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Islam nei Balcani: il vecchio e il nuovo
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Data pubblicazione: 17.02.2006 09:44

L’Islam, presente nei Balcani con circa 8 milioni di fedeli, rappresenta da secoli una parte importante della storia europea. Comunità diverse, per lingua e tradizione, si trovano oggi a confrontarsi con le pressioni del radicalismo. Il quadro della situazione nei diversi paesi
Di Risto Karajkov, per Transitions Online, 3 febbraio 2006 (titolo originale: “The Young and the Old”)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta



Sarajevo
I recenti dibattiti sull’immigrazione e l’integrazione in Europa si sono concentrati sui milioni di musulmani che vi si sono trasferiti recentemente. Ma i musulmani sono una parte costitutiva dell’Europa, e lo sono stati per molti secoli. La regione sud-orientale del continente ospita 8 milioni di musulmani, approssimativamente un terzo di tutti i musulmani presenti in Europa.

Ma parlare di una “comunità musulmana” nei Balcani è fuorviante, almeno quanto lo è parlarne rispetto all’Europa Occidentale. Appartenendo a quattro diversi gruppi etnico-linguistici, la posizione dei musulmani nei loro Paesi d’origine nei Balcani varia considerevolmente, e altrettanto variabile è il contesto storico e sociale in cui le comunità musulmane si sono sviluppate.

La Bosnia ha visto un ricostituirsi delle identità etniche e religiose nel corso degli ultimi quindici anni. In Albania, il primo Stato al mondo a dichiararsi ateo nel 1967, l’Islam è la religione dominante, ma la maggior parte della popolazione non è religiosa.

I musulmani in Bulgaria appartengono alla minoranza turca, che conta milioni di persone, e in Macedonia alla comunità etnica albanese che costituisce circa un quarto della popolazione totale del Paese. Il Kosovo, a parte la minoranza serba e poche sacche di cattolici romani, è quasi completamente musulmano ma decisamente poco praticante. I musulmani sono la maggioranza in Albania e in Kosovo (quest’ultimo fa ancora formalmente parte della Serbia e Montenegro), un buon numero in Bosnia, e una minoranza negli altri Paesi (in alcune aree però, come la regione del Sandzak [Sangiaccato, ndc], a cavallo del confine interno tra la Serbia e il Montenegro, essi formano una comunità compatta, localmente maggioritaria). Storicamente, l’Islam praticato nella regione è quello sunnita Hanafi, notoriamente tollerante e pacifico, diffuso in Turchia, anche se è forte anche la presenza di gruppi misticisti come quelli dei Bektashi e degli Haleviti (Alevi).

Certo il wahabismo, una forma fondamentalista di Islam prevalente in Arabia Saudita, è stato attivamente propagato all’interno delle comunità islamiche della regione nel corso degli ultimi 15 anni, sia dai gruppi umanitari (soprattutto sauditi) che da nativi del posto, di ritorno da studi religiosi nel medio Oriente (alcuni enti benefici sauditi sono anche stati accusati di essere coinvolti nel finanziamento di terroristi).

Nathalie Clayer, studiosa dell’argomento, che lavora per il Consiglio nazionale francese delle ricerche, ha dichiarato già nel 2002 alla testata giornalistica italiana online Osservatorio sui Balcani che questa duplice via di ingresso, attraverso le organizzazioni umanitarie e gli studenti ritornanti, era “una delle caratteristiche più interessanti dell’evoluzione dell’Islam nei Balcani negli ultimi anni”, e aveva portato ad una sua “trasformazione profonda”. Ma questa trasformazione ha preso strade diverse nei diversi Paesi.

Macedonia: il ritiro dei musulmani moderati?

Dopo più di un anno di sconvolgimenti interni, che hanno incluso anche molti episodi di violenza, il capo della Comunità islamica di Macedonia, Arif Emini, fu costretto a dimettersi dall’associazione nel giugno 2005. Si arrese alle pressioni dell’ala radicale guidata da Zenon Berisha, desideroso di succedergli nella leadership. Berisha e i suoi seguaci sono accusati di essere wahabiti.

Il pubblico macedone fu scioccato quando Emini fu sequestrato nel suo ufficio da parte di alcuni uomini di Berisha: anche se il Paese certo aveva vissuto violenti sconvolgimenti nel 2001, ciò era accaduto nel quadro delle divisioni etniche; l’Islam non aveva giocato alcun ruolo nel conflitto.

In un incidente collegato, successivo di qualche giorno alle dimissioni di Emini, un gruppo di imam di Skopje, di ritorno da un matrimonio, venne attaccato e malmenato. L’imam capo della moschea Hudaverli di Skopje, Saban Ahmeti, dichiarò in seguito al quotidiano Utrinski Vesnik: “Le persone che ci hanno attaccato erano senza alcun dubbio esponenti dell’Islam radicale o, come li chiamiamo noi, wahabiti. Sostenitori di Zenon Berisha, che per più di un anno ha tentato di prendere il controllo della Comunità islamica”.

Per la prima volta dall’indipendenza della Macedonia nel 1992, la preghiera centrale del mattino per il Bairam di Ramadan, una delle due principali feste musulmane, l’ottobre scorso ebbe luogo non alla moschea principale, la moschea Jaja Pascià, bensì alla moschea Sultan Pascià. Osservatori interni commentarono che ciò segnalava un ritirarsi da parte della leadership islamica moderata, dato che i radicali di Berisha erano riusciti a stabilirsi nella moschea principale di Skopje.

Ma non tutti concordano che le divisioni nella Comunità islamica siano la prova di una scissione decisiva tra differenti versioni della fede. Un rapporto pubblicato a metà gennaio dall’International Crisis Group (ICG), una think tank con sede a Bruxelles che si occupa di monitorare i conflitti nel mondo, è giunto alla conclusione che “nonostante l’ insinuazione che la divisione trovi le sue radici nella teologia religiosa, la religione è raramente menzionata nelle discussioni sulle divisioni della comunità. Ciò che è in gioco sono l’accesso alla proprietà, al denaro e al potere, le connotazioni religiose sono aggiunte successive”.

“E inoltre”, nota l’ICG, “non ci sono segnali realistici che il fondamentalismo [in Macedonia] stia davvero prendendo piede”.

Albania: i nuovi allievi

Una storia simile sembra svolgersi nella vicina Albania. Qui i media chiamano i radicali “i giovani”. Istruiti nelle scuole religiose arabe, essi si sforzano di riportare una forma di Islam di più stretta osservanza nei loro Paesi di origine. L’anno scorso hanno cercato di cambiare lo statuto della Comunità islamica per renderla più vicina alla loro forma di culto, ma non hanno avuto successo. Subito dopo il capo della Comunità islamica, Selim Muka, e il presidente della commissione governativa per le religioni, Ilir Kula, hanno ricevuto minacce di morte. La polizia ha accertato l’autenticità delle minacce e ha messo i due sotto protezione.

Accanto alla loro attività all’interno della Comunità islamica, i radicali stanno anche creando strutture parallele, per esempio il Forum musulmano di Albania, per fare progredire la loro causa.

Ma queste fazioni, pur se radicali, sono anche marginali. In Albania, come in Macedonia, la stragrande maggioranza dei musulmani pratica la propria fede in modo pacifico e tollerante. Forse a causa dell’eredità comunista, per molti la religione ha a che vedere più che altro col preservare le proprie tradizioni, anziché essere devozione religiosa con implicazioni politiche.

Resta però la questione che il pubblico occidentale e gli esperti pongono con sempre maggiore insistenza: questi gruppi resteranno marginali? La loro presenza fornirà un terreno di coltura per cellule e strutture terroriste?

Bulgaria: islamofobia nei media?

Anche la comunità islamica bulgara ha sperimentato delle divisioni, e di questo argomento TOL si è già occupato in passato.

Una corrente guidata dall’ex capo della Comunità, Nedim Gendzev, ha accusato i suoi avversari (guidati da Fikri Sali) di diffondere il wahabismo e di avere strette connessioni con la fondazione olandese Al-Waqf al Islami, spesso accusata di avere legami con Al-Qaeda (queste accuse, smentite dalla fondazione, non sono state provate).

I media bulgari si sono occupati con assiduità delle scuole islamiche semi-legali che stanno spuntando come funghi in tutto il Paese. Queste istituzioni forniscono un’istruzione più radicale, diversa dall’Islam tradizionale praticato in Bulgaria dalla vasta minoranza turca.

Georgi Krustev, del Direttorio per le religioni dello Stato bulgaro, ha pochi dubbi che in quelle scuole sia praticato il wahabismo. Krustev ha dichiarato al londinese Institute for war and peace reporting (IWPR): “C’è un gran numero di giovani che hanno studiato in Arabia Saudita e in Giordania, e che devono essere stati influenzati dalle tradizioni conservatrici di quei Paesi”. Al contempo, invita alla cautela rispetto all’equazione: credo wahhabita uguale terrorismo.

A questa interpretazione ha fatto eco il generale Atanas Atanasov, ex capo dei servizi segreti bulgari, che ha dichiarato a IWPR che i musulmani bulgari sono “pacifici” e non inclini all’estremismo. Atanasov ritiene che l’importanza della radicalizzazione dei musulmani in Bulgaria sia stata esagerata.

L’Helsinki Committee bulgaro ha ammonito che i media stavano diffondendo “islamofobia”.

Ma anche se ben pochi osservatori negano che lo scontro all’interno della Comunità islamica bulgara riguardi più il potere e l’influenza politica piuttosto che la dottrina e la fede, la divisione è reale. Come sono numerosi i corsi di studio e le scuole islamiche che operano in modo ambiguo, anche se la loro associazione con l’uno o l’altro schieramento nella disputa è tutt’altro che chiara.

Kosovo: “Il wahhabismo sta acquistando proporzioni allarmanti”

In Kosovo, Albert Haziri-Zejdi, di Gnjilan, ventinovenne e laureato in una università giordana, è considerato uno dei capi dei wahabiti dalla provincia. Essi sono agli inizi del loro sviluppo e non hanno ancora una struttura ben organizzata.

“In passato questo gruppo non esisteva in Kosovo”, ha detto ai media locali Resul Rexhepi, della Comunità islamica. “Sono apparsi negli ultimi vent’anni, in massima parte dopo la guerra in Kosovo [1998 – 1999]”.

Rexhepi ha detto che il wahabismo è giunto in Kosovo per le consuete vie: tramite laureati provenienti dalle università straniere e attraverso organizzazioni umanitarie islamiche. Egli non li considera una minaccia alla Comunità islamica esistente e pensa che se tentassero di costruire strutture parallele verrebbero fermati.

Zejdi, dall’altro lato, spera precisamente questo. “Per il momento noi siamo indipendenti ma speriamo di riuscire a dare vita ad una organizzazione [interamente nostra]”, ha detto, stando a quanto riportato dai media locali.

“A causa della dottrina legale e religiosa a cui essa aderisce, noi non abbiamo alcuna relazione con la Comunità islamica in Kosovo”, ha aggiunto.

Il principale quotidiano del Kosovo, Koha Ditore, ha scritto in novembre: “Il fenomeno del wahabismo ha assunto proporzioni grandi ed allarmanti in tutte le terre albanesi e nella diaspora albanese in Occidente”. Il giornale ha condannato i recenti atti di vandalismo e di profanazione di tombe, mirati a cancellare le iscrizioni dei nomi e le immagini fotografiche, cose contrarie alla dottrina religiosa wahabita.

Bosnia: legami col terrorismo

Un’età relativamente giovane è un marchio distintivo anche dell’Islam radicale bosniaco, dato che molti sono ritornati da studi all’estero, ed altri hanno combattuto nella famigerata brigata El Mujahid, un’unità irregolare di militanti che operò nella Bosnia centrale durante la guerra del 1992-1995.

Due organizzazioni giovanili sono in prima linea nel movimento: i Giovani musulmani e l’Azione islamica giovanile (AIO).

Uno dei fondatori della AIO, Muris Cupic, egli stesso un ex combattente, ha più volte sostenuto che non ci sono pericoli nell’Islam militante in Bosnia. Ma i suoi colleghi dell’AIO, che conta poche centinaia di membri, sono spesso descritti come promotori del fondamentalismo. Essi hanno espresso pubblicamente dure critiche nei confronti dei loro correligionari musulmani, colpevoli di non comportarsi da veri credenti e di essersi assimilati troppo ai loro vicini cristiani.

L’AIO fu messa sotto sorveglianza all’indomani degli attacchi terroristi dell’11 settembre e si scoprì che era finanziata dalla fondazione saudita Al-Haramain, in seguito dichiarata dagli USA una sostenitrice del terrorismo.

La Comunità islamica in Bosnia, sotto la leadership di Reis-ul-ulema (capo imam) Mustafa Ceric, spesso descritto come filoamericano e promotore della tolleranza, ha cercato di riassorbire questi gruppi, benché essi mantenessero delle concezioni dell’Islam acutamente contrastanti.

Ceric, che ha conseguito un Ph.D. in Studi islamici all’Università di Chicago ed ha recentemente ricevuto dall’Unesco un premio per la comprensione interculturale, sembra in grado di mantenere un difficile equilibrio tra il rassicurare l’Occidente sull’affidabilità della Bosnia e il coltivare relazioni con la fioritura del radicalismo musulmano nel cortile di casa.

Un caso che ha posto l’AIO al centro dell’attenzione è stato, la vigilia di Natale del 2003, l’assassinio da parte di un giovane fanatico musulmano di tre ritornanti di etnìa croata. L’assassino sostenne di essere un membro dell’AIO, la quale invece smentì, concedendo che egli aveva forse presenziato a qualche incontro divulgativo. Ceric si affrettò a condannare il gesto, e invitò i giovani musulmani a “star lontani dalla superstizione, dai falsi libri e maestri che non vogliono comprendere com’è l’autentica vita della nostra patria” un chiaro riferimento agli estremisti venuti da fuori.

Ma in una intervista concessa l’anno scorso alla rivista islamica della gioventù Saff, Ceric respinse le anonime dichiarazioni di esponenti musulmani secondo cui organizzazioni come l’AIO non avrebbero dovuto essere considerate parte della Comunità islamica. “La Comunità islamica è più importante di me, di noi e di loro”, ha detto. “Perciò, tutti noi siamo la Comunità islamica”.

Linee di tendenza globali

I Balcani sono sempre serviti da arena per conflitti che oltrepassavano i confini della regione, o che venivano dall’esterno. È così anche per il radicalismo islamico. Anche se qualcuno potrebbe trovare giustificato l’essere islamofobici nei Balcani di oggi, questo potrebbe essere più una ricaduta dei fatti di Madrid o di Londra, e della crescente divisione a livello globale tra Occidente e Islam, che una diretta conseguenza della storia e dei problemi della regione.

La paura deriva in larga misura dall’importanza data all’argomento dalle locali televisioni, e in questo la regione sta puramente seguendo una tendenza globale.

Di questi tempi una donna con il velo può arrivare sulle prime pagine dei giornali.

Dei testimoni asseriscono di aver visto Bin Laden in Bosnia stringere la mano a questo o a quel compagno durante la guerra in Bosnia. Fotografie sfocate circolano per provare questa o quella accusa. Gli enti umanitari musulmani sono automaticamente guardati con sospetto.

La religione organizzata ha vissuto un rinascimento dopo la caduta del comunismo nei Balcani. Il vuoto lasciato dall’abbandono della precedente ideologia è stato precipitosamente colmato da religioni d’ogni tipo. E così come ci sono tendenze conservatrici e radicali all’interno della comunità musulmana anche le varie fedi cristiane, specialmente quelle cattolica e ortodossa, hanno visto sorgere simili tendenze, talvolta in diretta opposizione a ciò che viene percepito come un “pericolo musulmano”.

Marko Orsolic, uno stimato ed imparziale studioso bosniaco di religioni, ha detto: “Ci sono dei gruppi estremisti marginali sia nella tradizione cristiana che in quella musulmana [in Bosnia], ma se ne trovano anche sotto l’etichetta dell’ateismo”.

La guerra e il declino economico hanno spinto certe comunità ad avvicinarsi al mondo musulmano, sia esso rappresentato dalla più laica Turchia o dalle rigorose Arabia Saudita o Iran. Il governo a maggioranza musulmana della Bosnia del tempo di guerra, che durante la guerra non aveva altri a cui rivolgersi, ricevette sostegno da molti Paesi islamici, incluse forniture di armi dall’Iran con la tacita approvazione del governo USA.

Ma se l’islamofobia è la risposta sbagliata ai rinnovati vigore e autorevolezza di certe forme di Islam nei Balcani, lo è altrettanto una certa forma di cecità indotta dall’ideologia e dal “politically correct”. Le minacce di morte e le aggressioni sono piuttosto reali, ma lo è anche il fatto che l’Islam nei Balcani per secoli sia stato generalmente pacifico.

Gli eventi globali degli ultimi anni sembrano dare ragione alle paure huntingtoniane di uno “scontro di civiltà”. Sarebbe interessante proiettare questo scenario sui Balcani, nonostante i molti fattori che non si accordano con le tradizioni moderate dell’Islam balcanico, il fatto che fino ad oggi non si è verificata nessun serio atto di violenza islamista, e il ristretto numero di musulmani suscettibili al messaggio radicale. Ma se questi sono pezzi che non s’incastrano nello schema di Huntington, bisogna anche considerare che negli ultimi anni un nuovo mortale ingrediente si è aggiunto all’insieme: il terrorismo islamico internazionale.

Certo, l’arresto lo scorso anno a Sarajevo di una presunta cellula terrorista, composta di giovanissimi musulmani, e il ritrovamento di armi, esplosivi e attrezzature per compiere attentati esplosivi suicidi sono un tremendo monito del fatto che è sufficiente un piccolo gruppo di estremisti decisi. E in uno qualsiasi dei Paesi fin qui menzionati è fin troppo probabile trovarne uno.