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Un ghetto chiamato Albania
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Data pubblicazione: 12.07.2006 10:45

Una protesta dei cittadini albanesi contro l’irrigidimento delle procedure per il rilascio dei visti da parte dei governi europei. La denuncia feroce e amareggiata di un giornalista albanese, stanco di sentirsi un cittadino europeo di serie B
Di Andrea Stefani, Gazeta Panorama

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Kleant Kini e Lucia Pantella



Sono scesi spontaneamente per le strade di Tirana. La maggior parte sono operai e contadini che da mesi chiedono un visto per lavorare stagionalmente nelle aziende agricole o nei campi della Grecia, ma che l’ambasciata di questo stato rifiuta di rilasciare. Alcuni dei manifestanti già altre volte sono stati in un paese straniero, che per loro rappresenta allo stesso tempo il bisogno e la voglia di lavorare. Eppure si sono comportati correttamente. Quando finiva la stagione del lavoro, tornavano in Albania. Adesso vogliono partire ancora perché inizia un'altra stagione di lavoro offerto dai datori di lavoro in Grecia. E protestano proprio perché non riescono a capire il motivo per cui i funzionari dell’ambasciata non rilasciano un visto. È da mesi che aspettano in fila dietro ai cancelli dell’ambasciata, con la pazienza di chi spera nella libertà di uscire dal proprio paese e lavorare. Giorno dopo giorno ad aspettare indipendentemente dal clima, dalle malattie o da altri problemi. Di fronte a loro, lunghi cancelli con i fili spinati che da più di un mezzo secolo dividono gli albanesi dal resto dell’Europa.

A 15 anni dalla caduta del comunismo, gli albanesi non sono ancora riusciti ad abbattere il muro della negazione della libertà: l’isolamento dal mondo. “Uscire dai confini dello Stato” rimane un privilegio di cui non tutti ancora possono godere. È vero che oggi molti più albanesi viaggiano all’estero. Ma le statistiche non sono di consolazione per le classi medie che, per un motivo ancora inspiegabile, non riescono a godere della libertà di movimento. Preoccupati di eliminare il traffico umano, molti funzionari dei paesi occidentali non tengono conto nelle loro decisioni del cambiamento dell’immaginario collettivo dei cittadini albanesi. Non capiscono che dopo un decennio e mezzo di transizione, gli albanesi sono diventati più europei di quanto si aspettasse. Non capiscono forse perché hanno più che a che fare con lo Stato albanese, inteso come istituzione, uno Stato che rimane ancora oggi non riformato e che è molto più lontano dall’Europa di quanto non siano gli stessi cittadini albanesi. Nel bene o nel male, la libertà di movimento non è solo un bisogno materiale legato alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore, ma è anche un bisogno spirituale strettamente connesso alla libertà dell’individuo. L’individuo albanese non è più quello appena uscito dalla dittatura, e neanche quello privo di ogni libertà. L’individuo albanese non accetta più l’isolamento dal mondo come un fatto naturale o come una fatalità, e neanche come un sacrificio per un bene più elevato.

Questo fenomeno è legato non solo al recente sviluppo del sentimento di libertà, ma anche al fatto che l’immigrazione ha fatto sì che i legami familiari e spirituali avessero indirizzi in tutte le parti del mondo. Questa è la causa per cui oggi il rifiuto della libertà di uscire dal proprio paese provoca molta più amarezza e più proteste di quanto lo facesse qualche anno fa. È un’amarezza che proviene dal mancato rispetto di un diritto che oggi, a differenza di alcuni anni fa, molti albanesi sono coscienti e consapevoli essere un diritto fondamentale e inviolabile. Un diritto sacro e di natura, e gli albanesi non accettano più che esso venga negato proprio dallo stato o dalla burocrazia. È un’amarezza che cresce con la violazione dei sentimenti primari dell’essere umano, cresce per l’impossibilità di abbracciare i parenti da anni. È la rabbia dell’ansia che brucia, ed è la rabbia dei nonni che non sono riusciti neanche una volta ad abbracciare i loro nipoti nati fuori dall’Albania. È la rabbia dei genitori che solo a causa di un visto non sono riusciti a curare fuori dal proprio paese i figli o parenti che soffrono fino alla morte. È la rabbia inguaribile dei figli che non sono riusciti a vedere per l’ultima volta i propri genitori morti. È la rabbia, l’ansia e le lacrime della separazione più grande che ha vissuto l’Albania. Ieri l’isolamento teneva gli albanesi fuori dal mondo. Oggi l’isolamento divide i cari, divide le famiglie e gli uomini. Purtroppo molti funzionari delle ambasciate europee a Tirana si mostrano indifferenti nei confronti di questi sentimenti e sofferenze. Loro sanno solo attuare rigidamente le regole. Ma quali regole? Sono le regole della libertà o dell’isolamento?

Durante la dittatura comunista, il divieto di movimento veniva giustificato dalla propaganda del regime affermando che l’Albania era il bene e l’Europa era il male. Oggi la situazione è cambiata. Oggi il divieto di movimento degli albanesi viene giustificato dai diplomatici occidentali con un sillogismo cinico costruito sul fatto che l’Albania è il cattivo e l’Europa è il buono. Secondo questo approccio, gli albanesi non potrebbero godere della libertà di movimento a causa della pessima situazione politica, e soprattutto a causa della fitta rete di traffici illegali, della criminalità organizzata e della corruzione. Questa è la sporca realtà politica in cui si trova l’Albania, ma possono bastare tutte queste ragioni a giustificare l’irrigidimento delle procedure che rendono la libertà di movimento alla maggior parte dei cittadini un vero e proprio purgatorio? Ancor di più ci si domanda se è giusto che per colpa dei gruppi criminali, traffici e corruzione (che non esistono solo in Albania), sia necessario limitare la libertà di movimento ai migliaia di cittadini onesti, i quali dopo tutto non hanno lo status di cittadini completamente liberi. È evidente che la volontà di frenare i traffici stia portando la burocrazia europea verso una punizione collettiva applicata ad un paese intero. Per più di 40 anni il popolo albanese è stato isolato con la promessa del paradiso comunista. Per generazioni la libertà delle persone è rimasta chiusa in una scatola. Purtroppo poche cose sono cambiate da allora. Per la dittatura comunista la “ragione di Stato” dell’isolamento era proprio la libertà. Per la democrazia la “ragione di Stato” della libertà è l’isolamento. Qualsiasi cosa succeda, l’isolamento resterà. Un altro isolamento, un altro sacrificio alla libertà degli individui nel nome di un bene superiore cioè il divieto dei traffici. Ma giorno dopo giorno diventa più chiaro che questa è una politica sbagliata e disumana. Perché uno stato può dichiarare guerra ai traffici umani, ma non può dichiarare il divieto di movimento per i suoi cittadini. Queste cose succedono solo nelle società chiuse, in autarchia e comunismo.

Alcuni diplomatici e burocrati che vivono comodamente a Tirana hanno già pronti tutti gli argomenti che giustificano, a loro avviso, le limitazioni alla libertà di movimento del cittadino albanese. La prima di tutte è che esiste un gruppo di trafficanti, che con le attività illegali danneggia tutti gli altri. Ciò significa che a causa di una minoranza criminale, gli albanesi devono essere sacrificati, e il generale deve essere sacrificato in nome del particolare.

Ma questi funzionari non sono sempre coerenti nella loro logica, e la pratica in materia di rilascio di visti, che diventa sempre più complicata, si scontra palesemente con le dichiarazioni del Ministero dell’Integrazione europea e con le promesse delle ambasciate di semplificazione delle procedure. Siamo arrivati ad un punto in cui anche gli impiegati delle istituzione pubbliche, gli attivisti della società civile, i collaboratori dei progetti europei e i giornalisti noti anche alle ambasciate occidentali, devono sottoporsi a minuziosi procedimenti di verifica, anche nei casi in cui vengano invitati dalle stesse istituzioni della Ue per attività internazionali. Se si chiede ai funzionari delle ambasciate (la più famosa per la minuziosità delle richieste è quella olandese, ma la pratica si sta espandendo a tutti gli altri paesi) perché tali pratiche sono applicate anche a individui che conoscono personalmente, la risposta che emerge è che non esiste nessuna eccezione. Questa è la flessibilità della logica. Perché ormai il caso specifico deve essere sacrificato in nome di quello generale. Tutto questo dimostra che manca la buona volontà di servire la causa della libertà, della libertà dell’individuo. Ma questo si scontra con i principi liberali europei.

Infine, le pratiche per il rilascio dei visti (che diversamente dagli altri paesi balcanici in Albania sono più complicate) sono incompatibili con molte regole e norme tanto internazionali quanto europee che dichiarano e garantiscono la libertà di movimento. Ma se tutte queste pratiche limitative, vengono applicate con tanta facilità a scapito delle libertà dei cittadini albanesi, è anche a causa del comportamento servile delle autorità albanesi di fronte ai rappresentanti esteri.

Perché tutto questo? La risposta è che i nostri governanti si impegnano tanto non per garantire ed ampliare le libertà dei propri cittadini, ma solo per avere l’appoggio del UE al loro potere. E per questo la prima cosa che sacrificano è proprio le libertà dei loro cittadini. Non a caso, alcune settimane fa un ministro in un incontro con rappresentanti dei media, ha espresso la sua preoccupazione per la pressione ingiusta che i media esercitano nei confronti delle ambasciate per la questione dei visti.
Che un ministro tenti di convincere non solo i media ma anche i cittadini a comportarsi in modo compatibile con i suoi interessi non è una novità. Ma non è accettabile che i media si comportino in base alle esigenze di un ministro, che in realtà calpesta le libertà dei suoi cittadini. In un paese dove la libertà di movimento non è garantita neanche ai giornalisti, cioè ai rappresentanti del potere della parola, è evidente che questa libertà è violata anche per gli altri cittadini. D’altra parte l’applicazione severa delle limitazioni alla libertà di movimento da parte dei funzionari occidentali indica lo stato infantile della società albanese, di quella che comunemente si definisce “società civile”. Perché nonostante i progressi fatti nel sentimento di libertà degli individui, noi rimaniamo ancora una società che non sa organizzarsi e solidarizzarsi a difesa delle proprie libertà fondamentali. Ed è per questo che quelli che dovrebbero essere i nostri rappresentanti vengono presi in giro dai politici e diplomatici esteri. Un popolo che non protesta per i propri diritti, finisce col perderli. Anche in un regime di democrazia.

Nel corso dei 15 anni di transizione, l’isolamento degli albanesi ha cambiato veste ma non è scomparso. Adesso non sono le pallottole dei soldati rossi a porre uno stop alla libertà. Oggi i confini della libertà si sono trasferiti a Tirana, sono quei fili spinati e quei cancelli alti che circondano le ambasciate. Ma a differenza di 15 anni fa, tra quei fili spinati sono nati fiori e rose. Nel frattempo molti albanesi che non ottengono un visto, continuano a scappare. Ieri scappavano dalla dittatura, oggi scappano da un ghetto chiamato Albania. Non pochi tra loro diventano vittime del traffico umano e del mare e tutto questo a causa delle decisioni dei governi occidentali che respingono ogni preghiera e lacrime in nome di regole feroci e disumane. Esattamente come i cancelli che circondano i loro uffici. I timbri di questi ufficiali, che sanciscono la negazione dei visti di espatrio, alimentano in maniera indiretta i traffici illegali proprio in nome di una crociata contro questi. Accanto ai muri delle ambasciate, di fronte agli sportelli, alle sbarre e ai fili spinati non cadono persone uccise come una volta nei vecchi confini del castello stalinista, eppure le vittime ci sono. E la prima vittima è la libertà dei cittadini, il cui sangue rimane invisibile. Per questo i funzionari occidentali, che se lo spassano in auto di lusso e dormono sonni tranquilli nei loro bei appartamenti nella capitale del paese più povero d’ Europa, non hanno né cuore né occhi per piangere.