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mercoledì 07 settembre 2022 15:06

 

Dopo Lajčák

27.01.2009    scrivono Wolfgang Petritsch e Christophe Solioz
Miroslav Lajčak
Il giorno dopo l'annuncio della fine del mandato di Miroslav Lajčák, la proposta per un nuovo partenariato tra Bosnia Erzegovina ed Unione Europea. Cambiare l'assetto costituzionale, porre fine alla dipendenza internazionale e sviluppare il processo di cooperazione nei Balcani occidentali
Questo testo viene pubblicato contemporaneamente da Osservatorio Balcani e Caucaso e Oslobodjenje (“Novo partnerstvo između Europe i BiH je očigledno”)

Traduzione per Osservatorio Balcani Caucaso: Carlo Dall'Asta

Mentre Miroslav Lajčák — Alto rappresentante e Rappresentante speciale dell'Unione europea dal luglio 2007 — lascia la Bosnia Erzegovina per diventare il nuovo ministro degli Esteri della Slovacchia, è giunto il momento per quella transizione che da tempo si sarebbe dovuta compiere, verso un più equo ed efficace sistema di relazioni tra la Bosnia Erzegovina e l'Unione Europea. La nostra proposta è quella di cogliere l'occasione per partire con un approccio completamente nuovo, assumendo questa partnership seriamente. Questo è tanto più urgente in quanto il mondo sta entrando nella crisi economica peggiore dalla Seconda guerra mondiale. Anche gli importanti cambiamenti a Washington segnalano una nuova opportunità per fare questa volta la cosa giusta in Bosnia Erzegovina.

Un impulso ai cambiamenti in un nuovo contesto

Sì, la situazione della Bosnia Erzegovina è ancora difficile e tale rimarrà ancora per un po' di tempo. Non c'è un altro Paese nella regione la cui esistenza dipenda in maniera così rilevante dalla continuazione del processo di integrazione europea. Ma l'unificazione dell'Europa non è una strada a senso unico. L'Europa stessa ha bisogno di crescere all'interno della Bosnia Erzegovina. Siamo stati ad aspettare, con crescente esasperazione, che le autorità locali fermassero le irresponsabili lotte intestine e si lasciassero alle spalle le posizioni massimaliste. L'Europa non sarebbe dove è oggi se non fosse riuscita a costruire dei ponti per superare le sue divisioni storiche. La Bosnia Erzegovina, e i suoi cittadini in primo luogo, devono essere consapevoli che questo è possibile anche nel loro Paese.

Parlando a titolo personale, è vergognoso il modo in cui tuttora viene condotta la politica in questo Paese, e come ancora non siano state ottemperate le condizioni poste nell'Accordo di stabilizzazione e associazione con l'UE (ASA), che permetterebbero di chiudere l'Ufficio dell'Alto rappresentante (OHR) — ponendo così fine alla dipendenza ed alla supervisione internazionale. Tutto ciò è diventato sempre meno accettabile, perfino per i più accaniti sostenitori della Bosnia Erzegovina.

Certe volte noi ci chiediamo se la politica che viene condotta quotidianamente sia conscia delle crescenti difficoltà che essa sta creando all'Europa, in un'epoca di gigantesche difficoltà economiche. Mentre l'Europa deve ancora prestare troppa attenzione a questa regione, molti anni dopo le guerre, non ci si occupa di altre situazioni potenzialmente assai più pericolose: la sorte dei palestinesi di Gaza; le uccisioni indiscriminate nell'Africa sub-sahariana; l'Iraq, l'Afghanistan, l'Iran; sfide di proporzioni globali come i cambiamenti climatici, e il crescere dei conflitti per le risorse naturali scarse — come sperimentato anche recentemente con la questione del gas russo.

Di fronte a questo scenario di crescenti sfide globali, l'urgenza di rinnovare seriamente lo sforzo per arrivare velocemente ad un'agenda comune per creare una nuova partnership tra Europa e Bosnia Erzegovina è a dir poco ovvia.

Un'agenda comune per una nuova partnership

Quello che noi suggeriamo è di intraprendere insieme la ricerca di un processo di state building che possa avere un successo considerevolmente maggiore. Quali sono gli elementi essenziali di una Bosnia Erzegovina in grado di far fronte ai suoi impegni in un'Europa allargata? Più volte si è detto che le attuali strutture amministrative sono insostenibili e che i molti livelli di governo sperperano i soldi della gente — i vostri e i nostri. Dunque cambiamo l'assetto costituzionale del Paese e spostiamo le risorse dove ce n'è urgente bisogno.

Una volta che si è d'accordo su questi necessari cambiamenti — fin troppo noti — si possono prendere decisioni su una cornice temporale realistica, su un bilancio sostenuto congiuntamente, sui meccanismi di controllo e sulle possibili sanzioni. Dopo ampie consultazioni in Bosnia con le parti sociali coinvolte — siano esse governative o della società civile — riguardo al profilo della futura rappresentanza internazionale, l'UE potrebbe allora designare una persona che guidi questo sforzo.

Noi siamo convinti che — se presa seriamente sia a Bruxelles che a Sarajevo — questa nuova partnership tra tutte le parti coinvolte metterebbe finalmente la Bosnia Erzegovina sulla strada verso un significativo aumento della responsabilità politica locale. Allo stesso tempo accrescerebbe la responsabilità e l'affidabilità della comunità internazionale — e specialmente dell'UE.

Espandere il processo di costruzione della regione

Leggi la nostra recensione del saggio di Wolfgang Petritsch e Christophe Solioz: Regional Cooperation in South East Europe and Beyond
Un'altra priorità chiave è far crescere la cooperazione regionale. Il Consiglio di cooperazione regionale (CCR) di Sarajevo dà alla dimensione regionale una maggiore visibilità in Bosnia Erzegovina. Il CCR si concentra principalmente sul livello statale, e questo è da valutare positivamente. Esso dovrebbe spingere per una più equa cooperazione tra i Paesi della regione, e di conseguenza promuovere un'agenda comune, bosniaco-croato-serba.

Certamente è tempo che i leader balcanici affrontino costruttivamente il loro ruolo di attori regionali. Un esperimento sul tipo di quello del Benelux — naturalmente adattato alle specificità della regione — potrebbe duplicare la strategia vincente del Gruppo di Višegrad. Ciò dovrebbe ispirare un pensiero politico innovativo in Bosnia Erzegovina, in Croazia e in Serbia. Mentre i Paesi balcanici si allontanano dai difficili anni postbellici, la cooperazione regionale potrebbe efficacemente essere complementare al — e perfino rafforzare il — processo di costruzione [istituzionale] necessario a divenire Stato membro dell'Unione Europea.

Ma la dinamica regionale — particolarmente nello spazio post-jugoslavo — è un processo che si articola su molti livelli. Come illustrato dal “Programma di cooperazione transnazionale per il Sud Est Europa” dell'UE — uno dei 13 programmi di cooperazione transnazionale dell'Unione — il regionalismo opera simultaneamente su scale differenti — al di sopra, al di sotto, e al livello dello Stato — dato che esso si incentra non solo sulla autorità nazionali, ma anche su quelle regionali e locali. In un tale contesto la democrazia locale, la decentralizzazione e la cooperazione transfrontaliera subregionale completano in modo costruttivo l'agenda della costruzione dello Stato.

Ma c'è di più: i programmi regionali dell'UE e del Consiglio d'Europa nei Balcani, ed è un dato interessante, coinvolgono anche Stati membri dell'UE — Italia, Austria, Slovenia, Ungheria, Slovacchia, Grecia, Romania e Bulgaria — e Paesi interessati dalla Politica di vicinato europeo, come l'Ucraina. Tramite questi programmi, i Paesi dei cosiddetti Balcani occidentali sono già ora parte della Nuova Europa. Questo spiega come le tendenze emergenti nel regionalismo rafforzino anche la formazione dei nuovi Stati membri dell'UE.

Tutto considerato, la situazione attuale appare fosca. In vista di una crisi globale e di una continuazione dello stallo della Bosnia, siamo timorosi; la situazione dentro e intorno alla Bosnia sembra ancor più drammatica di com'era anche solo pochi mesi fa. L'agenda della partnership che noi proponiamo, con responsabilità condivise tra l'Unione Europea (con l'appoggio degli USA) e la Bosnia Erzegovina, potrebbe dare un nuovo impulso per le riforme a lungo attese. A Washington sta soffiando un vento nuovo. Il cambiamento è possibile anche in Bosnia Erzegovina.

*Wolfgang Petritsch è stato Alto Rappresentante in Bosnia Erzegovina (1999-2002), ed è attualmente Ambasciatore dell'Austria presso l'OCSE a Parigi. Christophe Solioz è segretario generale del Centro per le strategie di integrazione europea (CEIS) di Ginevra. Insieme hanno da poco pubblicato: Wolfgang Petritsch and Christophe Solioz (Eds.), Regional Cooperation in South East Europa and Beyond. Challenges and Prospects (Baden-Baden: Nomos, 2008)
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