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A piccoli passi verso l’Ue

19.10.2009    Da Bruxelles, scrive Alvise Armellini

Secondo il recente rapporto dell’Ue sui Paesi dell’allargamento, i Balcani occidentali avanzano a piccoli passi, mentre la Turchia resta ancora lontana. Successo per la Macedonia che potrà avviare i negoziati di adesione. Nota dolente, invece, per la Bosnia, a rischio fanalino di coda
Nonostante la crisi economica, le dispute bilaterali, corruzione e criminalità organizzata ancora dilaganti, i Balcani occidentali procedono a piccoli passi verso l’Europa, mentre la Turchia rimane lontana. E’ quanto traspare dagli ultimi rapporti Ue sui Paesi dell’allargamento, presentati il 14 ottobre alla stampa e l’indomani all’Europarlamento dal commissario Olli Rehn.

Secondo Bruxelles la Croazia potrebbe finire i negoziati di adesione già il prossimo anno, mentre la Macedonia è pronta per iniziarli. La Serbia si merita l’applicazione dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa), anche se il suo effettivo sblocco dipende dall’atteggiamento dell’Olanda che continua a insistere sull’arresto del generale Ratko Mladić. Montenegro e Albania, che hanno chiesto formalmente di entrare nell’Ue negli ultimi 12 mesi, si vedono riconoscere qualche progresso nelle riforme, mentre la situazione appare più critica in Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Al neo-Stato balcanico, tuttavia, Rehn ha riconfermato “la prospettiva europea”, promettendo iniziativa su visti e scambi commerciali. Ma senza prendere impegni sulle date: prima occorrerà superare le resistenze dei cinque Stati Ue che non riconoscono Pristina.

Per la Turchia, infine, ci sono gli apprezzamenti per la pace con l’Armenia, il via libera al gasdotto Nabucco e per le prime misure a favore della minoranza curda, oltre a toni piuttosto morbidi sulla questione cipriota. Ma nel rapporto spiccano soprattutto gli appelli ad accelerare “significativamente” le riforme e le critiche sulla libertà di stampa e di espressione.

Croazia

Dopo uno stop di dieci mesi, dovuto alla controversia territoriale con la Slovenia sulla Baia di Pirano, i colloqui di adesione all’Ue di Zagabria “potrebbero concludersi l’anno prossimo”, ponendo le basi per un ingresso intorno al 2012, calcolando i tempi necessari alla ratifica di un Trattato di adesione. Tuttavia, per diventare il 28esimo membro dell’Unione servono nuovi sforzi “nei settori della giustizia e dei diritti fondamentali, in particolare per quanto riguarda l’indipendenza e l’efficienza della magistratura, la lotta contro la corruzione e il crimine organizzato, i diritti delle minoranze incluso il ritorno dei rifugiati, e i processi per crimini di guerra”. Inoltre Bruxelles esige che venga risolta “la questione dell’accesso a documenti importanti da parte del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia”, dove è chiamato a giudizio l’ex generale Ante Gotovina. Ma si tratta degli ultimi ostacoli prima della linea d’arrivo: lo si capisce dall’avanzamento dei negoziati d’adesione (su 35 capitoli 28 sono stati aperti e 12 già chiusi) e dal fatto che Bruxelles esorta Zagabria a “migliorare gli sforzi per istituire gli strumenti necessari a gestire e controllare gli strumenti finanziari comunitari”, e il Consiglio Ue a cominciare a scrivere il Trattato di Adesione. “A primavera potremo dichiarare di aver completato tutto, e mi aspetto che venga fissata una data per l’adesione della Croazia all’Ue”, ha commentato da Zagabria il premier Jadranka Kosor.

Turchia

La firma dei protocolli di pace con l’Armenia è un “passo storico”, il lancio di un canale in lingua curda sulla tv di Stato è incoraggiante, così le prime riforme per limitare il potere dei militari, che in passato sono ricorsi ai colpi di Stato per difendere la laicità dello Stato contro presunte derive islamiche. E alla Turchia viene riconosciuto “un ruolo cruciale per la sicurezza regionale, la sicurezza energetica e la promozione del dialogo tra civiltà”. Tuttavia, le lodi del rapporto Ue finiscono qui. “Il ritmo delle riforme deve essere incrementato significativamente. Restano delle preoccupazioni su diversi settori, incluso la libertà di espressione, la libertà di stampa, la libertà religiosa, i diritti sindacali, il controllo civile sull’esercito, i diritti delle donne e le pari opportunità”, ammonisce Bruxelles.

Rehn si è soffermato in particolare sul “caso Dogan”, la holding proprietaria di quotidiani ostili al governo destinataria di una multa di oltre 2,5 miliardi di euro per presunta evasione fiscale. “Se le sanzioni arrivano ad essere pari al fatturato dell’azienda si rischia che si trasformino in una penalità politica” ha osservato il commissario finlandese, esprimendo “serie preoccupazioni”. E ha lanciato un monito anche su Orhan Pamuk, il Nobel per la letteratura ancora nel mirino della magistratura per aver parlato del genocidio armeno: “non è un messaggio positivo sul modo in cui la Turchia sta affrontando il tema della libertà di espressione”.

Sulla questione cipriota, Bruxelles ammette che Erdogan ha sostenuto i negoziati di riunificazione mediati dall’Onu, ma avverte che la normalizzazione dei rapporti con i greco-ciprioti, inclusa l’apertura dei porti in osservanza degli accordi di unione doganale tra la Turchia e l’Ue, è “urgente”. Eppure si astiene dal raccomandare sanzioni contro Ankara, rinviando la questione al vertice dei leader Ue a dicembre. Di fronte al Parlamento europeo, Rehn ha minimizzato il rischio che in quell’occasione i negoziati euro-turchi vengano ulteriormente congelati, dopo gli otto dossier bloccati nel 2006 a causa del nodo cipriota.
“Non c’è nessuna scadenza” per l’apertura dei porti, ha detto, aggiungendo però che i colloqui sono comunque in fase di stallo visto che “un certo Stato membro blocca cinque capitoli” (la Francia, ndr) e “un altro” (Cipro, ndr) ne ostacola “diversi altri”.

Da Ankara il ministro per l’integrazione Ue, Egemen Bagis, ha definito la pagella Ue “positiva ed equilibrata”, ma ha respinto le critiche sulla vicenda Dogan: “riguarda il ministero delle Finanze turco, non le autorità straniere”.

Macedonia

Dopo essere stata rimandata l’anno scorso, Skopje è la grande vincitrice del rapporto 2009. “La Commissione raccomanda l’avvio dei negoziati di adesione con l’Ex repubblica jugoslava di Macedonia”, annuncia il documento, utilizzando il nome “provvisorio” con cui il Paese è riconosciuto internazionalmente dal 1993. La popolazione macedone è scesa in piazza per festeggiare, ma prima di cantare vittoria c’è da risolvere l’annosa disputa con la Grecia, che rivendica la sovranità sul termine “Macedonia” per la propria regione settentrionale.

Il rapporto Ue invita Skopje a “mantenere buoni rapporti di vicinato” e a trovare “una soluzione negoziata e reciprocamente accettabile alla questione del nome” nell’ambito dei negoziati gestiti dall’Onu, mentre Rehn ha esortato il premier Nikola Gruevski a considerare la promozione Ue come “un forte incoraggiamento” a chiudere la partita con Atene. Il nuovo premier e ministro degli Esteri greco, il socialista George Papandreou, sembra più disposto al compromesso, ma la sua compagna di partito all’Europarlamento, Maria Elena Koppa, ha chiarito: la risoluzione della disputa “è una precondizione assoluta” per il via libera del Consiglio Ue ai negoziati con la Macedonia.

Serbia

Anche Belgrado ottiene un assist da Bruxelles, in riconoscimento degli sforzi europeisti del governo legato al presidente Boris Tadić. “Vista la continua cooperazione della Serbia con il Tpi e il suo rinnovato impegno al processo di integrazione europeo, la Commissione ritiene che l’Accordo ad interim dovrebbe essere applicato dall’Ue”, afferma il rapporto. Tuttavia, la decisione spetta al Consiglio Ue, dove l’Olanda continua a puntare i piedi: prima vuole l’arresto dell’ex generale Ratko Mladic, uno degli ultimi due fuggitivi dal Tpi insieme a Goran Hadžić. La Serbia viene anche esortata a “rafforzare lo Stato di diritto e ad accelerare le riforme economiche”, nonché a “dimostrare un atteggiamento più costruttivo nei confronti del Kosovo” e a cooperare maggiormente con Eulex, la missione di polizia e giustizia che l’Ue ha installato nell’ex provincia serba diventata indipendente il 17 febbraio 2008. Da Belgrado, il ministro degli Esteri Vuk Jeremić ha ringraziato, esprimendo “grande soddisfazione”.

Montenegro

“E’ una storia di successo”, si è congratulato Rehn, lodando le elezioni legislative del 29 marzo che “hanno rispettato quasi tutti gli standard internazionali” e “alcuni progressi raggiunti nella riforma della giustizia”. Tuttavia, prima che la Commissione possa dare parere favorevole alla domanda di adesione presentata nel dicembre 2008, Podgorica dovrà dimostrare “risultati concreti” nella lotta alla corruzione e sul rafforzamento delle capacità amministrative.

Albania

Quello sull’Albania è un altro giudizio positivo: Bruxelles certifica che ci sono stati “progressi sulle principali riforme politiche” e che le elezioni del 28 giugno “hanno rispettato la gran parte degli standard internazionali”, malgrado le accuse di frodi che si sono scambiati socialisti e conservatori. Per Bruxelles resta ancora molto lavoro da fare contro la corruzione e per assicurare “il corretto funzionamento delle istituzioni statali, specie l’indipendenza della magistratura”. La Commissione si dichiara “pronta” a esaminare la richiesta di adesione di Tirana, presentata nell’aprile scorso, non appena il Consiglio Ue darà il proprio assenso.

Kosovo

Nel neo-Stato balcanico la stabilità “rimane fragile” e il governo deve affrontare “grandi sfide” come “la garanzia dello Stato di diritto, la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, il rafforzamento della capacità amministrativa, la protezione dei serbi e delle altre minoranze e la promozione del dialogo e della riconciliazione tra comunità”. Tuttavia, la Commissione ha voluto ribadire che il Kosovo ha una “prospettiva europea” proponendo nuovi accordi commerciali e l’inclusione di Pristina nel processo di abolizione dei visti che dovrebbe scattare il 1° gennaio per Serbia, Montenegro e Macedonia e più avanti per Albania e Bosnia-Erzegovina. Ma la concretizzazione di questi progetti dipende dall’atteggiamento dei cinque Stati Ue che non riconoscono l’indipendenza kosovara: Spagna, Cipro, Grecia, Slovacchia e Romania. Nel frattempo il premier Hashim Thaci ha promesso di accelerare le riforme, istituendo un ministero per l’Integrazione europea.

Bosnia Erzegovina

La vera nota dolente del rapporto 2009: secondo Rehn la Bosnia-Erzegovina “rischia seriamente di rimanere indietro rispetto agli altri Paesi della regione” visto che i progressi nelle riforme sono stati “molto limitati” a causa dei continui litigi tra i leader serbi, musulmani e croati, le tre comunità etniche che compongono il Paese. Il commissario Ue, impegnato con il ministro degli Esteri svedese e rappresentante della presidenza Ue Carl Bildt e il sottosegretario di Stato Usa James Steinberg in un nuovo tentativo negoziale a Sarajevo per far ripartire le riforme, ha ribadito che senza modifiche costituzionali la strada verso Bruxelles resterà sbarrata. “Il Paese deve essere in grado di reggersi in piedi da solo. Non si può entrare nell’Ue come un semi-protettorato”, ha ammonito, riferendosi alla necessità di chiudere l’Ufficio dell’Alto rappresentante della comunità internazionale (Ohr).
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