all'acciaieria federale "Zenica", così che si possa contemporaneamente ingrossare il conto di Lakshmi Mittal e togliere di mezzo quelle esumazioni sulle quali qualcuno ha sempre qualcosa da ridire. Si riuniranno in questo modo tutti i bosniaci, sia quelli vivi che quelli morti, in nome del mercato mondiale.

Vedi anche:

Bosnia, la memoria dei campi di concentramento
Campi di concentramento in Bosnia
Bosnia Erzegovina: il Paese delle fosse comuni
La Bosnia nella globalizzazione: Zenica e la LNM


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