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Maja Celija, un'illustratrice si racconta - I
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Data pubblicazione: 23.03.2006 08:46

Le città, le impressioni e i dubbi di una ragazza che nel 1995 parte dalla Croazia diretta a Milano per diventare illustratrice. Il lavoro, i libri più riusciti e quelli più sudati, le persone, gli ostacoli, nella severa e gioiosa ricerca del rigore e dei modi per sopravvivere disegnando. La prima di due puntate
Maja Celija è una giovane illustratrice slovena, cresciuta in Croazia, vissuta a Milano, che ora risiede a Pesaro, dove vive con il compagno illustratore Luigi Raffaelli. Collaboratrice di diverse testate e riviste (tra queste Il Sole 24ORE; Diario della Settimana; Hamelin), nel 1998 è stata selezionata alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna facendosi conoscere a livello internazionale. Recentemente ha partecipato alla Fiera Internazionale del Libro InterLiber 2005 di Zagabria e ha rappresentato l’Italia alla Biennale dell’Illustrazione di Bratislava. In Italia ha collaborato con le case editrici Carthusia, Fatatrac e Topipittori. L’abbiamo incontrata nella sua casa studio, in occasione dell’uscita di Chiuso per ferie, realizzato insieme a Giovanna Zoboli per Topipittori, in libreria da marzo 2006.

Ci sono tre tappe prima del tuo arrivo a Pesaro. La Slovenia, in cui sei nata; la Croazia in cui sei cresciuta; Milano, la città della formazione, dove sei diventata illustratrice. Puoi raccontare questo viaggio?

Il mio percorso è questo: ho vissuto a Maribor (Slovenia), fino all’età di quattro anni. Poi mi sono trasferita con i miei genitori in Croazia, a Pola, dove ho vissuto fino al 1995. Ho frequentato le scuole elementari, il liceo classico e a diciotto anni mi sono chiesta che fare. Avevo sempre avuto due aspirazioni: o fare la biologa, oppure iscrivermi all’Accademia. Ma non perché mi interessasse l’illustrazione: il mio indirizzo era pittura. Già al liceo frequentavo un corso di pittura, ci si esercitava in copie dal vero, nature morte. Mi piaceva moltissimo, non vedevo l’ora che scattasse l’ultima ora di lezione e poi andare al corso, due volte a settimana. Nel momento della scelta avevo molti dubbi, mi chiedevo se sarei riuscita a entrare all’Accademia, cosa molto difficile in Croazia, perché le selezioni sono molto rigide. Cominciai a valutare l’ipotesi di andare a studiare all’estero. È così che ho deciso di iscrivermi al corso di illustrazione dell’Istituto Europeo di Design che ha sede a Milano.

Cosa rappresentava per te la Croazia nel momento in cui sei partita?

Era una fase delicata. Anche se la mia regione, l’Istria, non è mai stata colpita, sentivi che c’era stata una guerra. Spesso mi hanno chiesto come fosse e – potrà sembrare strano o superficiale – rispondo che io e i miei coetanei pensavamo a studiare, a divertirci, ci comportavamo come qualsiasi altro adolescente. Quasi senza rendersi conto che a pochi chilometri era in corso una guerra terribile. Malgrado le continue notizie dal fronte, in tv, noi ascoltavamo la musica dei Nirvana e piangevamo la morte di Kurt Cobain. La città si svuotava, a scuola alcuni compagni partivano definitivamente, altri, soprattutto profughi bosniaci, arrivavano per la prima volta.

Parliamo del tuo impatto con Milano.

L’Italia non era per me una novità assoluta. Un po’ perché riconoscevo il suono della lingua, usatissima in Istria; un po’ perché si andava spesso a Trieste per fare acquisti. La grande novità era vivere in una metropoli. Abitavo in una casa popolare in periferia e per spostarmi passavo molto tempo sui mezzi. Studiavo con impegno, cercavo di resistere alla nostalgia di Pola e alle tentazioni degli infiniti negozi milanesi. La maggior parte del tempo la passavo a scuola.

Come hai iniziato il tuo mestiere di illustratrice?

Ottenuto il diploma, ho cominciato a girare per Milano col mio portfolio sotto braccio e telefonavo alle redazioni di riviste e case editrici chiedendo appuntamenti. Nel 1998 ho partecipato per la prima volta alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna. Sapevo che era una manifestazione molto prestigiosa, con una severa selezione. Quell’anno avevano selezionato novantanove illustratori e io ero tra questi.

Ciò ti ha permesso di entrare subito in contatto con gli editori?

No, ma grazie alla Fiera sono stata contattata da una galleria d’arte giapponese che mi ha commissionato cinquanta disegni e ha poi allestito una mostra vicino a Tokyo. Ho lavorato moltissimo. È stata una straordinaria esperienza professionale e umana.

Pensi ci siano tracce della tua provenienza balcanica nei disegni che hai fatto o che fai?

I primi disegni sono più vicini al mio vissuto in Croazia e specialmente a quello in Slovenia; titoli come “Maribor”, “Pola”, “Nonna”, lo dimostrano. Mi è più difficile capire dove la gente veda un est nei miei disegni. Col tempo i miei lavori sono diventati sempre più autonomi rispetto alle radici jugoslave e oggi, non hanno più niente a che fare con quel passato.

Tu ti occupi di libri illustrati ma non solo ...

Ho lavorato anche per riviste italiane e straniere, ma oggi, in Italia, il lavoro dell’illustratore si concentra soprattutto nel settore dei libri per ragazzi. Invece, negli anni ’70 e ’80, l’illustrazione era molto utilizzata in ogni ambito editoriale e pubblicitario. C’era un mercato vastissimo che attualmente è ridotto ai minimi storici.

Nella varietà degli ambiti in cui ti sei trovata a lavorare come illustratrice, qual è quello in cui senti di poterti esprimere al meglio? Qual è la condizione migliore?

La condizione migliore è poter essere libera, che non significa fare quello che voglio in assoluto. Per esempio in questo libro uscito a marzo, Chiuso per ferie di Topipittori, ho avuto molta libertà. C’era solo l’idea dell’autrice, Giovanna Zoboli: lei pensava a un libro che raccontasse cosa succede in una casa quando la famiglia parte per le vacanze. Quando la porta si chiude e la casa rimane in silenzio, cosa succede? Io inizialmente mi immaginavo cose reali: sicuramente girano gli scarafaggi, le formiche, c’è qualcuno che vuole entrare in casa, rubare qualcosa. Invece poi sono nati i personaggi che escono dalle fotografie: il nonno, la nonna, la bisnonna… e combinano di tutto; loro però rimangono sempre piccoli, rispettando le dimensioni che avevano dentro le loro fotografie. Qui ho avuto la massima libertà all’interno però di un progetto molto preciso.

Al contrario, qual è la condizione di massima difficoltà?

Spesso un illustratore si trova a essere non solo illustratore, ma autore di un vero progetto editoriale. Quindi ci si deve moltiplicare, diventare anche scrittori, grafici e disegnatori, cosa molto difficile perché ogni competenza specifica comporta problemi diversi.

Quanto tempo comporta la realizzazione di un libro?

Io posso essere anche veloce. Con Topipittori ho realizzato per ora due libri – Filastrocca acqua e sapone per bambini coi piedi sporchi (2005) e Chiuso per ferie (marzo 2006) – e uno è in cantiere. Ma il progetto nasce circa un anno prima dell’uscita in libreria. Certo non si vive con un libro all’anno e allora si fanno anche lavori più esecutivi, in cui a partire da un testo, in poche settimane devi produrre un determinato numero di disegni. Lavoro molto, in questo modo, per la Francia. Lì sono state pubblicate alcune raccolte che accorpano più illustratori e sono anche pagate abbastanza bene, ti permettono di guadagnare più velocemente.


( ... continua)


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