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Documentare la guerra

28.05.2008   

Sarajevo, la biblioteca (foto Christian Penocchio)
Il cinema bosniaco dalla guerra alla ricerca di nuovi temi. La fine del sostegno statale alla cinematografia e l'apertura al mercato. Intervista a Sead Kresevljaković, autore e regista, esponente dell'associazione sarajevese Video Arhiv
Di Dejan Kozul

Quando è entrato nel mondo del cinema?

Nel 1993, come dilettante, cosa che sostanzialmente sono anche oggi. Avevamo l’esigenza di documentare quello che succedeva intorno a noi. Da questa esigenza è nata la nostra associazione, che si occupa di fare ricerca sul periodo delle guerre attraverso l’utilizzo di filmati amatoriali. Una prima fase è stata caratterizzata dall’attrazione per le granate: chi aveva una telecamera filmava le granate che trovava. Poi è arrivato il periodo della video-lettera. Questa nuova forma di comunicazione veniva indirizzata ad amici e parenti in forme più o meno creative, e rappresenta uno dei materiali più interessanti del periodo bellico, anche perché accessibili ai comuni cittadini.

A metà del 1993 abbiamo organizzato il primo festival di cinema alternativo, con una retrospettiva sui film di guerra. In quell’occasione sono stati presentati molti lavori interessanti, in primo luogo il nostro “Sjećam se Sarajeva”, ovvero il primo documentario bosniaco a raccogliere 20.000 spettatori e a rimanere in cartellone per oltre un mese.

In tutto questo è stata importantissima la collaborazione con Haris Pašović, che ha visto in noi qualcosa di serio, a dispetto del carattere amatoriale del nostro lavoro.

Cosa è successo con la transizione all’economia di mercato?

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Le cose sono cambiate in modo spaventoso. Da un lato, i nostri capitalisti e nuovi ricchi direbbero che il mercato si è normalizzato. Dall’altro, il settore si è trovato completamente privo di sostegno statale. Io penso che sia stata una catastrofe, perché il cinema potrebbe avere un’importanza strategica per il paese. Dovrebbe essere lo Stato a sostenere l’arte, non dovrebbe lasciare questo compito ai grandi miliardari, che quando ci finanziano ci dicono anche che cosa fare. Questo succede già in televisione, dove non si riesce a trovare mezz’ora di programma che non sia puro istupidimento troglodita. Credo anche che serva una misura di buon gusto nei budget e nei finanziamenti: se hai Danis Tanović, vanno bene anche un paio di milioni, altrimenti è sproporzionato e di cattivo gusto. Per fare un buon film artistico basta anche molto meno, non dobbiamo certo diventare Hollywood. Sarebbe non solo impossibile, ma anche stupido.

In che modo avveniva la promozione e la distribuzione dei film negli anni del regime? E come funzionano le cose ora?

Prima della guerra avevamo “Sutjeska film”, lo studio Avala e la “Jadran film” in Croazia. La Sutjeska era un gigante delle co-produzioni sulla Resistenza, ma ha prodotto anche i film di Kusturica. Ovviamente si trattava di un’organizzazione di regime e non aveva piena libertà nella scelta dei film da produrre. Molti funzionari erano degli incompetenti, scelti per ragioni politiche. Non esiste una generazione preparata in questo settore. La tragedia della Bosnia è che non ha strutture, ha sempre bisogno di appoggiarsi a Belgrado, a Zagabria, è tragicomico.

Negli anni Novanta le condizioni erano talmente catastrofiche che in alcuni cinema si proiettavano i film dalle videocassette. Ora non sono rimaste che le rovine di quello che è esistito e che non abbiamo più. La distribuzione avviene principalmente attraverso televisione e DVD pirata. Ad esempio “Grbavica” non ha venduto niente in originale, la pirateria ha bruciato completamente le vendite. Lo stesso succede con la musica. Le persone che dovrebbero occuparsi di politica culturale sono assenti. Il Ministero della Cultura dovrebbe correggere questo sistema o almeno creare dei meccanismi di compensazione per far sì che le persone possano vivere del proprio lavoro.

Quali erano i temi che aveva più a cuore il regime?

Non posso spiegare molto del periodo pre-bellico, non mi occupavo ancora di cinema.
Con la guerra si sono girati pochissimi film, e tutti a tema bellico. Ora si tende ad allontanarsi un po’ da questo tema, c’è il desiderio di dimostrare che si può fare anche altro. Ma il tema della guerra è ancora dominante, e penso sia inevitabile. È inevitabile voler trasporre in arte quello a cui siamo sopravvissuti, e credo ci siano ancora molti aspetti da esplorare. Finché non saranno stati sviscerati, sarà difficile uscire da questa tematica.
Dopo la guerra avremo avuto una decina di film, non di più, quindi non si può parlare di una cinematografia, solo di successi sporadici.
Ci sono esempi di censura, sia prima della guerra che dopo. Nel periodo post-bellico si tratta soprattutto dell’ideologia nazionalistica che tenta di sopprimere ogni “cattiva influenza”. Ma penso che questi siano auto-gol. È un problema di identità, e del resto metà del paese non si riconosce in queste ideologie. E non credo che un film possa nascere con una funzione educativa, al massimo può diventarlo in seguito, con il tempo.

In che cosa consiste, secondo lei, il carattere "nazionale" della cinematografia bosniaca rispetto a quella dei vicini?

Credo non sia altro che una definizione geografica. In passato si poteva parlare di cinema jugoslavo, oggi non si può definire che bosniaco. Credo che a Danis sia venuta la nausea a furia di sentirsi chiedere se “No Man’s Land” fosse un film bosniaco. Se guardiamo ai finanziamenti non lo era, hanno partecipato Slovenia, Italia, Francia… Si può definire bosniaco come qualsiasi film girato in terra bosniaca.

Il nuovo cinema balcanico ha mantenuto una sua centralità per il cinema mondiale. Come se lo spiega?

Il cinema rumeno è in espansione, ma solo perché sono usciti dei buoni film. Non è una questione geografica, servono semplicemente buoni film. Poi certo, la moda o la politica possono pesare nella scelta all’interno di una rosa di buoni film, ma non possono portare al successo dei film che non hanno un valore intrinseco.

Ci sono nuove tendenze, ad esempio film neo-jugoslavi come “Karaul”. Lo sceneggiatore è croato, gli attori bosniaci… E' un buon modello. Per questo va ringraziato il fondo bosniaco per la cinematografia, che ha reso possibili queste co-produzioni, positive anche perché sono film fruibili in tutto il territorio ex-jugoslavo, Bosnia, Serbia e Croazia.

Che importanza ha l'UE per il cinema balcanico? E gli Stati Uniti? Ed il resto del mondo?

Non sono sicuro di saper rispondere a questa domanda. So che il Sarajevo Film Festival ha avuto un ruolo molto importante nel portare attenzione e finanziamenti al cinema locale, permettendo di instaurare contatti importanti a livello internazionale.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, in tempo di guerra i media hanno familiarizzato il pubblico con la Bosnia, che così non suona come un luogo astruso o esotico alle orecchie del pubblico americano. L’America rimane comunque un mercato troppo chiuso all’esterno, per noi è più importante avere successo in Europa.