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Albania: sindacati assenti

12.04.2006   

Un commento di un giornalista albanese, in cui viene analizzata la scarsa presenza dei sindacati nella crisi sociale che imperversa nel paese e la loro aderenza ai dettami delle istituzioni governative. Nostra traduzione
Di Ago Nezha, Gazeta Ballkan, 16 marzo 2006 (tit. orig. Sindikatat, 15 vjet antipunetore)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Marjola Rukaj



Dettaglio del mosaico del Museo nazionale di Tirana
L’epoca industriale pluralista giunse in Albania 15 anni fa all’insegna dello sfacelo di fabbriche, officine, delle fattorie agricole, e altre di aziende statali, facendo sì che l’assunzione dei lavoratori venisse ormai riorganizzata in chiave capitalistica dalle unità private che sono venute a crearsi.

In questo panorama nacquero e crebbero i sindacati per poter rappresentare i lavoratori presso il vertice della piramide sociale. Questi portavoce indiretti degli interessi tra i lavoratori e il governo, apparsero per la prima volta sugli schermi televisivi come un barlume di speranza di un rapporto amichevole e d’intesa. E’ un cammino lungo 15 anni, per celebrare le conquiste umane dei diritti fondamentali del ceto che si trovano a proteggere. Il secolo scorso ha segnato l’epoca appena iniziata dell’integrazione della figura del lavoratore in base ai suoi bisogni e interessi in una società che gli si addica meglio. Da noi questa integrazione si trova ancora ad uno stadio embrionale ed è concepito solo come un processo sociale globale che include tutte le sfere della vita, nel sociale, professionale, economico, familiare e religioso.

Con l’avvento della democrazia da noi, i lavoratori rimasero senza alcuna protezione istituzionale, spogli del diritto fondamentale al lavoro, che si trovava ormai in maniera del tutto spontanea nella società. La disgregazione del sistema causò una disoccupazione considerevole tollerata dallo stato e dalla società, per impossibilità istituzionali e mancanza di risorse finanziarie. Venne a crearsi una situazione estremamente caotica che costrinse soprattutto una parte dei giovani a sfidare questa crisi congiunturale che gettò in strada migliaia di lavoratori riducendo in miseria altrettante famiglie, e la sfida era la fuga verso i mercati europei e altrove dove poter offrire manodopera a basso costo.

Coloro che rimasero si trovarono alle prese con le nuove opportunità che offriva il neonato settore privato e l’immissione degli investimenti stranieri. Questa svolta storica creò lo stato fiscale quale stato del benessere che però spaventa il settore dei disoccupati. Le persone più a rischio sono sempre i giovani non istruiti e in minor misura anche quelli istruiti che si trovano in una situazione di insoddisfazione del presente e di mancanza di visioni per il futuro. La generazione che è stata appena inserita nel mondo del lavoro costituisce il fallimento più doloroso del nuovo sistema economico a cui si trovano letteralmente soggiogati. Queste risorse umane e intellettuali si trovano in uno stato di repressione. I lavoratori si sentono discriminati dal datore di lavoro sia albanese che straniero. Per non parlare poi delle condizioni di lavoro, le basse remunerazioni, la garanzia del posto di lavoro, e soprattutto ancora oggi dopo 15 anni, nella nostra libera economia di mercato i lavoratori nella maggior parte dei casi non sono assicurati.

La reazione dei sindacati non accoglie l’impulso del tempo. I sindacati albanesi non si pronunciano sulle cause della disoccupazione, sulla chiusura di molti posti di lavoro, sulle misure politico-economiche da adottare, politico-congiunturali, o politico-monetarie per alleviare l’irresponsabilità istituzionale. Nell’ambito sociale interno vi sono dei fattori che hanno influenze negative sull’occupazione: l’alta tassazione per la piccola imprenditoria, gli obblighi ingiusti a diversi tipi di imprese, la competizione sleale, che dovrebbero costituire il punto fermo dell’azione sindacale. E invece la voce dei sindacati è fioca. Durante tutti questi anni nonostante la presenza di una moltitudine di mezzi tramite cui partecipare, i sindacati non si sono fatti sentire abbastanza nella difesa dei diritti e degli interessi dei lavoratori. Spesso la loro si è rivelata una presenza formale di gente che per interessi personali ha sistematicamente flirtato con il potere centrale.

Nonostante siano ormai indipendenti i sindacati hanno dimostrato di non aver saputo acquisire l’indipendenza de facto dall’esecutivo e dal legislativo. Nell’Albania settentrionale hanno chiuso delle miniere a Mat, Mirdite, Bulqize, la compagnia turca Kurum ha mandato via 1000 operai, ma la sensibilità dei sindacati non va oltre la formalità d’obbligo. Molte compagnie straniere operano in Albania remunerando i lavoratori con stipendi minimi e nella maggior parte dei casi non provvedono al versamento dei contributi. Le autorità finora hanno taciuto di fronte a qualsiasi abuso, però adesso, dopo ben 15 anni, occorre dire basta per dare il via al risveglio della coscienza istituzionale e porre fine a questa situazione. Se i sindacati fossero davvero operativi, grazie a tutte le competenze e l’autorità di cui godono, avrebbero potuto facilitare notevolmente la reazione degli organi esecutivi. Se vi fosse stata una reciprocità di rapporti coerenti in base al fine dell’esistenza stessa dei sindacati tra questi ultimi e lo stato si potrebbe evitare anche l’inazione che deriva dalla mancanza dell’informazione, delle osservazioni e della collaborazione.

I datori di lavoro non hanno percepito abbastanza l’opposizione dei sindacati. Non sembra affatto che i sindacati siano i paladini di qualche ceto bisognoso. Le questioni sociali sono all’ordine del giorno, prevalendo soprattutto lo scontro tra capitale e lavoro, tra lavoratore e datore del lavoro. Da difendere nel mercato odierno vi sarebbe non solo i disoccupati ma anche i pensionati, e gli studenti ecc, che esigerebbero l’informazione necessaria per l’inserimento nel mercato regionale e locale, le imprese, le istituzioni e i criteri di assunzione.

Venendo ai pensionati, nessuno può negare che la maggior parte di loro vivano al di sotto della soglia di povertà a causa delle ridicole pensioni di oggi, però finora i sindacati non hanno voluto denunciare un fatto così evidente. Non si è mai fatto un bilancio del rapporto tra i redditi di alcuni strati e il caro-vita che devono affrontare e fino a che punto ciò avviene. E’ ben noto che vi sono intere categorie di lavoratori e pensionati che non raggiungono la piena autosufficienza economica ricorrendo di conseguenza al sostegno da parte dei propri figli.

Dopo 15 anni di vita è arrivato il momento di fare un bilancio del loro lavoro, del conseguimento delle soluzioni, e degli esiti concreti. Vi sono state delle manifestazioni da parte dei lavoratori per l’età della pensione, delle sovvenzioni delle medicine, sulla remunerazione degli insegnanti e del personale medico, lo sciopero della fame dei conducenti degli autobus, la chiusura di fabbriche, per compensare la posizione moderata e di complicità dei sindacati. E’ ovvio che ormai non godano neanche della fiducia degna di un’istituzione cui rivolgersi sperando nella soluzione di un problema. Tra l’opinione pubblica i sindacati vengono visti come delle ONG tra le tante che hanno pullulato nel paese questi anni in un’avida competizione di profitti privati, e che al massimo distribuiscono qualche (Fletkampi) permesso di ferie in zone turistiche per i lavoratori.

Quindi niente da aggiungere al ruolo formale che hanno ereditato dal comunismo. I sindacati riusciranno ad acquisire autorevolezza solo quando saranno in grado di proporre alle autorità competenti tutta la crisi sociale che sta attraversando il paese per poter sperare in soluzioni concrete coerenti alle problematiche odierne e agli strumenti democratici.

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