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L’Albania e la pena di morte
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Data pubblicazione: 26.01.2007 10:11

Dopo l’impiccagione di Saddam Hussein si è riacceso nel mondo il dibattito sulla pena di morte. Il pubblico albanese non sembra essere rimasto scosso dall’esecuzione dell’ex presidente iracheno. L’analisi della nostra corrispondente
La “meritata fine di un dittatore”

Il 30 dicembre 2006, il website del Consiglio dei Ministri del Governo albanese dedicava una pagina speciale all’impiccagione di Saddam Hussein. “Il primo ministro Berisha ha commentato oggi la notizia dell’esecuzione di Saddam Hussein”, riporta il comunicato, “dichiarando che La fine odierna di Saddam Hussein, il dittatore che ha causato enormi tragedie al paese e alla nazione irachena, è la fine che merita ogni dittatore. Il verdetto della giustizia allevia le sofferenze personali che Saddam Hussein ha arrecato con la sua barbarie a migliaia di famiglie irachene”. I canali albanesi lasciavano scorrere il comunicato, cui seguiva un estratto di quello vaticano (“una grande tragedia”), quindi le congratulazioni da parte USA e infine il commento britannico, distorto in chiave positiva sebbene Tony Blair si sia invece dichiarato contrario alla pena di morte.

A differenza di quello occidentale, il pubblico albanese non è rimasto scosso dall’impiccagione dell’ex presidente iracheno. Fra le tante precondizioni per l’ingresso nell’Unione Europea, quella di smontare il patibolo è stata una delle meno comprese dall’Albania. Se i sondaggi riportano che il 60% dell’Europa orientale ha nostalgia del boia, gli albanesi affermano che, in caso di referendum, rivorrebbero la fune insaponata al 99% – cattolici inclusi. Il giustizialismo che pervade il paese da quando la destra è tornata al potere nel 2005, con la guerra alla corruzione e le epurazioni dei funzionari pubblici “socialisti”, ha ulteriormente ravvivato il feeling col cappio: d’altronde, ai tempi di Enver Hoxha si finiva impiccati anche per falso in bilancio.

L’impegno con Crucianelli

Il 23 gennaio 2007, il sottosegretario agli Esteri italiano, Famiano Crucianelli, otteneva però da Berisha la garanzia di una firma albanese per la moratoria internazionale contro la pena di morte, promossa proprio dal Belpaese. Unica fonte sull’accaduto una breve agenzia ANSA, riferita soltanto dal giornale albanese “Shqip”, mentre il resto dei media locali taceva il fatto, da destra e da sinistra. “Shqip” insinuava che il “voltafaccia” di Berisha lo ponesse in una situazione pessima innanzi agli alleati statunitensi e contraddittoria innanzi all’opinione pubblica albanese: in tal modo si spiegherebbe il silenzio del premier sia con la stampa sia con lo stesso website governativo che aveva approvato con tanta enfasi l’impiccagione del “dittatore iracheno”.

Ma perché risulta tanto difficile pubblicizzare l’evento, spiegando al popolo albanese che si tratta di un passo avanti e non di uno indietro? In fondo, anche i grandi uomini, specie i politici, possono cambiare idea, soprattutto quando è per abbracciarne una migliore. E per quanto riguarda gli alleati americani, si stia certi che capiranno – d’altronde ripetono sempre di desiderare un’Unione Europea forte e compatta, della quale l’Albania è parte geografica integrante.

La “clandestinità” di Berisha riguardo al suo nobile gesto può forse essere spiegata ripercorrendo brevemente la storia della sentenza capitale nel Paese delle Aquile.

Dall’enverismo alla “democrazia”

Il Codice penale del regime enverista elencava 34 reati passibili della pena di morte, dodici dei quali politici, dalla “fuga dallo Stato” (Art. 47) al sabotaggio contro “l’economia socialista e l’organizzazione e l’amministrazione dello Stato” (Art. 53) e all’“agitazione e propaganda fascista, antidemocratica, religiosa, guerrafondaia e antisocialista” (Art. 55). Nel 1952, all’epoca dell’ossessione per lo “spionaggio angloamericano”, fu introdotta la pena capitale per tutti i “cospiratori contro lo Stato” di età maggiore agli undici anni.

Nel maggio 1990 fu avviata una prima liberalizzazione del Codice penale, riducendo a 11 i reati da patibolo. Il 1992, anno della vittoria del Partito Democratico che incoronò Sali Berisha presidente della Repubblica, segnò tuttavia un incremento delle condanne a morte, che il nuovo governo – solidamente spalleggiato dagli USA – sosteneva essere il miglior deterrente anticrimine. Fino al termine del suo mandato, Berisha continuò ad affermare che l’abolizione della pena capitale non era all’ordine del giorno della sua agenda, in quanto “indispensabile per diminuire la criminalità”.

Ben otto condanne a morte furono emesse nei primi sei mesi di “democrazia”, in un clima di eccitazione popolare che giunse al climax con l’esecuzione dei fratelli Çuko, colpevoli di omicidio plurimo. Il caso destò clamore in patria per la sua efferatezza – gli albanesi confermano di aver invocato a furor di popolo il litar (corda) – e all’estero per la sommarietà del processo. I Çuko furono impiccati il 25 giugno 1992 sulla piazza di Fier e lasciati esposti per l’intera giornata, a monito di una folla accorsa in massa dalle altre città. Il tutto secondo gli schemi di quella dittatura comunista che si voleva definitivamente abbattuta.

L’Albania praticò la sua ultima esecuzione il 15 marzo 1995. Il 29 giugno dello stesso anno dovette adottare una moratoria sulla pena capitale in vista dell’adesione al Consiglio d’Europa, avvenuta in luglio. Il presidente del Parlamento, Pjetër Arbnori, garantì che l’Albania non avrebbe mai più emesso sentenze di morte. Ma non fu così.

Le condanne politiche

Alla vigilia delle elezioni del 1996, l’Albania si distinse tra i paesi ex comunisti nell'emettere tre condanne a morte per esponenti del passato regime. Il 24 maggio 1996 il giudice Luan Daci sentenziava l’impiccagione per tre anziani ex funzionari, accusati di “genocidio e crimini contro l’umanità” al tempo in cui detenevano il potere. La sentenza contro Aranit Çela, ex presidente della Corte Suprema, Rrapi Mino, ex procuratore generale, e Zylyftar Ramizi, ex capo della polizia segreta, era motivata dall’aver inviato al confino diverse famiglie di dissidenti.

Il 27 giugno 1996 Amnesty International rivolgeva a Berisha una lettera nella quale riepilogava i drammatici eventi in corso – l’arresto di centinaia di manifestanti che dimostravano contro i brogli di maggio; l’arresto di giornalisti e membri dei partiti d’opposizione; le detenzioni di 40 ex membri del Partito Comunista, del leader socialista Fatos Nano e di due attivisti colpevoli di aver distribuito volantini con scritto “Fuori l’America dall’Albania”; ma soprattutto Amnesty sollecitava Berisha a revocare le condanne a morte contro Çela, Mino e Ramizi. Sotto intensa pressione internazionale, il 24 luglio la Corte d’Appello albanese commutò in reclusioni le sentenze contro i tre ex funzionari.

Ne scaturì la furiosa protesta dell’Associazione Anticomunista, che rivendicò “nessuna tolleranza per i criminali comunisti!”, sostenendo che mandarli alla forca “servirà a rafforzare l’ordine democratico in Albania e costituirà un’indicazione assai significativa della giustizia albanese”. Alla protesta degli Anticomunisti si aggiunse quella del Forum Nazionale Indipendente degli Intellettuali, che chiese alla Corte di “agire senza pietà contro i criminali in questione”. La spinosa diatriba legale si concluse nel 1997, quando i tre imputati furono infine prosciolti.

Un’abolizione sofferta

I tumulti del ‘97 e l’alto tasso di criminalità che ne seguì spinsero più frange della politica albanese a chiedere di levare la moratoria del 1995, riscuotendo ampio consenso popolare. Tale proposta fu ribadita con forza dal Partito Repubblicano nel 1998, sicché il ministro della Giustizia ipotizzò un referendum in merito, mentre altri politici rassicuravano l’opinione pubblica che “il Consiglio d’Europa non avrebbe obbligato l’Albania a rinunciare alla pena capitale”.

Invece, nel gennaio 1999 il Consiglio d’Europa consultò la Commissione di Venezia sulla compatibilità della pena di morte con la Costituzione albanese adottata nel 1998, e il fatidico 24 marzo 1999 la Commissione ne stabilì l’incompatibilità. Ma gli albanesi non si rassegnarono: gli abitanti di Kukës inviarono a Strasburgo una petizione che invocava il mantenimento della sentenza capitale, suscitando l’irritazione del Consiglio. Quest’ultimo definì l’Albania come “il caso peggiore [nell’abolizione] a causa dell’alto tasso di criminalità, della tradizione delle faide e della scarsa consapevolezza pubblica sul tema” e minacciò di espellerla dall’organizzazione.

Il Colosseo illuminato
Il 10 dicembre 1999, infine, il presidente della Corte Costituzionale albanese, Fehmi Abdiu, annunciava il licenziamento del boia, precisando che la decisione si basava sui principi del Consiglio d’Europa e sulla nuova Costituzione albanese. E così all’Albania toccò l’onore di inaugurare l’iniziativa “Il Colosseo illumina la vita”, che prevede che il monumento sia illuminato per 48 ore quando uno Stato abolisce la pena di morte. Il 12 e 13 dicembre 1999 il Colosseo si illuminava per la prima volta, dando inizio alla campagna internazionale contro la sentenza capitale promossa da Comunità di Sant’Egidio, Amnesty International, Nessuno tocchi Caino, Comune di Roma, Ministero dei Beni Culturali e Acea.

Il primo ottobre 2000 l’Albania ha aderito al Sesto Protocollo alla Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, relativo all’abolizione della pena di morte eccettuati gli atti commessi in tempo di guerra o nella sua imminenza. Ha invece firmato, ma non ratificato il Tredicesimo Protocollo, relativo all’abolizione in tutte le circostanze. Il paese conferma quindi un feeling con la forca che desta le perplessità europee. Ma questo sembra non turbare gli albanesi, forti dell’alibi rappresentato dagli USA: “se il boia è attivo nella più grande democrazia del mondo, perché non può esserlo da noi?”, si chiede la gente e mormorano i politici.

E oggi?

Idolatria per gli Stati Uniti a parte, diversi analisti ritengono che la nostalgia albanese per il cappio derivi dall’insicurezza generata dalla transizione postcomunista: l’aumento della criminalità avrebbe spinto i cittadini a idealizzare ogni forma di giustizia sommaria, patibolo incluso. Secondo altri studiosi la passione per il litar avrebbe invece radici storiche e deriverebbe dalla tradizione del gjak, la vendetta personale che innescava faide interminabili. Questa seconda ipotesi – la pena di morte intesa come vendetta – sembra rispecchiarsi nel comunicato ufficiale di Berisha, per cui l’impiccagione di Saddam allevia le sofferenze personali delle sue vittime. Da parte sua, Aristotele precisava che la punizione ha come fine chi la subisce, la vendetta invece chi la effettua per avere soddisfazione. Un’ottima base per aprire un dibattito pubblico di cui l’Albania avrebbe estrema necessità, affinché una lieta novella come l’adesione alla moratoria non debba mai più passare in sordina.