Balcani Cooperazione Osservatorio Caucaso
giovedì 08 settembre 2022 13:55

 

La tradizione alevita

08.08.2007    Da Istanbul, scrive Fabio Salomoni

Analogie e differenze tra l’alevitismo e le correnti religiose sunnita e sciita. Ne parliamo con lo storico e antropologo Ali Yaman, docente dell’Università di Bolu. Continua la pubblicazione dei materiali del dossier aleviti
Quali sono le caratteristiche principali della tradizione alevita rispetto alle grandi correnti del mondo islamico, quella sciita e quella sunnita?

Ci sono indubbiamente degli elementi comuni con la tradizione sciita ma anche differenze importanti. Anzi a volte tra gli aleviti è possibile individuare punti di contatto con la tradizione sunnita, in tema di tolleranza ad esempio, mentre gli sciiti hanno un approccio più severo. Nel mondo alevita ritroviamo la tradizione sciita, quella sufi ed elementi tradizionali locali.

Una sorta di sintesi in qualche modo naturale se teniamo conto del modalità con cui è nato e si è diffuso l’Islam dalla penisola arabica attraverso il Caucaso in Asia Centrale e poi in Turchia.
E’ questa storia che permette anche di comprendere l’importanza nella tradizione alevita delle credenze provenienti dalla tradizione turca preislamica : il culto di GökTanrı (Dio-Cielo), il culto degli antenati, il culto degli elementi naturali.

Se andiamo in Asia Centrale possiamo trovare la tradizione dei pellegrinaggi agli antenati, lo stesso elemento lo possiamo ritrovare in Anatolia. Tra gli aleviti poi i pellegrinaggi alle tombe – türbe -, dei santi (Veli. Letteralmente “Vicino a Dio”)– come Hacıbektaş o Pir Sultan Abdal, hanno un’importanza cruciale, anche questo è un elemento che ritroviamo in Asia Centrale.

A proposito di aleviti molti sottolineano il loro carattere eterodosso e la presenza di elementi provenienti da altre tradizioni religiose...

Questo rappresenta un aspetto molto controverso. E’ un problema per la storia delle religioni tutt’altro che risolto. Ad esempio sostenere che la rilevanza del numero 12 tra gli aleviti proviene da questa o da quella tradizione, da quella cristiana ad esempio, a me sembra difficile poterlo sostenere con certezza, perché ogni religione contiene elementi provenienti da altre tradizioni. Per avere qualche certezza dovremmo quindi andare alle radici di ogni tradizione. Del resto l’Islam ha preso elementi dall’Ebraismo ed anche dal Cristianesimo, il Cristianesimo dall’Ebraismo.

Se vogliamo un altro esempio, consideriamo la tradizione del legare strisce di stoffa colorata ai rami degli alberi per esprimere un voto. In realtà anche questo è un elemento che possiamo ritrovare in molte religioni e credo sia difficile stabilire con certezza la sua origine.

Il culto degli alberi, delle montagne, in genere i culti degli elementi naturali che vengono da lontano e che ritroviamo tra gli aleviti. Essendo poi la tradizione alevita fondamentalmente legata alla cultura orale, marginale quella scritta, la mitologia rappresenta un’altro elemento caratteristico.

Gli evliyalar (Plurale del termine veli. N.d.A) comunicavano attraverso poemi accompagnati dalla musica ed anche questo è un elemento che ha relazioni con le tradizioni turche asiatiche. Prendiamo ad esempio il racconto/poema epico del Libro di Dede Korkut. Le sue storie sono poemi recitati con accompagnamento musicale. Nello stesso modo gli ozan, poeti, aleviti si esprimono con la musica. Possiamo quindi ritrovare un legame forte tra la cultura alevita e le tradizioni dell’Asia centrale.

L’Islam eterodosso fortemente legato alla cultura orale...

Che non si tratta di ortodossia è evidente, l’alevismo si è formato secondo logiche proprie.
L’importanza della devozione nei confronti di alcune figure carismatiche come Hacıbektaş Veli e Pir Sultan Abdal rappresenta una delle caratteristiche fondamentali dell’alevismo. Queste figure incarnano l’ideale di persona matura alla quale ogni alevita dovrebbe aspirare a diventare. Un ideale riassunto dal motto “Sii padrone della tua lingua, delle tue mani e del tuo bacino” - Diline, eline, beline sahip ol - Un’immagine ricorrente dell’iconografia di Hacıbektaş, quella che lo rappresenta mentre tiene in braccio contemporaneamente un leone e una gazzella, riprende motivi della tradizione sufi, il fuoco ed il cotone che stanno vicini senza bruciare. Anche il leone e la gazzella stanno vicini senza farsi del male. Hacıbektaş rappresenta questo modello di persona matura che, secondo la tradizione, arriva in Anatolia sotto forma di colomba.

Diventare una persona giusta, questo è l’obiettivo dell’alevita ed in questo senso la preghiera viene vista come mezzo per raggiungere questo fine, non rappresenta un fine in sé. Prima delle norme religiose vengono la morale e le tradizioni. Una persona che non rispetta la morale e le tradizioni viene esclusa dalla comunità.

La musica è un elemento fondamentale anche della cem, la cerimonia principale degli aleviti, che si tiene in uno spazio particolare, la cemevi, e che rappresenta in qualche modo il corrispondente della preghiera in moschea...

Gli aleviti rappresentano una cultura periferica, lontana dal centro, geografico e politico del paese, fondata su di una organizzazione sociale ed uno stile di vita caratteristici. In questa prospettiva la tradizione degli aşık e degli ozan occupa un ruolo centrale.

Una cultura orale in cui il racconto dei problemi della vita quotidiana, delle emozioni e dei sentimenti religiosi passa attraverso l’accompagnamento musicale e lo strumento del saz (una sorta di mandolino a quattro corde dal lungo manico). Se invece guardiamo al centro, agli ambienti urbani ritroviamo la centralità di un’esperienza religiosa legata al libro, alla cultura scritta. Una differenza tra centro e periferia che si riflette anche a livello linguistico: in epoca ottomana nei centri urbani la lingua era caratterizzata da una forte presenza di elementi provenienti dall’arabo e dal persiano. Nei villaggi, nelle zone rurali invece era prevalente il turco di Anatolia. Le poesie di un grande poeta mistico Yunus Emre scritte in turco d’Anatolia le possiamo capire ancor oggi malgrado siano state scritte centinaia di anni fa.

Ai nostri giorni se guardiamo alle canzoni del genere türkü onnipresenti nelle radio, vi possiamo ritroviamo la tradizione alevita-bektashi. I türkü sono türkü aleviti.

Sono espressioni di uno stile di vita caratteristico delle popolazioni nomadi o seminomadi. In questo contesto la musica, la tradizione orale, la trasmissione della conoscenza per via orale da padre in figlio sono decisivi. Allo stesso tempo nella preghiera il ruolo della musica è fondamentale, possiamo dire la sacralità della musica perché la musica nel contesto della cerimonia alevi acquisisce altri significati. Il saz viene definito del resto il Corano a corde. Le cerimonia della cem non è solo una cerimonia religiosa ma allo stesso tempo diventa il luogo di trasmissione, orale, del patrimonio culturale della comunità.

Quando parliamo di aleviti facciamo riferimento ad una tradizione che si ritrova solamente in Anatolia?

In realtà il termine alevita viene usato in modi diversi in diversi contesti. Ci sono aleviti nello Yemen, in Iran, in Siria ma gli aleviti in Anatolia sono diversi. Nelle regioni turche ai confini con l’Iran poi ci sono gli sciiti Caferi che in qualche modo hanno legami con gli aleviti ma soprattutto con il mondo sciita iraniano. Poi in Turchia ci sono gli aleviti arabi, Nusayri, che hanno però credenze e rituali diversi.

Gli alevi-bektashi dell’Anatolia e dei Balcani hanno un patrimonio condiviso di credenze e rituali. La cerimonia della cem, la figura di Ali, il motto -sii padrone della lingua delle mani e del bacino-, la figura del dede, guida non solo spirituale della comunità, la danza – semah - durante la cerimonia della cem. Gli aleviti di cui stiamo parlando sono quelli che condividono questi elementi.

Vogliamo parlare dei rapporti tra aleviti e sunniti in Turchia?

Nella prima parte dell’impero ottomano, quello della fondazione, molte figure del mondo alevita hanno avuto un ruolo di primo piano. Con la progressiva espansione, la conquista dei Balcani, l’impero ha assunto via via un carattere sempre più cosmopolita, anche tra le sue classi dirigenti, che ha coinciso con la progressiva marginalizzazione dell’elemento alevita. Su questo processo hanno influito anche altri importanti fattori. In particolare la nascita in Iran del potente impero savafide, che rappresentava una minaccia per l’impero ottomano, ha generato tensione tra l’amministrazione ottomana e gli aleviti, visti come culturalmente vicini allo sciismo iraniano, e la conseguenza è che la comunità alevita si è progressivamente ripiegata su se stessa.

Accentuato il carattere rurale e ridotte al minimo le relazioni con le istituzioni statali. Ad esempio la giustizia veniva amministrata all’interno della comunità facendo riferimento alla figura del dede senza ricorrere all’apparato giudiziario statale, lo stesso vale per la formazione e l’educazione. Questa rispettivo allontanamento porta le due comunità, alevita e sunnita, a non conoscersi e favorire la nascita di pregiudizi. Gli aleviti vengono chiamati con tono dispregiativo kizilbas (teste rosse) e per i sunniti gli aleviti non hanno diritto al paradiso.

Lo stato ottomano del resto si identificava con la scuola sunnita e questo ha aumentato ulteriormente l’isolamento degli aleviti, condizione dalla quale sono nati i sentimenti di essere marginalizzati ed oppressi, elementi che caratterizzano fortemente la cultura alevita.
Questo stato di cose si è mantenuto di fatto fino alla caduta dell’impero.

Gli aleviti e la repubblica...

La comunità alevita parla spesso della laicità e con essa rivendica un legame molto particolare. Un legame che dipende da un passato di centinaia di anni in cui lo stato ha riconosciuto esclusivamente la scuola sunnita.

La proclamazione della repubblica laica ha per queste ragioni fatto nascere molte speranze tra gli aleviti - che poi siano state tutte mantenute questo è un altro discorso - resta il fatto che gli aleviti hanno sperato molto nella repubblica e nella figura di Atatürk, che spesso sono arrivati a paragonare a quella del profeta Ali. Per gli aleviti anche solamente l’abolizione del califfato ha avuto un importanza enorme sul piano simbolico, per la prima volta hanno visto un’azione rivolta a loro favore. Certo, nel dibattito attuale gli aleviti hanno cominciato a chiedersi che cosa la repubblica gli abbia effettivamente garantito, ad esempio il dibattito sul mancato riconoscimento delle cemevi come luogo di culto o le polemiche intorno al Direttorato per gli Affari religiosi.

Per rispondere a questi interrogativi bisogna fare riferimento ad un dato importante: la progressiva marginalizzazione degli aleviti nel passato, anche dal punto di vista geografico, il loro carattere rurale li ha tenuti lontani dalle istituzioni. Anche durante la fondazione della repubblica, tra la classe dirigente repubblicana, non riescono a far sentire la loro voce, non ci sono rappresentanti aleviti nell’élite repubblicana. Dobbiamo riconoscere che la marginalità alevita è provocata anche da questa realtà. Gli aleviti amano la repubblica e la laicità ma il peso degli aleviti nelle strutture dello stato è quasi inesistente e questo ha fatto sì che il carattere della repubblica non riflettesse anche le esigenze della comunità alevita. La laicità repubblicana, la sua particolarità non ha risolto molte delle questioni e delle esigenze della comunità alevita.

Del resto il carattere principale della laicità repubblicana non è la separazione tra lo stato e le questioni religiose ma piuttosto il controllo dello stato sulle attività religiose...

Ufficialmente lo stato e la burocrazia statale sostengono la scuola sunnita hanefita e mirano a garantirsi il controllo della religione. Lo stato repubblicano abolisce il califfato ma in fondo considera la religione un elemento che può nuocere alla società e quindi crea le condizioni per garantirsene il controllo attraverso la creazione del Direttorato degli Affari Religiosi – Diyanet Işleri Başkanlığı -, le facoltà di teologia che anch’esse rispecchiano la scuola sunnita e dove non c’è posto per la tradizione alevita, la moschee controllate dal direttorato, questi sono i caratteri della laicità turca.
Consulta l'archivio