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mercoledì 07 settembre 2022 17:14

 

Un giorno a Potocari

12.07.2005    scrive Andrea Rossini

Una cronaca delle celebrazioni tenutesi a Potocari per ricordare il decennale della strage di Srebrenica, attraverso i racconti dei nostri collaboratori e le note delle agenzie. Il dolore dei familiari, la solidarietà delle Donne in Nero della Serbia, un commento da Londra
Potocari, 11 luglio 05 (Afp)
Una giornata grigia e umida ha accolto oltre 50.000 persone, provenienti dalla Bosnia Erzegovina e dal mondo intero, giunte a Srebrenica per ricordare presso il Centro Memoriale di Potocari il decennale del massacro del luglio ’95. Fin dalla prima mattina, le strade che da Tuzla conducono a Srebrenica erano intasate da lunghe code di veicoli. La gente dei villaggi della zona ha osservato la lunga fiumana passare accanto alle proprie case. Grossi striscioni bianchi, in diverse lingue, ricordavano ai lati delle vie “il genocidio, vergogna d’Europa”.

La celebrazione era stata preceduta dai peggiori auspici. Nei giorni scorsi, ignoti avevano posto dell’esplosivo nei pressi del Memoriale. La stampa bosniaca aveva dato voce a ipotesi contraddittorie sui possibili autori dell’attentato, sventato da una segnalazione. La polizia della Republika Srpska, che aveva il compito di garantire la sicurezza sul terreno, ha schierato i propri uomini su tutto il percorso che porta al Memoriale. All’entrata del Centro, metal detector e perquisizioni passavano al setaccio tutti quelli che volevano accedere.

La cerimonia è iniziata con una visita, condotta da rappresentanti delle oltre 50 delegazioni ufficiali presenti, all’ultima fossa comune scoperta, quella di Budak, proprio vicino a Potocari.

Potocari, 11 luglio 05 (foto B 92)
610 bare di corpi recentemente identificati, provenienti dall’obitorio di Visoko e accompagnate per le strade di Sarajevo dalla gente nella giornata di sabato, erano state disposte al centro dell’area del Memoriale. Nel corso della cerimonia, una per una verranno sollevate, passate, spinte, trasportate da decine di mani fino alle nuove fosse scavate nel grande prato.

Con questa nuova sepoltura di massa, salgono a 2000 circa le vittime della strage del luglio ’95 interrate nella grande area del Memoriale di Potocari, un grosso campo che si trova di fronte alla ex fabbrica di accumulatori, sede dell’Unprofor olandese durante la guerra.

Ieri, quel grosso campo brulicava di gente. Le bombe non hanno evidentemente sortito l’effetto di spaventare o allontanare quanti avevano deciso di partecipare alla commemorazione. Al centro dell’area c’erano gli uomini, dietro e tutto intorno le donne. Alcuni bambini, in apertura della commemorazione, hanno cantato una canzone.

Poi, hanno parlato gli ospiti e gli invitati illustri. Per primo il presidente bosniaco, Sulejman Tihic, a seguire i rappresentanti delle molte organizzazioni internazionali presenti.

Secondo Richard Holbrooke, artefice degli accordi di Dayton, “Srebrenica e' l'insuccesso della Nato, dell'Occidente e delle forze di pace dell'Onu”. “La tragedia di Srebrenica pesera' sempre sulla storia delle Nazioni Unite”, ha chiosato Mark Brown, in rappresentanza del segretario generale Kofi Annan, che aveva pronunciato la stessa frase a Sarajevo nel 1999. Parlando di “una delle pagine piu' oscure della storia europea”, il ministro degli esteri britannico, Jack Straw, ha espresso la propria amarezza per quella che e' stata, ha detto, “una vera vergogna per la comunita' internazionale: l'aver permesso che questo male accadesse davanti ai nostri occhi” (Ansa Balcani).

In serata, a Sarajevo, l’ambasciatore degli Stati Uniti Richard Prosper ha fatto quadrare il cerchio dichiarando, nel corso di una conferenza stampa, che “la responsabilità per i fatti di dieci anni fa a Srebrenica è anche della comunità internazionale, e che l’attuale amministrazione americana è risoluta ad agire ogni qualvolta eventi di questo tipo possano accadere” (Fena).

La (auto)distruzione delle Nazioni Unite, proseguita per tutto il corso del conflitto bosniaco e culminata a Srebrenica, viene ricordata a distanza di dieci anni per confermarne tautologicamente la necessità. Per il resto, a parte una timida richiesta (britannica) rivolta agli attori locali (scusatevi tra di voi), l’unico leit motiv che unisce tutti è la necessità di arrestare Karadzic e Mladic.

Chi li cerca, però, è sempre più critico nei confronti dell’attuale “comunità internazionale”. La procuratrice capo del Tribunale dell’Aja per la ex Jugoslavia, Carla Del Ponte, si è infatti rifiutata di partecipare alla cerimonia di Potocari, ''per rispetto delle vittime''. ''Il mio mandato e' quello di condurre Radovan Karadzic e Ratko Mladic davanti alla giustizia per il genocidio di Srebrenica. Come potrei apparire alla cerimonia? Posso certo spiegare che non posso fare nulla, che non dispongo delle forze necessarie, ma agli occhi delle vittime io sono responsabile” (Ansa Balcani).

Del Ponte ha fatto dichiarazioni anche più intriganti, affermando nel corso di un’intervista al quotidiano francese Le Monde che entro la fine dell’anno renderà pubbliche le informazioni di cui dispone per le quali Radovan Karadzic e Ratko Mladic non sono stati arrestati. ''A dicembre, quando saro' davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, se Karadzcic e Mladic saranno sempre latitanti, svelero' quelle informazioni che ho raccolto in sei anni''.

A Potocari intanto, il Reis Ulema Ceric, rappresentante della comunità islamica bosniaca, ha scandito in versi parole contro la vendetta, contro l’odio, per il ricordo ma senza rabbia o volontà di rivincita. Dopo il suo discorso, parte delle persone hanno iniziato a defluire.

Nella folla, alcuni indossavano una maglietta con l’immagine di Naser Oric e la scritta: “Difendersi è un crimine?” Nel corso della giornata, tuttavia, non ci sono stati momenti di contestazione, nemmeno quello previsto da parte delle donne di Srebrenica nei confronti del presidente serbo.

Boris Tadic a Potocari, 11 luglio 05 (foto B 92)
Boris Tadic, che ha partecipato alla commemorazione insieme al presidente croato, Stjepan Mesic, e a quello albanese, Alfred Mojsiju, prima di partire per la Bosnia ha parlato della “necessità di mostrare la distanza tra i crimini di guerra e i cittadini”, chiarendo che “il futuro della Serbia dipende da questo”. Tadic ha ricordato che “molti crimini di guerra sono stati commessi anche contro i Serbi, e che per questi ci si attende giustizia, […] ma che ci vuole particolare forza per condannare quelli commessi contro un altro popolo nel nome del nostro. Questo è il motivo per cui andrò a Srebrenica”. (B 92)

Sono iniziate le sepolture, le bare vengono spinte o trasportate sopra le teste, nella moltitudine di persone. Qualcuno piange, qualcuno sviene di fronte alle bare, qualcuno si dispera nel fango. Nei giorni scorsi ha piovuto molto. A tratti, tutti sono in silenzio, composti nella preghiera. Le donne hanno il capo coperto di un velo bianco. I foulard vengono distribuiti all’ingresso. Così acconciate, le donne di Srebrenica assomigliano ancor più da vicino alle madri di Plaza de Mayo, che da oltre 20 anni chiedono come loro verità e giustizia per i propri scomparsi, vittime di un’altro fascismo.

Potocari, 11 luglio 05 (foto Joe Klamar, Afp)
Le Donne in Nero, e le rappresentanti di gruppi per i diritti dell’uomo giunte da Belgrado e dalla Serbia, si mettono all’uscita per rendersi visibili. Sono alcune decine. Anche loro si coprono il capo con i foulard bianchi. Hanno portato diversi striscioni: “Le donne in nero per la pace e i diritti umani”; “Per tutte le vittime della guerra”; “Ricordate”; “Per non dimenticare il genocidio a Srebrenica”. Le donne di Srebrenica le filmano, momenti di distensione.

Se da un lato continua questo filo di solidarietà, nella Bosnia orientale le storie, e le memorie, restano divise.

Oggi, 12 luglio, all’indomani della manifestazione di Potocari, sono state ricordate a Bratunac le vittime serbe della guerra nelle regioni di Srebrenica, Bratunac e Milici. La cerimonia si è svolta presso un cimitero militare. Alla funzione hanno partecipato leader politici della Repubblica Serba di Bosnia (RS), una delegazione dalla Serbia (era presente anche il leader del partito radicale, Tomislav Nikolic), e diverse migliaia di persone, mentre non erano presenti personalità internazionali.

Nella giornata di ieri, a Skelani, era stato inaugurato un Memoriale per le vittime delle forze musulmane a Srebrenica, con incisi i nomi di 301 civili serbi uccisi tra il 1992 e il 1993 (Beta, B 92).

Il quotidiano inglese “Independent” ha ricordato ieri in un editoriale (“Lessons from Bosnia in dealing with an atrocity”) la strage di Srebrenica, azzardando un paragone con un nuovo conflitto, quello che nei giorni scorsi ha insanguinato la metropolitana e le strade di Londra. Secondo l’autorevole giornale, le due tragedie “hanno molti punti in comune”. In primo luogo, “in un momento di crescente paranoia nei confronti del radicalismo islamico, Srebrenica ci ricorda che anche i Musulmani, e non solo i Cristiani o gli Ebrei, possono essere vittime di attacchi terroristici in Europa”. In secondo luogo, continua Independent, gli autori di entrambe le stragi “sono contrassegnati dallo stesso cieco odio religioso, e dalla volontà di spazzare via dalla faccia della terra una cultura diversa”.

Chissà se riuscirà la stessa manovra portata avanti con successo in Bosnia Erzegovina. Riusciranno a farci credere nello scontro di civiltà? Li seguiremo? E la comunità internazionale, cosa farà?


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