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L’import-dipendenza albanese
Osservatorio Balcani Guide per Area Albania Albania Notizie
Data pubblicazione: 03.05.2006 09:58

L’Albania soffre di import-dipendenza e basterebbero alcuni accorgimenti per riavviare il sistema di produzione locale, del quale beneficerebbero soprattutto i consumatori. Nostra traduzione
Di Rexhep Shahu, Shekulli, 25 marzo 2006 (tit. orig. Deri kur do te varemi vetem nga importi)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Marjola Rukaj



Le recenti disposizioni del Ministro albanese dell’Agricoltura, Jemin Gjata, sull’arresto dell’importazione di pollame e bovini, hanno fatto luce su molti problemi da tempo persistenti. Queste disposizioni hanno nuociuto a molti interessi confermando la sgradevole situazione in cui versa l'Albania e il consumatore albanese

I grandi importatori della carne di pollame e particolarmente quelli della carne bovina, hanno reso pubblico l’allarmante calo del 40% del consumo di carne e dei suoi derivati. La minaccia riguardava l’aumento dei prezzi poiché oggettivamente il paese non soddisfa sufficientemente il suo fabbisogno. Il ministro Gjana, ha ribadito il dovere di difendere il consumatore ma anche la necessità di non danneggiare il mercato. Vi è questo rapporto conflittuale perché il ministero dell’Agricoltura, non considera affatto il mercato come un’antagonista bensì come un partner cui si cerca di spianare il cammino tramite l’emanazione di leggi adeguate.

Ma il mercato deve fermarsi, venire controllato per non far sì che viga solo il brivido irresistibile del guadagno a tutti i costi. Il mercato dovrebbe giovare anche del fatto che finalmente lo stato tutela anche i prodotti del mercato stesso chiedendo qualità e garanzia. Naturalmente ciò giova alla dignità del marchio dei prodotti e di conseguenza anche all’autorità degli attori stessi del mercato. Gli stessi imprenditori che abusano del settore, prima di avere il ruolo di fornitori o produttori di derivati della carne altro non sono che consumatori come gli stessi acquirenti dei loro prodotti. Rispetto al gruppo dei consumatori i produttori non sono che una minoranza esigua. Perciò vi sarebbe la necessità di una sensibilizzazione rivolta ad includere nella propria visione lo svantaggio del consumatore. Questo purtroppo non avviene quasi mai. A ciò, oltre al brivido del profitto, vi contribuisce anche l’incoerenza della legislazione di questi ultimi anni, privilegiata da pratiche palesemente corrotte, che ostacolano da tempo l’efficacia dei tentativi di modificare l’immagine dell’Albania quale luogo di interramento degli scarti e del marciume altrui. La situazione degli ultimi 3-4 mesi ha confermato l’esistenza di alcuni problemi che non possiamo continuare a trascurare fingendo che non esistano. Si è venuta a creare negli anni del postcomunismo la psicosi che questo paese non possa produrre niente, che è destinato ad essere un consumatore delle merci d’importazione e nel peggiore dei casi che può anche assorbire spazzatura e marciume che altrove si è soliti interrare.

Molti commercianti hanno dimostrato di mirare esclusivamente alla vendita di qualsiasi merce, di buona o pessima qualità, ignorando del tutto gli obblighi di tutela del consumatore. È sorta anche la diceria che nel mercato albanese vi sia merce di scarsa qualità la cui produzione era destinata all’Albania vista la mancanza di strutture di controllo. Non vorrei dilungarmi in dati statici per rilevare la quantità di carne importata dai vari paesi. Vorrei solo dire che non si può continuare a rimanere ostaggio dell’importazione. Gli attori del mercato albanese dovrebbero incominciare a diventare nazionali. Non vi è niente di patriottico in questa esclamazione. Semplicemente in veste di cittadino e consumatore albanese non vorrei che avessimo solo una borghesia mercantile dell’importazione. Il rischio dell’influenza aviaria in paesi vicini e lontani ha comportato il collasso del nostro mercato. Ma vi sarà ovviamente una soluzione a tutto questo. Nessuno dei maggiori importatori albanesi finora si è degnato di stimolare la produzione nazionale. Ci si è dimenticati che anche l’Albania è un ottimo habitat di bovini, suini, capre e altro. Però non vi sono stati degli imprenditori che abbiano contrattato con i contadini albanesi. Se il contadino albanese avesse trovato un mercato sicuro e disciplinato avrebbe sicuramente aumentato la propria produzione, e soprattutto non sarebbe emigrato a custodire i greggi e a coltivare i terreni dei nostri vicini. Sarebbe diventato argat (servo della gleba nel sistema feudale ottomano) di se stesso vivendo in condizioni molto migliori di quelli che usano offrire gli efendiko (feudatari in greco) presso le loro stalle. L’iniziativa spetta ai maggiori venditori e produttori del paese.

L’Albania dispone di tanti pascoli, campi deserti, per poter allevare animali e produrre carne e latte per il fabbisogno nazionale e per l’esportazione d’alta qualità. Nella situazione attuale persiste l’embargo riguardo all’esportazione della carne da parte dei paesi dell’UE. E’ stato appena concesso il nullaosta all’esportazione delle uova ma non si è ancora arrivati ad una sua messa pratica. Nel quadro dell’intensificazione dei rapporti con l’UE ci si aspetta anche il semaforo verde per molti prodotti albanesi da esportare sul mercato europeo. Per ora si resta in balia dei sospetti sull’efficacia del controllo veterinario albanese. Per sbarazzarci di questa noia il ministero ha predisposto delle misure apposite di aumento dei controlli e della qualità dei prodotti su tutto il territorio.

Il ministro Gjana afferma che si stanno cercando di adeguare la legislazione e i parametri di controllo a quelli europei. Tempo fa un commerciante di Prizren, mi diceva che potrebbe acquistare 20.000 capretti nella regione povera di Kukes, per poi esportarli in Germania e in Francia, però mancano le infrastrutture, e in realtà i 20.000 capretti non esistono neanche, perché i contadini non allevano più animali non essendo incentivati dal mercato. Un pensionato paragonò le case dei contadini di oggi coi luoghi di riparo delle guardie di frontiera di una volta, (posti vuoti e tetri adibiti solo al riparo dal vento e dalla pioggia). Degli animali non c’è traccia. Il commerciante di Prizren voleva vendere ad ogni tappa del suo business 50 tonnellate di formaggio di capra. E nonostante le capacità potenziali dell’Albania superino questa cifra, oggi essa non è assolutamente raggiungibile. Attraverso i confini via terra, in Albania penetrano illegalmente molti bovini dalla Macedonia, dal Kosovo e oltre. E il mercato assorbe tutto sorprendentemente... Sembra che da noi tutti vendano e comprino, senza qualcuno che produca. I terreni, che ovunque è facile vedere, sono immensi e sono tutti deserti da molti anni. Eppure non vi è alcun bisogno di importare carne dall’Argentina e dal Brasile, basterebbe un calcolo oggettivo, un ribasso dei profitti solo per qualche anno, il tempo dovuto al riavvio del sistema nazionale affinché questi terreni non rimangano invano deserti. Proprio l’arresto dell’importazione da questi paesi ha suscitato grande nervosismo tra i maggiori commercianti. Non si sa per quale motivo si vada così lontano, non si sa perché non ci siano state reazioni ugualmente brusche per il blocco nei confronti di paesi che sono più vicini, non si sa se questa carne viene regalata agli albanesi in Argentina e in Brasile.

Il riavvio del sistema nazionale sarebbe un beneficio destinato al consumatore, ai contadini, allo stato e alla società ma aumenterebbe sicuramente anche il profitto degli stessi imprenditori del settore che sono stati penalizzati dall’insicurezza del sistema attuale. Però anche dopo il calo del consumo della carne, e quindi del loro ricavato, i commercianti non hanno reagito. Il ministero ha dato il via ad una campagna di incentivo al consumo, assicurando la popolazione che in caso di consumo del pollame bollito, e cucinato il rischio è eliminato. I commercianti stessi si sono tenuti in disparte, senza alcuna mossa che incentivasse il consumatore a non rinunciare al consumo. A questo punto la colpa non è più dello stato. Non ci si può certo aspettare che le istanze statali ricorrano ai mezzi cogenti di una volta, come il consumo obbligatorio dei prodotti in questione, predisponendo in caso contrario la condanna in vecchio stile per agitazione e propaganda!