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East West East

05.09.2008    scrive Marjola Rukaj

Gjergj Xhuvani
È il titolo del nuovo film di Gjergj Xhuvani, uno dei più noti registi albanesi, affermato sulla scena internazionale. Una collaborazione tra Albania, Italia e partner dell’ex Jugoslavia, dove per altro sono state girate molte scene del film. Nostra intervista al regista
“East West East” è il nuovo film di Gjergj Xhuvani (Tirana, 1963), uno dei registi più noti del cinema albanese. Dopo diversi riconoscimenti internazionali con i suoi film precedenti “Slogans” e “Caro nemico”, il regista albanese esplora i giorni che hanno cambiato la storia albanese nel '90, dal punto di vista di un gruppo di cicloamatori che partono per partecipare a un evento sportivo in Francia. Il gruppo viene in seguito dimenticato a Trieste mentre l'Albania giace nel caos delle sommosse e della paralisi politica. I ciclisti di diverse età e diversa estrazione sociale, rappresentano gli albanesi di quegli anni che affrontano per la prima volta l'estero sconosciuto, fiduciosi della possibilità di veder realizzare i propri piccoli sogni, ma che si trovano a dover affrontare difficoltà economiche, e barriere insormontabili. L'avventura diventa più complessa nel loro viaggio di ritorno attraverso la Jugoslavia di allora. Tra gli attori qualche grande nome del cinema albanese come Ndriçim Xhepa, mentre la maggior parte sono giovani esordienti. Il film è una coproduzione tra l'italiana Fast Rewind, l'albanese General Vision, e l'inglese High points film. La colonna sonora porta la firma di Enrico Ruggeri. (m.r.)

Com'è nata l'idea di fare questo film? I giorni della caduta del regime ispirano ancora?

Parte da quanto ho vissuto in prima persona. E' successo nel '90, mentre ero in Francia. Ma non è successo solo a me. Molti altri in quei momenti di altissima tensione, mentre in Albania stava crollando il regime, si trovavano all'estero. So di un gruppo di attori e registi che in quei giorni si trovavano a Trieste e ad un certo punto. persi i contatti con l'Albania, hanno dovuto arrangiarsi con diversi autobus attraversando la Jugoslavia per tornare a casa. E' un momento dalla fortissima carica emozionale, di cui penso si debba parlare oggi, dopo quasi vent'anni. Volevo sottolineare che nulla è cambiato, noi continuiamo a essere isolati, e a doverci fare in quattro per riuscire ad uscire dal nostro paese. Bisogna riflettere sul reale significato della caduta del muro di Berlino, che è caduto in senso politico per alcuni, ma non per noi. Siamo rimasti, come si dice ad un certo punto nel film, “cani senza padroni”. La nostra frustrazione viene materializzata nell'atteggiamento della polizia, e nell'espressione di uno dei personaggi che con il suo italiano molto albanese dice: “Noi non siamo cani signor polizio”. E' doloroso. A dir la verità avrei potuto ambientare tutto nel 2008, ma mi è sembrato più significativo quel momento storico degli anni '90.

Questo film verrà distribuito anche in Italia, cosa porterà al pubblico italiano?

Dicono che sia un tipo di film che è mancato all'Italia, perché è un film in cui i personaggi non si trovano mai isolati, ma stanno sempre insieme. Gli italiani oggi hanno perso quel senso di solidarietà umana. Sono emozioni che oggi non si trovano più, ma naturalmente non si tratta di emozioni fortissime e irripetibili, ma del sentimento umano che la società va via via perdendo. I colleghi della produzione li ho visti a volte sorridere, a volte commuoversi.

Si nota una novità nel cinema albanese degli ultimi anni, un'apertura alla dimensione balcanica, c’è più realtà balcanica nei film, come il caso dei ciclisti che attraversano la Jugoslavia, e più coproduzioni...

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Abbiamo un legame spirituale molto forte con gli altri popoli balcanici. Noi diciamo di essere i più antichi, ma questo è un valore storico, non umano. E' indiscutibile che abbiamo forti affinità in più sensi, nel modo di fare, e di pensare, il personaggio umano è identico in questi paesi. Io non ho mai visto i Balcani come un “covo di vipere”, siamo troppo simili, se togliamo la politica che ha prodotto catastrofi. Se fossimo stati un paese un po' più grande, molto probabilmente saremmo diventati anche noi aggressori, anzi in passato lo siamo stati. I mercenari albanesi incutevano paura in tutta Europa. E' una cosa che ho voluto sottolineare nel film perché ogni volta che i personaggi hanno a che fare con lo Stato, si vede la violenza, una barriera insormontabile, mentre i rapporti tra gli uomini sono qualcosa di meraviglioso.

Perché è stato necessario produrre questo film in Italia?

Innanzitutto i soldi che ci dà lo stato albanese non bastano per fare un film accettabile a livello internazionale. Non basta produrre un film dagli standard albanesi che abbia un bacino di meno di due milioni di spettatori, con tutti i problemi che il cinema incontra nel nostro paese. Il cinema è un'arte popolare, e un mercato limitato va contro la sua logica. Un'altra ragione non meno importante è che per produrre un buon film bisogna farlo con una tecnologia adeguata, che fa progressi giorno dopo giorno, mentre in Albania la tecnologia è decisamente antiquata. Inoltre questo film è di per sé internazionale, quindi era inevitabile una collaborazione con partner in ex-Jugoslavia [Macedonia e Kosovo] e in Italia, dove si sono svolte buona parte delle riprese. Senza di loro non ce l'avrei fatta.

Il cinema albanese è poco presente nei festival e nelle sale europee, molto meno rispetto al cinema del resto dei Balcani. A cosa è dovuta questa assenza?

Io spero che questo film partecipi ai festival di Cannes o di Berlino. E' una domanda difficile, ma il problema c'è, e non riguarda solo il cinema albanese. Il nostro problema è che spesso i nostri sono film "del nostro villaggio", la trama gira attorno alle nostre piccole cose, e naturalmente anche il pubblico non può essere trovato altrove. Bisogna invece fare in modo che il film abbia una risonanza più ampia, anche se partono dal nostro ambiente. Kadaré ha scritto “Il generale dell'armata morta” o “Cronaca sulla pietra” che sono delle opere che parlano del suo piccolo ambiente, ma il suo messaggio, lo spirito del racconto, risuona oltre il “villaggio” stesso - questo è il segreto, non c'è nulla di inafferrabile. Poi, naturalmente, influisce anche il fatto che oggi non si può essere autosufficienti, bisogna collaborare a livello internazionale. Serve anche un po' di acume da parte dei registi, che non devono passare le giornate nei caffè di Tirana, ma devono essere registi a tempo pieno, viaggiare, seguire i festival, per mantenersi aggiornati su cosa succede nel cinema oggi. Altrimenti anche le tematiche si esauriscono e si rischia di passare per "scemi del villaggio". Devo dire che di questa sindrome soffre anche l’odierno cinema italiano.

Che cosa ha ereditato il cinema albanese di oggi da quello di prima degli anni '90?

C'è ormai una generazione che vuole mettere in discussione tutto, e che pensa che quel tipo di cinema non ci abbia lasciato nulla di positivo, o di valore. Ma non si può negare che i registi di oggi sono parte e risultato di quella tradizione cinematografica. Io amo quel tipo di cinema. Forse non si salvano integralmente tutti i film, perché molto era compromesso dai canoni della propaganda del tempo. Ma l'atmosfera che ricostruiscono, i personaggi, è qualcosa di meraviglioso. Sono molti i film di qualità. Bisogna ricordare che per degli anni il cinema albanese ha raccolto le esperienze delle migliori scuole del cinema est-europeo.

Oggi, però, in Albania andare al cinema è un abitudine dimenticata...

Ci sono ormai diverse sale e io penso che si vada migliorando. Ma c'è qualcosa di assurdo. Entrare in un cinema in Albania è diventato un lusso. E' impensabile che i biglietti del cinema costino più dei biglietti del teatro. Il biglietto del cinema costa 500 lek, mentre quello del teatro 300 lek. E' un paradosso. Il cinema deve costare anche 100 lek per determinate categorie. Se una buona parte dei liceali, ad esempio, non può spendere più di 300 lek quando esce con la propria ragazza, è ovvio che invece di andare per due ore al cinema si chiuderà in qualche caffè a bere e a chiacchierare.

Con quale frequenza vengono proiettati i film albanesi nelle nuove sale cinematografiche?

Di solito si proiettano solo film americani, e più raramente film albanesi. Posso ritenermi fortunato del fatto che un mio film ha avuto a suo tempo più proiezioni di “Troia”, ma ci sono anche film che sono stati proiettati solo per tre giorni. Tuttavia, io penso che gli albanesi amino molto il loro cinema. Ma se entrare in sala è un lusso, è naturale che si avranno questi risultati. Una volta davanti al cinema ho sentito un pensionato che, dopo aver visto il prezzo ha detto: “Aspetterò che lo trasmettano in tv...”
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