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L’odissea della moschea di Lubiana

02.01.2009    Da Capodistria, scrive Stefano Lusa

Immagine d'epoca della moschea di Bretto
Sono oramai quaranta anni che i musulmani sloveni cercano di costruire una moschea a Lubiana. Politica, referendum e bocciature varie hanno finora privato i 45mila musulmani della Slovenia di un luogo di culto
La costruzione di una moschea a Lubiana è oramai diventata una vera e propria odissea per i mussulmani che vivono in Slovenia. E’ dal 1969 che si sta cercando di realizzare il progetto. In epoca jugoslava, però, nulla si era mosso e tutto è rimasto bloccato anche nei primi anni d’indipendenza. Per ora l’unico tempio islamico costruito sull’attuale territorio sloveno è quello di Bretto (Log pod Mangartom), realizzato nel 1916 per i soldati mussulmani sul fronte dell’Isonzo ed andato distrutto nel 1918. Ora qualcosa potrebbe muoversi, ma ancora una volta c’è chi minaccia di usare l’arma del referendum per bloccare il tutto.

A dare nuovo slancio alle richieste di costruzione di una moschea nella capitale, era stato l’arrivo in Slovenia, nell’ottobre del 2001, del primo muftì, Osman Djogić. L’inizio del suo incarico, del resto, avveniva proprio a ridosso dell’11 settembre e quindi in un periodo di accresciuto interesse (e anche di sospetto) per i mussulmani, anche di casa propria. Il religioso era stato inviato da Sarajevo che aveva giurisdizione sulla comunità islamica slovena, composta in prevalenza da immigrati, anche di terza generazione, provenienti dalla Bosnia e dal Kosovo.

Già nel 2002 l’allora tutore dei diritti civici Matjaž Hanžek riteneva che per la costruzione di una moschea e di un centro culturale islamico a Lubiana mancasse la volontà politica. Secondo Hanžek il problema era difficilmente risolvibile, considerando i pregiudizi esistenti nei confronti dei mussulmani. Del resto alla fine del 2002, l’allora arcivescovo di Lubiana Franc Rode, metteva in guardia i politici, affermando che una moschea per i mussulmani non era la stessa cosa che una chiesa per i cristiani. Rode - che oggi è diventato cardinale e che in Vaticano ricopre il posto di prefetto della congregazione per gli istituti di vita consacrata - precisava che secondo il concetto islamico la moschea era un centro politico, culturale, sociale e religioso. La domanda, che Rode poneva ai politici, era se fossero a favore che sul territorio sloveno sorgesse un centro anche politico, che rappresentava un’altra cultura.

I mussulmani, oggi in Slovenia, sono circa 45.000. Molti di loro sono piccoli imprenditori. Tanti si occupano di edilizia. In questi anni, lentamente, stanno sviluppando una loro classe intellettuale. La presunta non appartenenza di questa comunità alla realtà slovena sembra essere uno dei maggiori ostacoli da superare. Nulla o quasi conta il fatto che circa il 90% di loro sono cittadini sloveni a tutti gli effetti e che molti conservano solo legami effimeri con la terra d’origine dei loro padri o dei loro nonni. La questione che si pone, quindi, è quella del rapporto degli sloveni con i diversi e la loro convinzione di doversi difendere con tutti i mezzi da possibili intrusioni esterne. In sintesi, ci si confronta ancora una volta con l’ossessione di dover preservare innanzitutto i propri usi e costumi. Una moschea a Lubiana quindi metterebbe a rischio l’immagine di paese alpino, cattolico e centroeuropeo che la Slovenia vorrebbe dare di sé.

Le lungaggini sulla costruzione della moschea sono oramai finite anche nei rapporti dello State Department sul rispetto dei diritti dell’uomo. A più riprese è stato fatto notare che in Slovenia è garantita la libertà religiosa e che pertanto i mussulmani hanno diritto ad avere un loro centro di culto. Illustri commentatori hanno puntato il dito sull’intolleranza. Il Večer di Maribor, già nel gennaio del 2004 scriveva: “Sentiamo l’intolleranza solo quando siamo noi le vittime e non quando siamo noi gli intolleranti. In quest’ultimo caso siamo convinti di difendere il popolo sloveno di fronte ad un’altra cultura o ad una diversità che viene da noi percepita come un pericolo che ci minaccia (…)”.

Per ora i politici tendono a scaricare le colpe sulla città di Lubiana e quest’ultima sui suoi consiglieri comunali e sui suoi cittadini. Il consiglio municipale del resto sta affrontando la questione oramai da anni. La città doveva modificare il suo piano urbanistico e stabilire in quale zona sarebbe sorta la moschea.

Il progetto originario prevedeva un edificio con una cupola di 18 metri ed un minareto di 27. Proprio l’altezza del minareto e l’inclusione della moschea nel quadro architettonico di Lubiana sono stati, per anni, materia, di dibattito. Sin da subito si cominciò ad ipotizzare che ci sarebbe potuto essere un referendum. Alla fine del 2003, i primi a proporlo furono i consiglieri di Nuova Slovenia, il partito di chiara ispirazione conservatrice e cattolica, dell’ex premier Andrej Bajuk.

Bocciata quell’iniziativa, a prendere in mano le redini del gioco fu il consigliere di una lista civica, Mihael Jarc, che promosse una raccolta di firme per avviare il referendum, ufficialmente non contro la costruzione della moschea, ma contro la realizzazione di un centro della forma e delle dimensioni previste. A suo avviso, comunque, la Slovenia non aveva bisogno di una moschea, ma per i mussulmani bastavano alcune sale di preghiera. Jarc non ebbe difficoltà a raccogliere le firme necessarie, ma sia l’allora sindaco di Lubiana, Danica Simšič, sia il muftì ricorsero alla corte costituzionale.

I giudici stabilirono che quel referendum era incostituzionale, perché aveva come obiettivo quello di impedire che si costruisse la moschea. Jarc, comunque auspicò che la comunità mussulmana avesse capito il messaggio. Lui, intanto, si presentò alle elezioni politiche del 2004, con i popolari, ostentando sul suo manifesto elettorale un segnale di divieto con una moschea nel mezzo. Il tutore dei diritti civici, Matjaž Hanžek, si chiese sconsolato quando gli organismi giudiziari avrebbero reagito alle manifestazioni d’intolleranza.

Alla fine del 2004, però, la vicenda della moschea sembrava conclusa. Ad ottobre il comune avrebbe dovuto vendere il terreno alla comunità islamica, ma alla fine non se ne fece nulla. Si constatò, infatti, che parte del lotto, non era nemmeno di sua proprietà. All’epoca non erano mancate nemmeno le contestazioni per il fatto che la struttura dovesse sorgere su una zona considerata alluvionale. Molti videro in quelle proteste più una mossa strumentale che non un reale interesse “ecologista”.

Alla fine nel 2006 venne individuata una nuova collocazione per la moschea. L’ipotesi era che si iniziasse con i lavori di costruzione entro il 2008. Al momento la comunità islamica ha offerto oltre 4,5 milioni di euro per gli undicimila metri quadrati di terreno. Purtroppo, ha commentato uno dei responsabili della comunità, in Slovenia, non è possibile ottenere il terreno per un prezzo simbolico, come avviene in gran parte dei paesi europei.

In ogni modo ora si parla di una cupola che avrà 24 metri, mentre il minareto dovrebbe arrivare a 40. In quasi un decennio di diatribe, quindi, i mussulmani sloveni avrebbero almeno guadagnato in altezza. Ovviamente, non appena è stato dato l’annuncio, sono ripartite le stesse polemiche. Ancora una volta è andato alla carica Mihael Jarc che ha presentato una nuova iniziativa referendaria che, però, potrebbe naufragare subito per vizi di forma. Il sindaco Zoran Janković, comunque, ha tagliato corto affermando che Lubiana ha accettato la costruzione della moschea e che a Lubiana la moschea ci sarà. Vedremo se nei prossimi anni i mussulmani potranno pregare nel loro tempio o se saranno ancora una volta costretti ad affittare il palazzetto dello sport della capitale.
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