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Albania, premier autoritario

21.04.2006    scrive Indrit Maraku

Con una decisione ritenuta da molti analisti autoritaria Sali Berisha destituisce Spartak Ngjela, figura di spicco del Partito democratico e capo della Commissione legislativa del Parlamento. Durissime le critiche dei media locali
Sali Berisha
Uno scontro durissimo all’interno del Partito democratico (Pd) del Premier albanese Sali Berisha, tra quest’ultimo e il capo della commissione legislativa del Parlamento, Spartak Ngjela, ha svelato l’autoritarismo dello stesso Primo ministro, tornato al potere meno di un anno fa dopo otto anni di opposizione. Ngjela, una figura di spicco del Pd, è stato silurato da tutte le cariche istituzionali e di partito perché recentemente aveva mandato indietro all’Esecutivo sette proposte di legge che a suo avviso erano incostituzionali. La decisione gli è stata comunicata personalmente da Berisha in un colloquio, dove erano presenti alcune tra le più alte cariche dello Stato, che è stato intercettato e divulgato su tutti i media locali.

Accanto a Ngjela si sono schierati, oltre all’opposizione, quasi tutti gli alleati del Pd al Governo e gran parte della stampa indipendente. Il Premier è stato definito dagli analisti come “autocrate” e “bolscevico”. Mentre ad accompagnare il caso, sulle pagine dei giornali è rispuntata la cosiddetta “lista nera del Pd”, una lunga fila di illustri personaggi cacciati per opposizione interna al leader.

Il caso Ngjela

Spartak Ngjela
Il primo screzio tra il Premier Berisha e l’avvocato Spartak Ngjela risale a pochi mesi dopo il ritorno dei democratici al potere. Lo scorso 24 ottobre l’ormai ex capo della commissione legislativa del Parlamento ha chiesto al primo ministro di assumersi le responsabilità di portare in Parlamento leggi migliori. Da allora, sette proposte di legge importanti – tra cui la riforma stessa del voto in Parlamento, il blocco per tre anni per le piccole imbarcazioni, la partecipazione della popolazione nella lotta alla corruzione e un condono per le case abusive – sono state mandate indietro all’Esecutivo perché ritenute da Ngjela incostituzionali e spesso in violazione dei diritti umani.

Il 3 aprile scorso Berisha ha invitato Ngjela nell’ufficio del capo del Parlamento, Jozefina Topalli, in presenza anche di alcune delle cariche più alte dello Stato, dove nel corso di un dibattito molto acceso gli ha comunicato la decisione di rimuoverlo dall’incarico. Tutto il colloquio è stato intercettato e registrato (da chi, rimane ancora un mistero) facendo il giro di tutti i media. Un fatto che ha infiammato ancora di più lo scontro: Ngjela è stato pubblicamente accusato da Berisha come autore dell’intercettazione, cosa che ha portato alla sua rimozione da ogni incarico. Come hanno fatto notare i media, quest’ultima decisione è stata presa da un ristretto vertice del Pd in chiaro contrasto con lo statuto del partito che in tali casi richiede una decisione di tutta la direzione del partito in presenza anche di alcuni rappresentati del consiglio nazionale.

L’avvocato da parte sua ha incolpato il Premier della situazione legislativa in Albania che l’ha definita una “porcheria”. Elencando a Berisha tutti i casi in cui a suo avviso c’è stato un tentativo di violazione della costituzione, Ngjela si è assunto anche qualche responsabilità: “È anche colpa mia che ti ho tollerato […] ti dovevo denunciare penalmente”, gli ha detto. In fine, accusandolo di essere un “comunista”, Ngjela ha chiesto al primo ministro di dare le dimissioni perché ha “bloccato l’economia e l’intero Stato”.

Le reazioni e le mancate reazioni

Nel dibattito, che ha tenuto banco per più di due settimane, si sono mischiati un po’ tutti. Per prima, l’opposizione di centro-sinistra che ha espresso tutto il suo appoggio all’avvocato. Il leader del Partito socialista, Edi Rama, ha dichiarato di non voler intromettersi nelle faccende interne dei democratici ma tuttavia ha invitato Berisha a confrontarsi in Parlamento sul caso.
A sostenere Ngjela sono stati anche gran parte degli alleati del Pd al Governo: se la questione passa nell’aula dei deputati voteremo a suo favore, hanno fatto sapere. Gli unici del centro-destra a non schierarsi sono stati i repubblicani, che tra l’altro recentemente si confrontano con il Premier su un’altra proposta di legge a loro molto cara, i beni immobili.

Dal Pd stesso a Ngjela sono arrivati solo inviti di dimettersi per “non creare scompiglio all’interno del partito”. È rimasta invece a tacere quella parte liberal-democratica che aveva fatto ingresso nel partito la primavera scorsa, rappresentante, come si è detto allora, della “società civile”, grazie alla quale Berisha ha convinto molti del suo promesso cambiamento e che gli ha regalato la vittoria alle scorse elezioni dopo ben otto lunghi anni di opposizione.

Durissimi nei commenti gli analisti politici e gli opinionisti che dalle pagine dei giornali hanno addossato al Premier definizioni come “autocrate” e “bolscevico paranoico”. Firme prestigiose del giornalismo albanese non hanno esitato ad evocare il passato del leader democratico, puntando il dito su di lui per le promesse mancate di cambiamento nello stile politico. Martin Leka ha parlato di un “fenomeno non sconosciuto nello stile governante di Berisha, che sfortunatamente la stragrande maggioranza dei politici, una parte dei giornalisti e dell’opinione pubblica riteneva che Berisha se ne fosse dimenticato. Il fenomeno si chiama Autocrazia!”.

Il più duro di tutti col Premier sembra essere Mustafa Nano che sulle pagine di “Shekulli” scrive: “Tutto ciò è la dimostrazione plateale di una grande verità: Sali Berisha è stato, è e sarà un bolscevico esaltato, patetico e irreparabile, un paranoico che viene trascinato da impulsi feroci, un Premier pericoloso, una macchina che produce nemici uno dopo l’altro e un politico fallito”. Per il noto analista, “si capisce sempre più che con le elezioni del 3 luglio scorso, gli Albanesi sono tornati indietro di 8 anni”.

Pd, 16 anni di dissidenti ed esclusi

Quello di Spartak Ngjela è solo l’ultimo nome che si aggiunge a quella che la stampa ha battezzato come la “Lista Nera del Pd”. Un elenco composto da illustri personaggi dei democratici che sono stati costretti ad abbandonare il partito, e a volte la politica attiva, dopo scontri avuti con il leader Berisha.

Tutto iniziò nel 1991, quando all’interno del partito ci fu la prima spaccatura riguardo al suo organo di stampa. Con una decisione lampo fu licenziato il redattore capo della “Rilindja Demokratike” (RD, Rinascita Democratica), Frrok Cupi. Solo dopo, il vecchio giornalista avrebbe raccontato che si era trattato di un ordine diretto di Berisha.

Nell’agosto del 1992 ci fu l’allontanamento di quello che ancora oggi viene chiamato il “gruppo dei mozionisti”. Si trattava di alcuni dirigenti del Pd cacciati con forza dalla sala delle riunioni della sede del partito. Da quella che per molti è una delle pagine più buie di 16 anni di storia del Pd nacque il Partito dell’alleanza democratica (Pad), la “prova materiale” che un pensiero diverso all’interno del Pd non trovava spazio.

Poi il controllo politico passò sul governo. Due ministri, Genc Ruli e Dashamir Shehi, considerati dall’allora Presidente della Repubblica, Sali Berisha, come non graditi, vennero rimossi nel 1994, con accuse montate di corruzione. Stessa sorte per Petrit Kalakulla (membro della direzione e ministro dell’Agricoltura) e Abdi Baleta che nello stesso anno vennero mandati via in seguito a contraddizioni continue con il leader del partito.

Nel 1995 toccò al capo del Pd, Eduard Selami: da molti visto come il successore di Berisha, presto egli sarebbe diventato un problema per il leader indiscusso dei democratici. Il suo allontanamento segnò la fine di un nuovo progetto politico all’interno del partito che costò un anno dopo l’immunità politica ad Azem Hajdari, uno dei fondatori del partito: un atto ritenuto da molti assurdo ed immotivato.

Sarebbero passati due anni dal passaggio del Pd all’opposizione e nel 1999 l’ex consigliere di Berisha, Genc Pollo, avrebbe tentato il posto del numero uno del partito. Cosa che avrebbe pagato con l’allontanamento dalla gara, ma anche dal partito. Da lì nacque il Partito democratico riformato (Pdr), formazione guidata da Pollo che ora si trova accanto a Berisha nella coalizione governativa.

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