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A volte ritornano

03.12.2008    Da Capodistria, scrive Stefano Lusa

Certo non gli manca fantasia e abilità nel riciclarsi. A prescindere dallo schieramento politico. E' stato ministro degli Esteri negli ultimi governi in Slovenia, uno di centro-sinistra e l'altro di centro-destra, ora Dimitrij Rupel ricompare come consigliere del primo ministro Pahor per la politica estera
Lunedì primo dicembre, l’ex ministro degli Esteri, Dimitrij Rupel è entrato nel palazzo del governo per occupare la poltrona di consulente del premier per la politica estera. Il suo collega alla funzione pubblica, nel precedente governo, Gregor Virant, ha sarcasticamente commentato che era necessario inventarsi un posto per consolare Rupel. Virant, che da pochi giorni è alla guida dell'Assemblea della Repubblica, ha anche aggiunto che non lo stupirebbe se adesso Rupel entrasse nel partito di Pahor.

L’Assemblea della Repubblica è una specie di think thank del centrodestra sloveno. Proprio questa organizzazione era servita all’ex ministro degli Esteri per sganciarsi, nel 2004, dal centrosinistra e accasarsi, così, tra i democratici di Janez Janša.

Rupel, però, non era sicuramente un uomo dell’attuale maggioranza infiltrato nel governo uscente. Era piuttosto una delle figure più bersagliate dall’opposizione e dagli opinion leaders del centrosinistra, anche per la sua predilezione a stare un po’ troppo sotto i riflettori e a non tirarsi indietro di fronte alle polemiche.

L’esecutivo di Janša, nella sua ultima riunione ordinaria, lo avrebbe voluto nominare ambasciatore a Vienna. Per lui, che non era nemmeno riuscito a farsi eleggere in parlamento, sarebbe stato un bel modo di continuare la sua carriera. Sulla questione si è subito aperto un vivace dibattito tra il capo dello stato ed il governo uscente, legato anche alle polemiche sulle nomine dei nuovi ambasciatori.

Per alcuni Rupel non avrebbe potuto aspirare a quell’incarico. Ad impedirglielo sarebbe stata una legge, approvata dal suo governo, che riservava il posto ai diplomatici di carriera. Ad avvalorare questa tesi è stato anche il capo dello stato Danilo Turk, che ha respinto la nomina di Rupel, insieme a quelle di una serie di altri nomi, perché non in armonia con la normativa vigente.

La palla quindi è stata rilanciata al nuovo governo, che avrebbe preso in esame la questione sin dalla sua prima seduta. Alcuni speravano (ed altri temevano) che per Rupel fosse giunto il momento di uscire di scena. Pahor, però, aveva dato ad intendere che non avrebbe avuto nulla in contrario se fosse stato spedito a Vienna. La posizione del nuovo premier, insomma, non era molto diversa da quella del governo precedente. In ogni modo annunciò che si stava preparando anche una modifica legislativa. I più maligni pensarono che si stesse predisponendo un salvagente per Rupel. Tesi questa che potrebbe essere avvalorata da una presa di posizione estremamente dura del capo dello stato, Danilo Turk. Quest’ultimo ha sentito, infatti, l’obbligo di precisare che in nessun caso avrebbe firmato il decreto di nomina dell’ex ministro, visto che egli non godeva della sua fiducia.

A pesare su quella decisione, probabilmente, anche delle vecchie ferite. Il ministero degli Esteri, infatti, in piena campagna elettorale per le presidenziali 2007, emise un comunicato stampa in cui avvalorava la tesi che Turk, nel 1991, sarebbe stato poco devoto alla causa dell’indipendenza slovena. Ne seguì una dura polemica in cui l’attuale presidente precisò che all’epoca aveva operato a Ginevra in accordo con lo stesso Rupel, che già allora ricopriva l’incarico di ministro degli Esteri.

A questo punto era chiaro che Rupel non sarebbe diventato ambasciatore e soprattutto che il capo dello stato non intendeva diventare una specie di notaio del governo, firmando semplicemente le proposte che gli venivano inoltrate. La questione sembrava chiusa per tutti, ma non per Pahor, che, evidentemente, non ha voluto dare partita vinta al presidente. Alla fine della prima riunione ordinaria del governo ha reso noto di aver nominato Rupel suo consulente per la politica estera.

La notizia ha sollevato un vero e proprio putiferio. A gioire soprattutto gli esponenti del partito democratico dell’ex premier Janša, mentre molti sostenitori del nuovo governo non hanno potuto nascondere un evidente imbarazzo, malcelato dalla necessità di mantenere unita la nuova coalizione di centrosinistra. Nei corridoi del parlamento c’era chi diceva sarcasticamente che avrebbe proposto a Pahor “di nominare Janša suo consulente per le questioni di governo” e precisava che il premier stava facendo di tutto per innervosire gli alleati ed ingraziarsi i democratici. Altri, invece, riflettevano sulle catastrofiche conseguenze a livello d’immagine. Il centrosinistra, in fondo, in campagna elettorale aveva ribadito sino all’esasperazione la necessità di giungere ad un cambiamento e la nomina di Rupel non andava certo in questo senso.

Al momento dell’annuncio, Pahor, di fronte ad un uditorio sbalordito, si è chiesto perché avrebbe dovuto rinunciare ad un uomo che ha nella sua agenda “tutti i numeri di telefono degli statisti più importanti”. Per contro, però, ci si può chiedere adesso quale numero di telefono faranno questi statisti, quando vorranno parlare con la Slovenia? Quello del giovane ministro degli Esteri, Samuel Žbogar, del nuovo premier Borut Pahor o semplicemente quello del loro vecchio amico Dimtrij Rupel?

Di fronte alle polemiche Pahor si è affrettato a precisare che la funzione di Rupel sarà solo quella di suo consulente, ma per Jožef Kunič, presidente della prestigiosa Associazione slovena per i rapporti internazionali non ci si può attendere che Rupel se ne stia chiuso in un ufficio rinunciando ad essere “creativo”.

Per ora i sondaggi d’opinione ed i blog sembrano non dar ragione al premier. Una consistente maggioranza sarebbe, infatti, contraria alla decisione presa. Lo stesso Pahor ha dovuto ammettere di essere, in questo momento, uno dei politici più contestati in Slovenia.
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