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I buchi neri di Sarajevo

04.08.2005    Da Sarajevo, scrive Massimo Moratti

Il caso degli scomparsi serbi di Sarajevo: senza esito gli scavi condotti nelle settimane scorse a Dariva alla ricerca di fosse comuni, ma la Commissione per i Diritti Umani ha ordinato alle autorità della Federazione BH di continuare le indagini
Sarajevo
Giuseppe (o Josef) Dariva è il nome di un italiano che si stabilì a Sarajevo nel 1889, aprendo una locanda alle porte della città, dove arrivavano le carovane di mercanti provenienti da Visegrad e dalla Bosnia orientale. La locanda, che aveva anche uno stabilimento balneare, era situata alla confluenza della Milijacka con la Mostanica, un rio secondario che scende dalle colline attorno a Faletici nella periferia di Sarajevo.

Dariva è oggi uno dei posti di svago preferiti dai Sarajevesi. Allo scopo di valorizzare la zona, la municipalità di Stari Grad ha attrezzato l'area con una pista ciclabile, panchine, chioschi, vi è perfino una palestra d'arrampicata. Ogni giorno centinaia di persone passeggiano lungo il "viale degli ambasciatori" (dove vi è un albero per ogni ambasciatore) continuando verso la località di Dariva fino ad arrivare al Ponte della Capra (Kozija Cuprija), pregevole manufatto in stile bosniaco che ricorda per le forme e le strutture il ben più famoso ponte di Mostar. Dariva è il posto ideale per fare jogging, per farsi un giro in bicicletta o per chi vuol fare una passeggiata romantica...

E' qui che, verso la fine di giugno, proprio nel punto dove il signor Giuseppe aveva il suo stabilimento balneare, un escavatore comincia a rimuovere della terra e ad effettuare degli scavi. La stranezza è che l'area degli scavi è delimitata da un nastro giallo che dice, "Mjesto zlocina – Crime Scene". La scena di un crimine come insegnano tutti i film polizieschi. Un poliziotto sorveglia discretamente lo scavo. Alla sera, controllando i media locali, arriva la spiegazione, che è come un pugno nello stomaco. Nella località di Dariva si troverebbe una fossa comune dove sarebbero sepolti dei Serbi di Sarajevo. Gli scavi sono iniziati allo scopo di recuperare possibili resti umani. Per citare Bozidar Stanisic, un vero e proprio buco nero nella coscienza comune.

Il giorno dopo la curiosità è forte e il poliziotto di turno è l'unica possibile fonte di informazioni. Il poliziotto della polizia cantonale di Sarajevo, combattuto tra la voglia di dire la sua e di mantenere un contegno ufficiale, vuole prima sincerarsi della mia identità. Poi, risponde in modo laconico: "Dicono che vi sia una fossa comune di Serbi uccisi durante il conflitto. Sono sicuro al 99% che non troveranno nulla". Le parole del poliziotto della Sarajevo federale sono significative. In quelle parole il suo messaggio è implicito: "non troveranno nulla" vuol dire "noi non siamo come loro", cioè noi di Sarajevo non abbiamo ucciso civili nè li abbiamo sepolti in fosse comuni. È il messaggio dei sarajevesi che vogliono distinguere chiaramente tra chi ha commesso i crimini e chi no. Ma nemmeno il poliziotto è sicuro al 100%...

I giorni successivi si fa maggior luce sull'episodio. Mentre gli scavi continuano e si estendono infruttuosamente alla zona vicina, vengo a sapere che è stato il tribunale di Sarajevo Est (ex Srpsko Sarajevo, cioè la parte di Sarajevo che ricade nella Republika Srpska) ad ordinare gli scavi, cercando di investigare possibili crimini di guerra commessi contro i Serbi a Sarajevo.

L'episodio va calato nel suo contesto. Si è a fine giugno, pochi giorni prima della cerimonia di Srebrenica, che ha attirato l'attenzione mondiale sul crimine commesso 10 anni fa. Da parte della Republika Srpska si è sempre cercato di sollevare il caso di Sarajevo dicendo che migliaia di serbi sono scomparsi a Sarajevo nel corso del conflitto. In una sorta di danse macabre del dopoguerra, le autorità della Republika Srpska utilizzano le riesumazioni e le fosse comuni allo scopo di allontanare l'attenzione dalle commemorazioni di Srebrenica e chiaramente ricompattare l'elettorato serbo bosniaco.

Le autorità e i cittadini di Sarajevo respingono decisamente che fatti del genere possano essere accaduti in città. Mentre le ruspe stanno scavando sotto gli occhi della International Commission for Missing Person, della polizia locale e della Commissione per gli Scomparsi della Republika Srpska, un pensionato sarajevese, nel corso della sua passeggiata mattutina, si avvicina infuriato ai luoghi degli scavi e incomincia a gridare a gran voce che non si troverà nulla nella zona dello scavo, perchè lì non sono avvenuti crimini di alcun genere e che anzi le spese di tutto quel dispiegamento di forze dovrebbero essere addebitate a chi ha avanzato la richiesta di eseguire certi scavi.

È la reazione di un pensionato, ma non solo la sua, anche quella di numerosi cittadini che non voglio essere assimilati ai crimini commessi da parte serba, che respingono in modo netto e preciso le accuse che vengono sollevate nei loro confronti. Pochi giorni dopo, gli scavi vengono abbandonati e la terra smossa viene rimessa al suo posto dato che non si è riusciti a trovare nulla.

Eppure, le richieste serbe non sono del tutto prive di fondamento. Che dei serbi siano scomparsi a Sarajevo è un dato di fatto. Musan Topalovic, detto Caco, durante la guerra era stato responsabile per l'uccisione di numerosi civili serbi. Kazani è il posto alle porte di Sarajevo dove numerosi civili serbi erano stati uccisi dalle milizie di Caco. Le stime variano da 300 a 3000, nel solito balletto di cifre. Caco era poi stato liquidato dagli stessi bosniaci nel corso del conflitto, dato che la sua banda era diventata troppo potente. I processi per gli episodi di Kazani sono avvenuti nel corso degli anni scorsi, ma ancora non è stata fatta piena luce, nè su questo episodio nè su altri episodi avvenuti a Sarajevo nel corso del conflitto.

Il caso dei Serbi scomparsi da Sarajevo è destinato ad alimentare ancora numerose polemiche. La Commissione dei Diritti Umani, che dal 2004 ha sostituito la Camera dei Diritti Umani, ha emanato alcune decisioni sulla scomparsa dei serbi a Sarajevo ordinando alle autorità della Federazione di investigare in modo dettagliato e significativo gli episodi riguardanti la scomparsa dei Serbi da Sarajevo [Caso di Samardzic e Sehovac contro la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, v. http://www.hrc.ba/commission/eng/decisions/index.asp].

Una simile decisione della Camera dei Diritti Umani, emanata nel 2003, aveva condotto alla fine al famoso rapporto della "Commissione Srebrenica" che è risultato nella prima ammissione dei crimini commessi da parte delle autorità della Republika Srpska dopo la caduta dell'enclave. Il rapporto finale della "Commissione Srebrenica" è giunto solo dopo notevoli insistenze della comunità internazionale. Tale ammissione e condanna dei crimini, tuttavia, rappresenta uno dei punti di svolta del processo di riconciliazione in Bosnia ed Erzegovina.

Al momento però, per gli episodi di Sarajevo, non risulta che le autorità della Federazione abbiano fatto piena luce, come richiesto dalla Commissione per i Diritti Umani. E quindi da parte della Republika Srpska si continua con le affermazioni relative ai massacri di Serbi a Sarajevo, mentre da parte della Federazione si respingono tali accuse, ma senza far luce sugli episodi. E ciò contribuisce ad alimentare le memorie divise, a far sì che il passato conflitto in Bosnia ed Erzegovina sia ancora una fonte di divisione, da sfruttare ad arte per ricreare tensioni etniche. Così come era avvenuto nel 1991 con le manipolazioni su Jasenovac...


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