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Slovenia Express

22.11.2006    scrive Nicola Falcinella

A Milano tre giorni dedicati al cinema sloveno. Un Paese giovane con una cinematografia vivace e ricca di tradizione. Che parte dal cinema muto. Erano slovene ad esempio Ita Rina, star del cinema tedesco tra gli anni ’20 e ’30, e Marija Vera, imperatrice Eugenia in “Bismarck” (1913)
Un'immagine di ''Od groba do groba''
“Slovenia Express” porta per tre giorni il cinema sloveno a Milano, al Cinema Gnomo da venerdì 24 a domenica 26. Sei film, da “Il ballo nella pioggia” (1961) di Boštjan Hladnik - ancora considerato uno dei più bei film della storia slovena – fino ai due lungometraggi di Jan Cvitkovič, il regista che meglio rappresenta la forza di una delle cinematografie più vivaci del Continente.

Cvitkovič sarà presente venerdì alle 20 per introdurre la proiezione di “Di tomba in tomba – Odgrobadogroba” (che dovrebbe essere distribuito in Italia nel primi mesi del 2007) inserita fra le due (alle 18 e alle 22) del suo esordio “Pane e latte – Kruh in mleko” (2001, vincitore del Leone del futuro come miglior opera prima alla Mostra di Venezia).

La rassegna è promossa dal Comune di Milano - Milano Cinema e organizzata da Associazione Culturale Dioniso in collaborazione con Fondazione Cinema Sloveno – Filmski Sklad Republike Slovenije di Lubiana e Kinoatelje di Gorizia con il patrocinio del Consolato generale della Repubblica di Slovenia a Trieste. Si tratta in gran parte di anteprime milanesi e di film pochissimo visti in Italia. “Pane e latte” non ebbe distribuzione nonostante i premi e “Di tomba in tomba”, vincitore tra gli altri a San Sebastian e Torino Film Festival 2005, sarebbe il primo film sloveno con una regolare uscita nelle sale italiane.

La Slovenia ha prodotto circa 200 film in poco più di cento anni di storia della sua cinematografia. La sua produzione è cresciuta dopo l’indipendenza nel 1991 e che negli ultimi anni si è attestata sui 5-7 nuovi lungometraggi ogni anno, con un numero significativo di coproduzioni con i Paesi vicini (tra questi il premio Oscar “No Man’s Land”). Significativa anche la crescita dei cortometraggi, dei documentari e dei film d’animazione.

Diversi di questi film hanno partecipato a festival internazionali, ottenendo riconoscimenti importanti. Spiccano “Kruh in mleko – Bread and Milk” (2001) di Jan Cvitkovic (Leone del futuro alla Mostra di Venezia 2001) e “Rezervni Deli – Spare Parts” (2003) di Damian Kozole (in concorso alla Berlinale 2003).

I momenti di svolta sono stati la creazione della Fondazione Cinema Sloveno – Filmski Sklad nel 1994, che dal ’95 ha provveduto alla programmazione, pianificazione e produzione di nuovi film con il sostegno finanziario statale.

La storia del cinema sloveno comincia nell’epoca del muto. Slovena era, per esempio, Ita Rina, star del cinema tedesco tra gli ’20 e ’30, oppure Marija Vera, imperatrice Eugenia in “Bismarck” (1913) una delle prime grandi produzioni germaniche.

Più tardi si sviluppa una produzione locale che, tra alti e bassi legati alle vicende politiche della futura Jugoslavia, rimane comunque sempre viva e permette di lavorare a registi sloveni e non, come il ceco Frantisek Cap, Frantisek Stiglic o il serbo Zivojin Pavlovic, uno dei maggiori cineasti jugoslavi. Un ruolo molto interessante lo ebbe, anche nello sviluppo di coproduzioni internazionali, la casa di produzione Triglav Film che realizzò oltre 40 pellicole creando a Lubiana una vera e propria Cinecittà. Esperienze che contribuirono a creare l’ambiente che molti anni dopo fece della Slovenia il primo Paese della Jugoslavia a veder nascere un film indipendente.

La produzione attuale, abbastanza consolidata nei numeri (anche se il 2006, per fattori contingenti, è stata un’annata poco prolifica) e nella qualità, rispecchia la cultura di un Paese in bilico tra occidente e oriente d’Europa, anche se la tendenza più marcata è negli ultimi anni quella di una vicinanza di atmosfere e di spirito con il nuovo cinema austriaco.

Alle opere di Ulrich Seidl, Michael Hanecke, Barbara Albert, Andrea Dusl e altri si avvicinano in particolare Cvitkovic, Hanna A.W. Slak, Maja Weiss o Damjan Kozole. Soprattutto nel definire un orizzonte pessimistico, di solitudine quando non di disperazione, di mancanza di prospettive (“Slepa pega”), di chiusura, di traffici illeciti.

Tema ricorrente è quello del limite, della frontiera, una sorta di claustrofobia forse accentuata da un Paese piccolo come superficie e confinante con 4 Stati (Italia, Austria, Ungheria e Croazia) tanto diversi dal punto di vista culturale. E anche dall’essere da anni terra di passaggio per migliaia di immigrati clandestini che cercano di passare in Italia con l’aiuto di trafficanti locali (“Spare Parts” o “Guardian of the Frontier”). Non manca però una presenza di cinema di genere o più leggero, dalla commedia al sentimentale. È il caso di “Cheese and Jam”, esordio dell’attore Branko Djuric (uno dei protagonisti di “No Man’s Land”), o di “Sweet Dreams” (2001) di Sašo Podgoršek.
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