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mercoledì 07 settembre 2022 16:30

 

Carla otto anni dopo

07.12.2007    Da Bruxelles, scrive Tomas Miglierina

Carla Del Ponte
E' stata otto intensi anni a capo della procura del Tribunale dell'Aja. Ora il suo mandato volge al termine e Carla Del Ponte si prepara ad andarsene. Tomas Miglierina, corrispondente a Bruxelles della Radio Svizzera e collaboratore di Osservatorio Balcani l'ha incontrata
Procuratrice Del Ponte sono passati otto anni, crede nella giustizia internazionale come prima, più di prima o meno di quando aveva cominciato?

Sì sono passati effettivamente otto anni e qualche mese, ed è incredibile come il tempo passa. Credo nella giustizia internazionale: la giustizia internazionale è riuscita, grazie all’attività del Tribunale della ex Jugoslavia ad applicare leggi che esistevano dal dopo guerra e che non avevano mai trovato applicazione. Con la costituzione di questo tribunale si è finalmente messa in piedi un’istituzione che può giudicare coloro che sono sospettati di aver commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. E’ un successo importantissimo, un successo storico per la giustizia internazionale e naturalmente per le vittime di questi crimini.

Lei parla di successo storico, però c’è stato un numero relativamente limitato di condanne e a livello locale non c’è stata una grande riconciliazione: da ogni parte l’hanno sempre accusata di fare il gioco della parte avversa…

Questo tribunale aveva un mandato ben preciso, che era quello di mettere in stato di accusa alti responsabili politici e militari: generali, ministri e presidenti. Avere messo in stato d’accusa 161 accusati è veramente un successo.

Ma queste persone però, vive o decedute che siano, rimangono degli eroi tra il loro popolo. Questo non la preoccupa?

Vede, non si può pretendere che in pochi anni (perché si tratta di pochi anni, in cui durante i processi si è stabilita la verità dei fatti) tutto questo sia accettato immediatamente e abbia un effetto immediato sul territorio, sulla popolazione. Ma sicuramente è un passo importante verso una riconciliazione che avverrà. Ci vuole il tempo che ci vuole, perché la giustizia internazionale non è che uno dei componenti della riconciliazione, ve ne sono diversi altri. E l’atteggiamento dei politici in carica è importantissimo.

I politici mi sembra abbiano la tendenza a considerare la giustizia internazionale più come una pedina nelle loro partite diplomatiche che altro. Lo abbiamo visto con lei, stando almeno alle rivelazione della sua ex-portavoce (Florence Hartman, Paix et Chatiment, Flammarion 2007) , ma lo vediamo anche con la Corte penale internazionale: una serie di persone che il tribunale ricerca stanno negoziando la loro immunità in cambio della loro non opposizione a processi di pace. E’ un’evoluzione che immagino lei non condivida…

Intanto non dobbiamo generalizzare: sono appena stata ad un convegno al quale ha partecipato il presidente della Croazia Mesic, e lo posso indicare come una delle personalità che sin dall’inizio ha creduto e crede nella giustizia internazionale. È vero che ci sono alcuni politici che ancora si comportano come dice lei. Però ce ne sono altri - e sono quelli gli elementi positivi e buoni per i loro Paesi - che credono in questa giustizia internazionale e agiscono di conseguenza.

Anche in occidente? L’Unione europea, per esempio, continuerà a mantenere la pressione per la cattura di Ratko Mladic, nonostante la partita che si sta giocando proprio in questi giorni sul Kosovo?

Lo spero vivamente, anche per questo sono qui a Bruxelles oggi: voglio assicurarmi che la condizionalità che è stata posta alla firma dell’Accordo di associazione e stabilizzazione con la Serbia rimanga tale: cooperazione intera con il tribunale significa Mladic all’Aja, ed è quello che mi aspetto.

Se lo consegnano fra un mese vuol dire che non volevano consegnarlo a lei?

Non ha alcuna importanza che lo consegnino a me come procuratore o al mio successore a gennaio o febbraio. Si tratterebbe comunque di un successo enorme. Non è il successo personale di un procuratore, ma quello della giustizia internazionale.

Otto anni fa lei mi diede una delle prime interviste dopo essersi insediata all’Aja. Già allora parlammo di Milosevic, aspettavamo di vedere se le avrebbe concesso un visto per andare in Serbia. Questi suoi otto anni sono stati segnati dalla parabola di Milosevic. Una sconfitta o un successo per lei?

Ambedue. Il fatto di poter avere Milosevic detenuto all’Aja di poter iniziare il processo è stato un grande successo: abbiamo potuto portare in aula le prove della sua colpevolezza. Naturalmente la grande sconfitta è che ci ha lasciati due mesi prima della fine del processo e questo per noi, ovviamente, è stato un duro colpo.

Bisognava condurre il processo diversamente? Bisognava preparare i capi d’accusa diversamente?

No, assolutamente no. Ovviamente la morte è un elemento della vita e purtroppo è morto prima della fine del processo. Ma l’atto d’accusa deve riportare i crimini della cui responsabilità risponde l’accusato, perché il procuratore rappresenta tutte le vittime di questi massacri e di questi crimini. Non facciamo una scelta di quali, perché non si tratta solo di repressione, non si tratta solo di far condannare, ma di stabilire la verità dei fatti e che questa verità dei fatti esca dall’aula penale e vada nella regione e vada alla società civile e che si sappia e che le vittime possano ottenere giustizia. Tutte le vittime, non una scelta delle vittime.

Lei ha avuto uno stile molto particolare, tra l’altro molto bene accolto dai media. Ha dato molte più interviste che i suoi predecessori, il risalto è stato molto forte, ha avuto uno stile molto poco diplomatico e ha sempre detto di voler prescindere dalla politica. Ma un procuratore internazionale può davvero prescindere dalla politica? Ci riesce?

Un procuratore internazionale ha bisogno della politica e non solo della politica, ma anche dei media. Tutte le mie interviste, le mie apparizioni in pubblico avevano un solo scopo: che ci fosse l’attenzione necessaria ad ottenere la possibilità per noi di condurre le inchieste e l’arresto degli accusati. Quindi è stato importante, importantissimo.

Ha avuto il sostegno delle persone?

Sì tantissimo. Mi ha sempre fatto piacere vedere come tanta gente segua la nostra attività, quello che facciamo. I nostri processi sono trasmessi su reti televisive, la stampa ne parla e devo dire che c’è sempre stata un’accoglienza molto positiva. Questo credere nella giustizia internazionale io trovo che sia importante.

Il messaggio che lei vorrebbe lasciare alla gente è: continuate a crederci, nonostante le difficoltà che vediamo (e ancora una volta non penso solo al suo tribunale)?

Certamente, bisogna credere nella giustizia internazionale affinché la giustizia internazionale possa continuare a vivere. La giustizia internazionale ha dimostrato la sua legittimità…

Anche la sua fragilità…

Gli ostacoli sono tanti, le difficoltà sono tante. Siamo nella direzione giusta, non abbiamo ancora raggiunto la meta, quindi lei può immaginare quanto sia importante il sostegno della comunità internazionale.

Un’ultima domanda. Nell’intervista di otto anni fa lei mi disse che un giorno sul lavoro del suo tribunale si chinerà la storia. Lo pensa ancora?

Sì, certamente. Avevo già dato una buona risposta allora (ride), quindi la confermo adesso. Ma non sarà naturalmente per domani. Ci sono altri tribunali internazionali, c’è la Corte permanente. E sicuramente dopo che il nostro tribunale avrà terminato la sua attività ci saranno gli studiosi che si chineranno su quello che abbiamo fatto e lo analizzeranno. E secondo me il giudizio sarà sicuramente positivo.

Modem, trasmissione di approfondimento dell’attualità alla RTSI dedicherà una puntata agli otto anni di Carla del Ponte al TPI lunedì ore 8.30 sulla rete uno in cui sarà diffusa questa intervista. Internet: reteuno.rtsi.ch e www.rtsi.ch/modem
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