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mercoledì 07 settembre 2022 14:34

 

Tra boom e crisi

02.11.2009    scrive Cornel Ban
In Romania - C.Ban
Prima di essere colpita dalla crisi economica, la Romania ha vissuto una forte fase di espansione. Alla luce dei problemi che emergono oggi, però, quel modello di sviluppo appare basato su politiche di breve respiro, responsabili di forti ingiustizie sociali all'interno del paese
Foto Cornel Ban

Tra il 2000 e il 2009 la Romania ha registrato uno dei più alti tassi di crescita economica in Europa. Per chiunque abbia conosciuto il paese prima di questa fase espansiva, i cambiamenti dell'ultimo decennio sono troppo sconvolgenti per essere ignorati. Un vero e proprio boom dell'immobile ha ridisegnato i piccoli e tranquilli villaggi e i conglomerati urbani. Da mattina a sera sono spuntati ristoranti, caffè e teatri. Il paesaggio urbano ha iniziato ad essere arricchito da lussuosi centri commerciali, secondo il gusto sempre più sofisticato di una classe media in espansione. La tanto amata-odiata Dacia 1300, l'auto simbolo della società proto-consumista del socialismo degli anni '70, è diventata un esemplare da museo. Per la prima volta nella storia moderna del paese, un gran numero di romeni viaggia all'estero per piacere, si abbandona a spese cospicue e finanzia nuovi appartamenti con mutui.

Non si tratta solo di cambiamenti di facciata. Questo boom ha alterato la struttura della società romena. Dalla speculazione edilizia sono nate incredibili fortune. L'élite locale di banchieri, industriali e legali è cresciuta, esercitando non poca pressione sullo status delle classi più ricche e generando un gusto nuovo per yacht, macchine di lusso, istruzione universitaria in Occidente e ville secondo la nuova tipologia residenziale. Allo stesso tempo, i livelli della classe media sono stati raggiunti anche dai "soliti sospetti" del post-comunismo (impiegati governativi corrotti, malavitosi, piccoli imprenditori, ONG) e soprattutto da professionisti dell’ambito accademico. Questi hanno iniziato ad essere impiegati in modo competitivo da multinazionali, dinamiche imprese locali, nicchie accademiche legate all’industria e a ricerche di fondi Ue.

Il nuovo benessere della classe media istruita, alimentato da crediti economici e da carenze di manodopera (che hanno portato ad aumenti di salario), ha cambiato la cultura di interazione sociale. I “simboli di distinzione” della vecchia classe media (linguaggio forbito, cultura elevata) sono stati gradualmente sostituiti da un consumismo sofisticato, e le entrate disponibili ora vengono investite nel vortice di speculazioni immobiliari.

“Era come una corsa ad alto numero di ottani, che ha cambiato gran parte dei miei amici”, ricorda Claudia Grapini, 32 anni, designer in una multinazionale. “Da quando si è iniziato a lavorare 11 ore al giorno lamentandosi di non avere più tempo per nulla, gli stessi amici che cinque anni prima a Bucarest erano presi dalla musica, dall’arte e dai libri, ora sono diventati degli automi esauriti che trasformerebbero ogni cena in un’opportunità per assillarti sul prezzo al metro quadro del terreno edificabile, sui migliori affari sulle mattonelle spagnole o sulle arcane complessità di prendere un’Alfa Romeo in leasing. La gente parlava come se in dieci anni la Romania sarebbe diventata come la Spagna o la Grecia e, francamente, se si guarda la copertura dei media finanziari sulla Romania tra il 2005 e il 2008, la supposizione non suonava poi così azzardata”.

Certo, alcune di queste trasformazioni sono state finanziate da crediti economici pagati dalle banche neo-privatizzate. I principali motori di questi cambiamenti sistemici sono stati le politiche fiscali regressive, gli investimenti esteri e le rimesse dei migranti. Con il boom economico, il sistema di tasse è stato completamente ricostruito per degradare lo sforzo distributivo e per privilegiare due obiettivi politici: favorire una solida classe media romena e accrescere la capacità di attrazione del capitale globale verso la Romania. Di conseguenza, a partire dal 2005, le tasse per persone fisiche e imprese sono state sottoposte ad un tasso “fisso” del 16%, mentre le transazioni dei beni immobili sono rimaste minimamente tassate.

La nuova filosofia esattoriale infatti prevedeva un sussidio per le compagnie e per i lavoratori con i salari più alti. Secondo uno studio del Gruppo per l’Economia applicata, un think tank con sede a Bucarest, i vincitori delle riforme del tasso fisso del 2005 sono state le famiglie che hanno guadagnato stipendi tre volte maggiori rispetto alla media nazionale lorda di quell’anno. Al contempo, le politiche volte ad incentivare gli affari, le evidenti prospettive dell’entrata in Ue e una forza lavoro economica e relativamente preparata, hanno portato ad un picco negli investimenti diretti stranieri.

In meno di cinque anni quasi tutte le banche statali, i servizi e le compagnie petrolifere sono state acquisite dalle corporazioni dell’Europa Occidentale. Il settore manifatturiero ha subito un simile processo di rilevamento e, di conseguenza, le splendenti aziende finanziate dall’Occidente hanno iniziato a sfornare macchine francesi, cellulari finlandesi e moda italiana.











Le aspettative di allora, le delusioni, ma anche vent'anni di cambiamenti.
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Gli investimenti dall'estero hanno cambiato anche la struttura dell’esportazione. Fino al 2007 le automobili, l’industria e altri macchinari costituivano la maggior parte dei beni prodotti in Romania iniettati nei flussi del mercato globale, ponendo fine alla dipendenza post-comunista sull’esportazione del tessile e di materie prime. Inoltre, visto lo sviluppo di una rete di programmi di ingegneria pubblica, la Romania urbana ha attirato i primi finanziamenti sostanziali in nicchie industriali di alta fascia come software e design industriale.

Mentre le maggior parte di questi nuovi investimenti ha creato lavori di basso livello industriale e di servizio, per molti professionisti universitari si è trattato di una benedizione, in quanto hanno richiesto (e ottenuto) stipendi molto più consistenti rispetto a quelli di lavoratori parzialmente specializzati o di impiegati governativi con la stessa istruzione. Quando la Renault ha annunciato che avrebbe aperto un’ampia struttura di ricerca e sviluppo e ha iniziato a fare assunzioni folli nei dipartimenti di ingegneria dei campus romeni, molti hanno percepito lo spostamento dello sviluppo dall’assemblare i prodotti occidentali al progettarli e produrli direttamente in loco.

Dai rapporti della Banca Mondiale e dalla stampa finanziaria internazionale è emerso un nuovo consenso: corruzione endemica e povere infrastrutture a parte, la Romania non era più un luogo di macroeconomie spasmodiche e di miseria impossibile, ma un paese che si stava allineando per essere la nuova tigre economica dell’Europa.

Già prima che la fusione economica del 2008 bucasse tali aspettative esagerate, era chiaro che il benessere del boom economico era stato costruito sulla base di drammatici costi sociali. Secondo un esteso rapporto del 2009 ordinato dal Presidente romeno, la povertà estrema è diminuita durante il boom, ma la povertà relativa è aumentata, e ad incassare di più il colpo sono bambini, disoccupati, pensionati, lavoratori in nero e i rom.

Il quadro che emerge sembra ancor più drammatico se si considera che la soglia della povertà per la Romania era inverosimilmente stabilita a poco meno di 100 euro al mese, una somma che copre a malapena l’affitto per un miniappartamento, o tre settimane di cibo per una famiglia di tre persone. I tassi di povertà sono decisamente più alti nelle zone rurali, dove agricoltura di sussistenza, infrastrutture fatiscenti, scuole assenti e carenti strutture di prima assistenza rivelano un’immagine ancor più nera.

Sfortunatamente i modi in cui i sussidi europei per gli agricoltori vengono attualmente stanziati sembrano portare pochi benefici concreti ai contadini oltre che rendere le disuguaglianze esistenti ancor più drammatiche. Secondo il Centro romeno per le Politiche Europee (CRPE), un think tank di Bucarest, nel 2008 l’Ue ha assegnato il 51% dei sussidi agricoli destinati alla Romania agli agricoltori con più di 100 ettari e che rappresentano meno dell’1% di tutti gli agricoltori romeni.

Secondo un rapporto del CRPE in materia, la distribuzione dei sussidi potrebbe creare forti incentivi per l'emergere di uno scenario “America Latina” nella campagna romena: una grande popolazione rurale costretta a povertà e sussistenza e a salari minimi, una classe medio-bassa di agricoltori medi e poche migliaia di proprietari terrieri largamente finanziati e con potere politico.

Cosa c’è dietro a questo triste esito della transizione economica romena? Senza dubbio i fattori strutturali sono importanti: gli alti tassi di distruzione del lavoro negli anni ’90, la sempre più grave mobilità della popolazione rurale o la bassa capacità del sistema d’istruzione e della società di migliorare la triste condizione dei rom. Ma come ha detto una volta un esperto di scienze politiche, “le strutture non si sistemano con un libretto di istruzioni”.

Le scelte politiche, al contrario, lo fanno spesso. Le scelte istituzionali prese dai governi postcomunisti, spesso su indicazione delle istituzioni finanziarie internazionali, hanno fatto sì che la disoccupazione si traducesse in una rapida discesa nel sottoproletariato. La deliberata politica di restrizione dei sussidi di disoccupazione è stata basata sull’idea neoliberale secondo la quale la prospettiva di vivere di sussidi dovrebbe essere decisamente poco attraente. E così è stato.

Secondo la legge gli assegni di disoccupazione non tengono conto della soglia di povertà solo per i lavoratori con vent’anni di anzianità. Viceversa, i più giovani disoccupati romeni potevano usufruire dei sussidi se compresi entro l’82% della soglia ufficiale di povertà. La prospettiva di disoccupazione era così scoraggiante che solo un terzo dei romeni registrati come disoccupati ha ricevuto qualche forma di sussidio. Un decimo dei romeni più poveri, la maggior parte costituita da rom, è stato abbandonato a se stesso.

Come ha potuto sopravvivere un disoccupato in un ambiente così ostile? L’evidenza dei fatti fa pensare che quasi tre milioni di persone o si sono spostate (soprattutto) nell’Europa meridionale, o sono entrate nel mercato del lavoro nazionale “in nero”. Questo comporta alti rischi di povertà e si calcola intrappoli oltre 500mila famiglie di “lavoratori poveri”; la vittima tipo è un giovane, poco istruito, rom e bracciante. Il boom del settore edile e l’intervento degli investimenti diretti stranieri nel settore manifatturiero avrebbero potuto assorbire molti dei disoccupati, ma non è stato così.

L’offerta di lavoro in questi settori è stata talmente alta nel biennio 2006-2008 che gli impiegati si sono azzuffati per importare lavoratori dalla Cina e per tentare migranti romeni specializzati e semi-specializzati con stipendi inauditi. Per i lavoratori in nero e i disoccupati era tardi per cogliere una tale offerta. Questo anche perché erano diventati troppo scoraggiati o poco qualificati, o perché non avevano le competenze necessarie. Il problema è stato aggravato, forse ironicamente, dal fatto che le nuove generazioni di diplomati di istituti professionali e di programmi di riqualificazione - la spina dorsale di ogni economia basata sul sistema di fabbricazione - avevano competenze minori rispetto ai lavoratori formati durante il socialismo e nel periodo immediatamente successivo.

Questo invecchiamento e questa decadenza del sistema professionale sono peggiorati quando un settore privato miope, uno stato debole e sindacati costretti a battaglie agguerrite per la loro sopravvivenza non sono riusciti a sviluppare una strategia coordinata per il finanziamento adeguato e una riforma del sistema al passo coi tempi.

In conclusione, il boom economico romeno dell’ultimo decennio e le scelte politiche prese dal governo hanno portato ad opportunità straordinarie per l’accumulazione nazionale di capitale, l’espansione del mercato interno e il rafforzamento dell’esportazione. Come risultato, fino al 2008 la Romania aveva raggiunto la posizione migliore dal 1989 per acquisire le caratteristiche di un paese capitalista con un’economia dinamica. Sfortunatamente, la crisi economica iniziata nel 2008 ha ristretto la domanda esterna ed interna, riducendo il paese al collasso.

Il PIL è passato da una crescita di +8% del 2008 a - 8% del 2009, entro la fine dell’anno il tasso di disoccupazione sarà raddoppiato raggiungendo quasi il 10%, mentre il valore delle rimesse degli emigrati è caduto bruscamente. Diversamente dall’Europa Occidentale, dove la spesa sociale è considerata legittimo stabilizzatore della domanda, in Romania è vista come un “lusso” impossibile da potersi concedere. Di conseguenza il governo intende applicare i tagli nel welfare e nei piani sociali. Inoltre, piuttosto di rendere il sistema delle tasse più equo con l’adozione di una tassa progressiva sulle entrate e con il taglio della tassa sul cibo e sui beni di prima necessità, il governo considera opzioni che le renderanno ancor più regressive.

A parte la moltitudine di problemi creati dalla crisi, è evidente che anche nei tempi d’oro la storia di successo economico della Romania era basata su politiche che non solo hanno prodotto ingiustizie sociali, ma che sono state anche un’autodifesa per lo sviluppo economico in sé. In primo luogo l’istituzionalizzazione di uno stato di assistenza sociale conservatore ha ridotto la disoccupazione facendo svuotare il mercato del lavoro di almeno un terzo della popolazione attiva attraverso la migrazione e il lavoro in nero.

In secondo luogo queste strategie di impiego forzato hanno aggravato problemi dello stato di assistenza sociale “estraendo” le attività di milioni di persone dalla tassazione. Infine, il fallimento nel finanziare e organizzare un sistema di lavoro efficace e reattivo riduce le possibilità che la Romania possa diventare in tempi brevi un’economia di esportazione specializzata. Una volta che questo circolo vizioso si tradurrà in termini pratici, nessun taglio di tasse e nessuna deregolamentazione di protezione dell’impiego potranno rallentare la drammatica dispersione economica.

Questo risultato era decisamente evitabile e poteva essere trasformato in un esito più socialmente inclusivo, più “europeo”. L’anniversario del 1989 dovrebbe far fermare le élites politiche romene ricordando loro che la promessa di un “ritorno all’Europa” non aveva niente a che fare con la promozione dell’esclusione sociale. E’ chiaro che il modello “forte crescita, poche tasse, molta povertà” adottato dalla Romania e da altri nuovi membri europei non è la via più democratica o più efficiente per un progresso socio-economico sostenibile. In teoria la crisi economica attuale dovrebbe chiamare in causa le idee economiche neoliberali che hanno ispirato questo modello in primo piano.

Ma nella pratica si tratta di un affare nel complesso differente e, al momento, il dibattito sulla riforma socio-economica in Romania suggerisce che le voci alternative sono poche, ai margini della politica e zittite dai rumori di una scena politica e mediatica che sta implodendo sotto il peso delle sue stesse fantasie.
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