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L’Islam, i Balcani, l’Europa
Osservatorio Balcani Guide per tema Costume e società
Data pubblicazione: 17.03.2006 09:03

In questa seconda parte dell’intervista a Xavier Bougarel, i complessi rapporti tra identità nazionali e religiose nei Balcani, la conseguenze dell’11 settembre nella regione e i pericolosi retaggi di una visione orientalista dei musulmani europei. Sullo sfondo, il percorso di allargamento dell’Unione Europea
Da Bruxelles, scrivono Rosita Zilli e Marco Furfaro


Lei ritiene si possano individuare al giorno d’oggi meccanismi di identificazione e appartenenza su base religiosa che trascendono quelli nazionali, avvicinando ad esempio i musulmani di Bosnia Erzegovina con quelli del Kosovo?

Sarajevo
Quando l’SDA, il Partito d’Azione Democratica, fu creato nel maggio del 1990 da Alija Izetbegovic e dai suoi compagni, l’obiettivo era dar vita ad un partito che rappresentasse tutti i musulmani jugoslavi, fossero musulmani bosniaci, albanesi, turchi o rom. Questo impegno costituiva una discreta traccia del fatto che diversi fra i membri fondatori fossero appartenuti negli anni Quaranta al movimento pan-Islamista dei “Giovani Musulmani”. Questo movimento mirava alla costituzione di uno Stato comune a tutti i musulmani dei Balcani occidentali: un progetto che era stato promosso dalla Germania durante la seconda guerra mondiale ed un sogno che aveva trovato nuovo vigore tramite la creazione del Pakistan nel 1947. Ad ogni modo, ciò che poteva avere avuto un’eco negli anni Quaranta (vent’anni dopo il crollo definitivo dell’impero ottomano), non aveva invece nessun significato dopo mezzo secolo di modernizzazione comunista e di cristallizzazione di identità nazionali forti e distinte tra i musulmani dei Balcani. Rapidamente, l’SDA divenne il solo partito bosniaco nazionale e nazionalista, e perfino il suo distaccamento locale, in Macedonia, che era stato avviato da attivisti Islamisti locali, si è diviso lungo linee etniche. Durante le guerre jugoslave, le divergenze di interessi fra i musulmani dei Balcani divennero ovvie: i leader dell’SDA insistevano sul principio dell’integrità territoriale al fine di contrastare le rivendicazioni serbe e croate sulla Bosnia Erzegovina, mentre i leader albanesi del Kosovo sostenevano il principio dell’autodeterminazione al fine di distaccare le province del Kosovo dalla Serbia. Dopo il termine della guerra in Kosovo nel 1999, non solo i serbi ma anche i rom ed i bosgnacchi divennero vittime del revanscismo e della pulizia etnica albanesi e, in Macedonia, una competizione fiera ha visto opporsi gli attori politici albanesi e turchi riguardo all’assimilazione dei torbesi slavofoni. I turchi in Bulgaria e Grecia costituiscono ancora un altro caso, posto che si identificano più con la vicina Turchia piuttosto che con i musulmani dei Balcani non-turchi.

Questo non significa che non ci siano stati casi di cooperazione tra bosgnacchi ed attori politici albanesi. Alcune reti informali costituitesi durante la guerra di Bosnia, ad esempio, hanno venduto una parte del surplus dell’Esercito bosniaco all’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK). Ciononostante, sembra che gli stessi canali siano stati utilizzati anche per vendere armi all’Esercito serbo-bosniaco, il che suggerisce che le motivazioni di questi affari fossero in primo luogo e soprattutto di natura finanziaria. Centinaia di albanesi del Kosovo e la diaspora si sono uniti all’Esercito bosniaco nel 1992, ma innanzitutto per combattere assieme ai bosgnacchi contro un comune nemico etnico. È illuminante il fatto che l’unità in cui si sono raggruppati la maggior parte dei combattenti albanesi, assieme ai bosgnacchi del Sangiaccato, non portavano un nome religioso, ma il nome di una divisione delle SS costituita dai tedeschi nel 1943: la “Handzar divizija”. Solo alcuni albanesi hanno combattuto assieme ai mujaheddini in Bosnia, prima di cercare di creare unità religiose presso l’UCK nel 1998. Per questa ragione, è difficile parlare di sentimenti religiosi che vanno oltre le fratture etniche. I movimenti neo-salafisti cercano con tutte le loro forze di sviluppare un meccanismo di identificazione alla Umma (la comunità dei credenti) e criticano i musulmani dei Balcani perché coltivano le loro identità etnico-nazionali e le tradizioni locali ma, come già detto in precedenza, la loro influenza resta limitata. Vale anche la pena notare che questo tipo di discorsi sembrano trovare risonanza fra i giovani musulmani dei Balcani che vivono in Europa occidentale o in nord America, il che dimostra come, ancora una volta, le evoluzioni dell’Islam nei Balcani non sono poi così diverse da quelle dell’Islam in generale.

Quali sono state le conseguenze dell'11 settembre e della "guerra globale al terrorismo" nei Balcani? Il fattore religioso complica il processo di integrazione europea di parte dei Balcani e della Turchia?

Gli attacchi dell’11 settembre sono stati unanimemente condannati dai rappresentanti politici e religiosi delle popolazioni musulmane dei Balcani, sia perché l'accadimento li ha sconvolti sia perché hanno immediatamente compreso che questo poteva danneggiare la loro posizione geostrategica e simbolica, e questo specialmente nei riguardi della politica estera e dell’opinione pubblica americane. La “guerra al terrorismo” aveva già avuto inizio alcuni anni prima, in seguito alle bombe di Nairobi e Dar-es-Salam e, tramite la pressione esercitata dell’America sugli Stati balcanici, la presenza di numerose ONG in Albania e Bulgaria è stata proibita, la maggior parte dei mujaheddini ha lasciato la Bosnia e molti sospetti terroristi sono stati arrestati. L’11 settembre ha rafforzato le pressioni americane e la repressione di Stato nei confronti degli islamisti radicali, come dimostrato nel caso dei sei attivisti algerini deportati illegalmente dalla Bosnia a Guantanamo nel 2002. Il cambiamento più ovvio riscontrabile nei Balcani dopo l’11 settembre riguarda invece il delirio anti-islamico di alcuni media locali che, agli inizi degli anni Novanta, sono perfino riusciti ad ipotizzare la minaccia di una “dorsale verde” che avrebbe portato al collegamento delle aree popolate da musulmani con la Turchia per far rivivere l’Impero ottomano e che, oggi, vedono ovunque le mani di una “al-Qaida bianca”, i cui membri sarebbero dei più pericolosi in quanto non distinguibili dal colore della loro pelle!

Ad ogni modo, dubito che gli attacchi dell’11 settembre, oppure l’inconfutabile presenza di reti transnazionali di jihadisti in Paesi quali la Bosnia Erzegovina e l’Albania, giochino un ruolo fondamentale nel processo di allargamento dell’Unione Europea. In primo luogo, il processo di allargamento dell’UE non riguarda l’integrazione di una particolare comunità etnica o religiosa, ma la capacità di adesione da parte di nuovi Stati membri, e l’esistenza di istituzioni statali funzionanti non è solamente richiesta per sostenere finanziariamente la lotta al terrorismo, ma anche per contrastare il crimine e mantenere l’ordine civile. In secondo luogo, l’adesione da parte di Paesi dei Balcani occidentali – inclusi quelli aventi una popolazione a maggioranza musulmana come Albania e Bosnia – dipenderà, da un lato, dalla loro situazione politica ed economica generale e, dall’altro, dalla capacità dell’Unione Europea di superare le sue difficoltà interne. Date queste premesse, non ritengo che il fattore religioso giocherà un ruolo fondamentale nel determinare se questi Paesi dovranno o meno entrare a far parte dell’UE, sebbene, come al solito, i pretesti di ordine religioso potranno essere strumentalizzati per nascondere le altre questioni sul tavolo. D’altro lato, una volta che i governi e le opinioni pubbliche europee avranno capito di avere accettato la candidatura di Paesi a maggioranza musulmana senza aver messo in pericolo “i valori e le tradizioni culturali europee”, l’ingresso dei Paesi dei Balcani occidentali nell’UE potrebbe facilitare un successivo allargamento alla Turchia. La diplomazia turca è ben cosciente di questo fatto e questa è probabilmente una delle ragioni per cui gli attori governativi e non-governativi turchi sono sempre più attivi nei Balcani, configurandosi come investitori importanti e come fattore di stabilità nella regione, così come un’alternativa alle influenze neo-salafiste.

Allargando la prospettiva d’indagine e parlando più in generale dei rapporti fra Islam ed Occidente, pensa che l’esperienza balcanica potrebbe invece essere valorizzata e portata ad esempio di una convivenza pacifica?

Non penso, per diverse ragioni. Parlare dell’esperienza storica balcanica quale modello di “coesistenza pacifica” porta a contrapporre una tesi semplicistica – il mito dell’“odio ancestrale” – con un’altra ugualmente semplicistica - il mito della “tolleranza secolare”. Da un punto di vista politico, risposte del genere sono deboli e miopi. Da un punto di vista storico, sono semplicemente errate: la società ottomana era fortemente compartimentata e gerarchizzata secondo linee religiose ed i Balcani hanno conosciuto diversi episodi di violenza, specialmente ma non solo dall’ascesa del nazionalismo nel diciannovesimo secolo in poi. Anche se può sembrare sorprendente, penso anche che questa tesi costituisca un riflesso tardivo del pensiero orientalista: presentare l’esperienza balcanica come un modello di “coesistenza pacifica” equivale a dimenticare che tutte le altre parti del mondo sono ugualmente caratterizzate da una coesistenza più o meno pacifica fra musulmani e non musulmani e parlare di un Islam balcanico come di un “Islam tollerante ed europeo” implica ritenerlo una realtà omogenea e statica a cui opporre implicitamente un “Islam intollerante in quanto non europeo”. Un buon esempio di questo pensiero proviene dallo scrittore Stephen Schwartz il quale, nei suoi libri, descrive l’attuale situazione balcanica come un “tradimento” ad una tradizione locale idilliaca operata da perversi missionari arabi.

Se si cerca di capire quali elementi nell’esperienza dei musulmani dei Balcani possano contribuire ad uno sviluppo positivo delle relazioni fra Islam ed occidente, bisogna andare più in dettaglio. Le popolazioni musulmane dei Balcani vivono in Stati europei non musulmani sin dal 1878 nel caso di Bosnia Erzegovina e Bulgaria, sin dal 1912 nel caso di Macedonia, Kosovo, Sangiaccato e Tracia occidentale ed Albania a maggioranza musulmana dove però una definizione secolare di Stato resta ancora una volta una relativa eccezione alla regola. Di conseguenza, queste discriminazioni e queste violenze subite dalle popolazioni musulmane dei Balcani si sono riaccese negli anni Novanta, ma il comportamento ed il pensiero dei loro leader politici e religiosi restano ancora largamente sconosciuti. In breve, i musulmani dei Balcani sono stati riscoperti come vittime, ma non ancora come protagonisti. Ad ogni modo, se si presta attenzione al fervido dibattito religioso che si è prodotto all’inizio del ventesimo secolo fra i musulmani dei Balcani, non si può fare a meno di constatare che molte questioni – dall’occidentalizzazione dei codici d’abbigliamento alla ridefinizione della Sharia in uno Stato non musulmano – sono simili a quelle attualmente in discussione nell’Europa occidentale. Poste queste premesse, ciò che i musulmani dei Balcani possono offrire all’Europa ed al mondo è, fra le altre cose, questa esperienza di minoranza e del corpus religioso nato da questa condizione.

In che misura ritiene che i musulmani dei Balcani si sentano vicini ed in un qualche modo rappresentati dai musulmani che attualmente vivono entro i confini dell’Unione europea?

La mia impressione è che i musulmani dei Balcani si identifichino con i non musulmani occidentali o, in alcuni casi, con i turchi della Turchia, piuttosto che con i musulmani in Europa occidentale, e questo per ovvie ragioni storiche e simboliche. Inoltre, le sfide che i Balcani dell'Europa occidentale e quelli dell'Europa sud-orientale si trovano ad affrontare sono piuttosto diverse, con i primi che cercano di essere riconosciuti come comunità religiose legittime nel quadro di Stati-Nazione definiti ed i secondi che si sono trasformati in comunità nazionali distinte e che, in alcuni casi, stanno ancora lottando per costituire un proprio Stato nazionale. Questa situazione può cambiare attraverso la graduale stabilizzazione degli Stati balcanici ed il futuro allargamento dell'Unione europea, ma è ancora troppo presto per sbilanciarsi sulla questione con una dichiarazione ben delineata. Ad ogni modo, ciò che è certo è che una maggioranza dei musulmani dei Balcani che vivono all'interno dell'Unione non si sentono vicini ad altre diaspore musulmane ma, al contrario, lottano per distinguersi dai musulmani africani o di origine asiatiche. Poste tali premesse, non vedo in generale come i musulmani dei Balcani possano sentirsi "rappresentati" dai musulmani che vivono nell'UE, né perchè questo dovrebbe avvenire. Sono due le questioni in gioco. La prima riguarda la misura in cui i musulmani dei Balcani che vivono nell'UE prendono parte agli organi rappresentativi islamici costituitisi a livello locale e nazionale in diversi Paesi europei. La risposta è che, nella misura in cui i musulmani dei Balcani sono organizzati in comunità religiose, come nel caso dei bosgnacchi in Germania e Svezia o degli albanesi in Belgio e in Svizzera, essi partecipano a tali organi ma non svolgono un ruolo significativo all'interno degli stessi. Oltre al fatto che le comunità turche o arabe sono molto più numerose, le diaspore albanesi e bosgnacche preferiscono concentrarsi sulle proprie rivendicazioni nazionali e mantenere un basso profilo su questioni di ordine religioso. La seconda questione attiene alla misura in cui le istituzioni religiose islamiche vogliono incoraggiare la formazione di reti islamiche paneuropee o di organi rappresentativi. In generale, direi che queste istituzioni sono più interessate a sviluppare contatti con il Segretario per gli affari religiosi turco (Diyanet) o con diverse organizzazioni religiose del mondo islamico, fosse anche solo per ragioni finanziarie. L'unica parziale eccezione è rappresentata dalla comunità islamica di Bosnia Erzegovina, la quale è legata in misura minore all'Islam turco rispetto alle sue controparti nei Balcani, ed il cui Reis-ul-Ulema, Mustafa Ceric, è stato imam a Chicago e Zagabria, ed ha pertanto un'esperienza personale della diaspora in Occidente.

A mio avviso, comunque, i due fattori chiave che definiranno le relazioni tra i musulmani dell'Europa occidentale e quelli dell'Europa sud-orientale rimangono, da un lato, il ruolo delle istituzioni europee nel definire le relazioni tra gli Stati europei e i relativi cittadini musulmani, e dall'altro, l'allargamento dell'Unione europea alla Turchia. Sia i musulmani dell'Europa occidentale che quelli del Sud-Est Europa si rivolgono sempre con maggior frequenza ad istituzioni europee quali la Corte europea per i Diritti Umani o il Parlamento europeo al fine di risolvere le proprie difficoltà con le istituzioni statali. Nel lungo periodo, tali strategie giuridiche e di pressione potrebbero favorire la creazione di reti comuni ed organi rappresentativi. L'allargamento dell'UE alla Turchia influenzerebbe, da parte sua, la posizione dei musulmani dei Balcani nell'immaginario e nella realtà europei. Se l'UE non riconosce la Turchia come uno dei suoi legittimi Stati membri, i musulmani dei Balcani resteranno ai margini della sfera pubblica e della vita religiosa islamica europee e saranno ridotti ad un reperto "tollerato" - e nel migliore dei casi, "cosììì affascinante" - del passato ottomano. In caso contrario, l'adesione della Turchia contribuirebbe alla stabilizzazione dei Balcani affievolendo la sensazione di accerchiamento e di precarietà condivisi da molti musulmani dei Balcani, gli consentirebbe di occupare un ruolo di maggiore centralità nella costruzione dell'Europa e nell'elaborazione di un'"Islam europeo", e - ultimo ma non meno importante – assesterebbe un colpo mortale a quelle ideologie nazionaliste che, nei Balcani e altrove, negano all'Islam ed ai musulmani ogni presenza legittima in Europa.

(2 - fine)


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