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Gli ottimisti di Goran Paskaljevic

05.12.2006    Da Ginevra, scrive Nicola Falcinella

Un film composto da cinque storie incentrate sul tema del falso ottimismo, ispirate al "Candido" di Voltaire. Una pellicola intrisa di assurdo e realismo, con venature di humor nero e di umanità. Ce ne parla il regista Goran Paskaljevic
Goran Paskaljevic
Cinque storie grottesche legate dalla presenza in ciascuna di Lazar Ristovski. È “Optimisti – Ottimisti”, il nuovo film del serbo Goran Paskaljevic. Uno dei più grandi registi dell’area balcanica, 59 anni, una quindicina di lungometraggi all’attivo, uno stile gentile e graffiante insieme.

Dopo l’esperienza irlandese di “Come Harry diventò un albero” che non diede i risultati sperati, il regista de “Il tempo dei miracoli”, “L’America degli altri”, “Tango argentino” e “La polveriera” ha realizzato due opere autoprodottte in digitale: “San zimske noci – Sogno di una notte d’inverno” nel 2004 e quest’anno “Optimisti”.

Il primo, passato al Festival Alpe Adria a Trieste, non ha trovato una distribuzione italiana e il secondo, presentato a Montreal e vincitore di diversi premi a Valladolid e a Ginevra Cinéma Tout Ecran, non ce l’ha ancora. Un film ispirato al “Candido” di Voltaire, dove il personaggio centrale di ciascun episodio è convinto che si vada verso il migliore dei mondi possibili, ma ciò che lo circonda lo contraddice.

Il risultato è un film pessimista, assurdo e realista, venato di umorismo nero e di umanità. Ci sono momenti molto forti e altri più deboli (come la storia centrale con un giovane che gioca al casinò e perde i soldi destinati al funerale del padre), ma tutti rappresentativi dell’incertezza di un Paese in travaglio e dominato dall’amoralità. Ne abbiamo parlato a Ginevra con il regista.

“È una piccola coproduzione Serbia, Spagna e Francia – ci racconta Paskaljevic - ma di fatto sono solo degli amici che ci hanno messo dei soldi per aiutarmi a finire il film". Il film ha vinto vari premi nei festival e l'anteprima italiana di Optimisti sarà a trieste ad Alpe Adria in competizione dal 18 al 25 gennaio.

“Quello che conta per me è il pubblico. A Valladolid il film è stato accolto molto bene, tanto che è poi uscito nelle sale, prima in 3 e poi in 12. Qui a Ginevra in molti non sono nemmeno riusciti ad entrare in sala. Il pubblico è interessato anche a film che non siano mainstream, hanno coraggio. Invece spesso i distributori decidono al posto degli spettatori, sottostimano la gente. Spesso il pubblico è migliore dei distributori: vuole vedere cose diverse dalle solite cose americane”.

Il film è uscito in Serbia?

E’ uscito da poche settimane e sta andando così così. Da noi le proiezioni non sono buone come qualità e sono costose: a Belgado con 10 euro si va al cinema e con 1,5 si compra un dvd pirata per strada. E pochi giorni dopo l’uscita, di “Optimisti” c’erano già i dvd piratati. Laggiù la situazione è terribile, nessuno fa niente contro i dvd pirata. Li vendono davanti a tutti e i poliziotti non fanno nulla. Forse perché sono pagati troppo poco!.

Ma si può essere ottimisti oggi in Serbia?

No, non credo. Solo i tycoon possono esserlo. E i politici, che distribuiscono ottimismo solo prima delle elezioni. Io tornai a Belgrado nel 2001 ed ero ottimista. Uno dei miei migliori amici era Zoran Djindjic, ma venne ucciso nel marzo 2003 e lì sono finite le speranze. Il partito democratico si è diviso in diversi partiti per via delle vanità dei vari leader e ha lasciato spazio ai radicali. Ora tutto è nascosto dietro la questione del Kosovo. Lo andremo a perdere, ma di fatto l’abbiamo perso tempo fa. E ora chi ce l’ha fatto perdere, sostenendo certe politiche degli anni passati, accusa gli altri di averlo perso.

Cosa pensa del futuro del Kosovo?

Credo che ora diventerà indipendente. Ma se il Kosovo sarà indipendente, i serbi del nord del Kosovo, al di sopra del fiume Ibar, potranno chiedere l’indipendenza a loro volta, magari legati alla Serbia. Per i serbi laggiù la situazione è terribile, è peggiore che subito dopo la guerra: è la gente comune che soffre, non sono i politici.

E le conseguenze per la regione?

Credo che le frontiere siano un concetto che appartiene al XX secolo. E che oggi si debba lavorare per entrare nell’Unione europea perché la Serbia lo merita. Ci sono le forze intellettuali e giovani che si trovano in una situazione di chiusura e di autismo, come avevo raccontato nel mio film precedente. L’85% dei giovani non è mai stato all’estero, neppure in Macedonia. C’è il problema dell’ottenere i visti per gli altri paesi e poi la mancanza di soldi. Chi lascia la Serbia molto spesso la lascia per sempre. Sono stato a Toronto e là c’è una città virtuale di 80.000 serbi che sono partiti negli anni delle guerre o subito dopo. È tutta gente che ha studiato, che ha una preparazione e la Serbia ha perso queste risorse.

Lo spunto di partenza per “Optimisti” è “Candido” di Voltaire

Sì, è un gioco con una frase del “Candido”, quando dice “Tutto va bene anche se va male”. Questa è una specialità serba! Ma in fondo anche di Berlusconi o Bush. Il falso ottimismo esiste in tutto il mondo. Al tempo di Voltaire questo era rappresentato da Leibniz. Oggi è l’idea che si possa vivere senza problemi, che bastino solo i soldi, che si pensi solo alle vacanze. La gente è un po’ addormentata da questa globalizzazione e perde la propria personalità, la libertà. Una vera democrazia è la possibilità di cambiare le cose se non piacciono.

La sceneggiatura è di Vladimir Paskaljevic.

E’ mio figlio, ha 32 anni, ha fatto dei corti, pubblicato una raccolta di racconti, ha scritto due sceneggiature che non sono ancora state realizzate… Quando un giorno gli ho parlato del falso ottimismo, mi ha fatto leggere delle storie che aveva. Mi sono piaciute, ne ho scelte quattro e ne ho aggiunta una, quella iniziale, che ho scritto io.

Il primo episodio si svolge durante un’alluvione. È quella del Danubio di qualche mese fa?

Sì, l’ho girata durante la vera alluvione. L’idea delle cinque storie legate fra loro mi è venuta dalla tradizione italiana dei film a episodi di Risi, Fellini, Pasolini… In quegli anni portò a bei risultati, peccato che oggi sia considerato un handicap dai distributori, che si spaventano a sentir parlare di film a episodi. Ma il fatto che “Optimisti” funzioni in Spagna dimostra il contrario. Quando iniziai a fare cinema fu per causa e merito del neorealismo italiano, film come “Ladri di biciclette” e poi “Senso”. A 16 lavoravo alla Cineteca di Belgrado a staccare i biglietti d’ingresso, così potevo vedere i film gratis. Per quei film ho scelto di fare cinema anche se mi piaceva pure scrivere. Oggi forse ho cambiato idea, penso che la letteratura duri per sempre, il cinema non lo so.

Dopo “Come Harry diventò un albero” lei ha girato due film indipendenti in digitale. Le mancano le produzioni più grandi?

Girai “San zimske noci” in digitale mentre aspettavo per fare “Ti prendo e ti porto via” dal romanzo di Niccolò Ammaniti. Un film che è ancora fermo, era interessata Cattleya ma volevano girare in Italia, ma io voglio girare in Serbia. Non sono italiano, non mi sento di fare un film in Italia di ambientazione contemporanea. Un film storico forse sì. Potrei fare un film in Francia per via di mia moglie che è francese, o negli Usa – l’ho già fatto – perché tutti un po’ li conosciamo, o in Irlanda, paese del quale mi sono innamorato per “Harry” e dove ho ora un nuovo progetto scritto con Dusan Kovacevic, lo sceneggiatore di “Underground”. Il problema è che in Serbia non ci sono soldi per il cinema. Per “San zimske noci” siamo partiti con 50.000 euro miei e altrettanti del protagonista Lazar Ristovski, alla fine è costato 300.000 euro. Questo è costato 500.000 euro e sono contento di aver pagato tutte le persone che han lavorato. Se faccio film così, da solo ho più libertà. Mettere insieme una coproduzione internazionale grossa ti toglie il piacere di lavorare! E poi a me piace raccontare il mio paese, anche criticarlo. Cerco storie forti, emozionanti. Non faccio politica con i miei film, cerco di rappresentare la vita.

In quest’anno è stato molte volte giurato nei festival…

Sì, sono stato a Rotterdam, a Karlovy Vary e a Berlino. Ma non mi piacciono le giurie! Si discute molto, si litiga, spesso i vincitori escono da compromessi. Ora che conoscono abbastanza bene il cinema preferisco battermi per cose più sincere. Ho accettato Berlino perché il direttore Dieter Kosslick è mio amico e fu coproduttore de “L’America degli altri” e poi era la giuria opere prime. Mi piace perché sono quelli che saranno cineasti, che vanno incoraggiati.

Avete premiato il danese “En Soap”.

Sì, è un film sincero. Eravamo incerti fra quello e “Grbavica”, che però a una giurata non era piaciuto. Quando abbiamo saputo che la Zbanic aveva vinto l’Orso, ci siamo sentiti più tranquilli a premiare la danese Pernilla Fisher Christensen, che ha fatto un film sorprendente, non si sa mai in che direzione vada. “Grbavica” è un buon film, molto classico.

Torniamo a “Optimisti”. Ci sono tanti primi piani dei personaggi.

Per fare un film prima si sceglie il tema, la storia e poi la forma viene di conseguenza. Ci sono registi che fanno sempre lo stesso film, io credo di averli fatti uno diverso dall’altro. Qui ci sono tanti movimenti di macchina che vanno verso il viso, per cercare di fare uscire i volti dallo schermo. Non sono primi piani fissi. Ma ora che mi ci fai pensare mi chiedo: sarà possibile fare un film solo di primi piani? Dove si vedano solo i visi e non si capisca dove sono i personaggi? Credo ci voglia coraggio per fare una cosa del genere ma sarebbe eccitante. A me piacciono le cose nuove, così mi sento più giovane! Nel 2007 il MoMa di New York mi dedicherà una retrospettiva. È un grande onore ma mi fa sentire vecchio, perché di solito le dedicano a chi sta per morire!.

E del cinema serbo oggi che pensa?

I giovani registi vogliono tutti fare film di genere, all’americana. Quando c’è un’oppressione i giovani si impegnano di più per liberarsene, si dedicano al teatro, al cinema. Sotto Milosevic la scena teatrale di Belgrado divenne molto forte, il festival Bitef diventò di livello mondiale. E ancora oggi è una scena forte, impegnata, importante. Forse quando ci sono ostacoli politici esce la forza dell’arte. Prendiamo la nouvelle vague ceca negli anni ’60 o l’Iran oggi: spesso le dittature sono buone per la creatività. Molti film iraniani hanno storie deliziose, semplici, che sono derivate dal neorealismo. Conosco bene da anni Abbas Kiarostami e mi piace molto anche Jafar Panahi: il suo “Offside” è magnifico. Invece l’attuale ministro serbo della cultura è il peggiore che si possa avere, sostiene i cretini. Il governo non capisce la crisi della cultura. Oggi è uscita una pagina intera su di me sul quotidiano spagnolo El Pais: ho fatto più io per il mio paese con questo film che loro con tutta la propaganda. Dopo aver fatto “La polveriera” fui definito il più grande traditore della Serbia. Per questo la lasciai per tre anni.
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