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Diyarbakir e l’Europa

17.02.2005   

Il 13 febbraio Diyarbakir attendeva la visita del Primo Ministro Erdogan, poi rimandata per motivi di salute. L'intervista del quotidiano Birgun al sindaco della città, del partito curdo Dehap: la questione della cittadinanza in Turchia e il ruolo svolto dai Curdi nell’avvicinamento del Paese all’Europa
Diyarbakir (foto Dick Osseman)
Di Esra Cengia, Birgun, 7 febbraio 2005 (titolo originale dell'articolo: "Un messaggio di pace fa posare le armi")

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Fabio Salomoni



Il quotidiano Birgun, “Un giorno”, rappresenta la più interessante novità nel recente panorama dell’informazione turca. Apparso nelle edicole la scorsa primavera, si prefigge l’obbiettivo di rappresentare un esempio di stampa indipendente, in un contesto caratterizzato dalla concentrazione editoriale nelle mani di pochi grandi gruppi finanziari. Il quotidiano appartiene ad una cooperativa che comprende esponenti del mondo sindacale e dei piccoli partiti della sinistra. Da qualche mese però vive gravi difficoltà economiche, dovute al calo delle vendite che attualmente sono intorno alle 15.000/20.000 copie. Per questa ragione il quotidiano ha lanciato un campagna con l’obbiettivo di raccogliere 5.000 abbonamenti.

Il 7 febbraio scorso Birgun ha pubblicato l’intervista di Esra Cengia al Sindaco dell’area metropolitana di Diyarbakir, Osman Baydemir, ed al sindaco della municipalità di Yenisehir (una delle cinque che compongono l’area metropolitana), Firat Anli. Entrambi appartengono al partito curdo DEHAP (Partito Democratico del Popolo).

L’intervista, che doveva precedere la visita - poi rinviata - del Premier Erdogan a Diyarbakir il 13 febbraio scorso, prende spunto dalle irritate dichiarazioni di Erdogan che, qualche giorno dopo il vertice di Bruxelles del 17 Dicembre, si chiedeva perché tutte le delegazioni europee in visita in Turchia volessero sempre andare a Diyarbakir.



Vi hanno infastidito le parole del Primo Ministro Erdogan? Come sono state accolte a Diyarbakir?

Baydemir: Si deve riconoscere che, dopo Istanbul ed Ankara, Diyarbakir è la più importante città della Turchia. Se il 17 Dicembre la Turchia, con i suoi intellettuali, le sue culture, le sue diverse identità etniche, turca e curda e le altre, è riuscita nell’intento di ottenere una data per la sua adesione europea, un evento che ha prodotto grande soddisfazione nel Paese, beh, credo che in questo risultato il ruolo di Diyarbakir sia stato per lo meno pari, se non superiore a quello di Ankara. Io personalmente mi sono speso molto, ho incontrato anche il Ministro Gul, per poter arrivare a questo risultato. Certamente le parole del Presidente Erdogan non sono piaciute alla gente di Diyarbakir. Il Presidente è caduto nello stesso errore che la politica della Turchia ripete fin dall’inizio. Del resto se abbiamo vissuto difficoltà ventennali, che possiamo definire un terremoto politico, lo dobbiamo proprio a questo atteggiamento discriminatorio. Io mi aspetto che il Presidente dica: ”Ringrazio tutto il popolo ma particolarmente quello di Diyarbakir”. Queste delegazioni continueranno a venire a Diyarbakir e continueranno a constatare non solo la diversa identità della città ma anche che essa è il motore del processo di democratizzazione.

Anli: Il Presidente non ama questi viaggi a Diyarbakir. Però, se attualmente in Turchia si registrano passi in avanti, se noi possiamo parlare in modo così ottimista, una delle ragioni principali è proprio Diyarbakir. I Curdi hanno contribuito quanto il Presidente Erdogan, e lo hanno fatto nonostante le profonde ferite ancora aperte, nonostante i problemi che ancora aspettano una soluzione. Non è una cosa di poco conto. Sulla questione europea, se non ci fosse stato l’appoggio dei Curdi, il governo Erdogan non avrebbe ottenuto risultati molto diversi da quelli ottenuti dai governi precedenti. Lo dico chiaramente. Le delegazioni europee che sono venute a Diyarbakir sono rimaste molto stupite. Anche Verheugen (il responsabile europeo per l’allargamento, ndt) ci ha confessato: “Avete reso più difficile il mio compito”. Credevano che Diyarbakir avrebbe ribadito le mancanze della Turchia nel campo dei diritti umani.

Perché la visita che Erdogan compirà a Diyarbakir il 13 febbraio è così importante?

Baydemir: Io attribuisco molta importanza all’arrivo del Presidente. Sono molto franco. Egli si troverà di fronte ad una grande attesa verso dichiarazioni che, nella prospettiva di un abbraccio fraterno, affrontino la questione della cittadinanza in Turchia. Noi, in quanto cittadini della Turchia, traendo insegnamento da quello che abbiamo vissuto in passato, dobbiamo mostrare un atteggiamento positivo. Questo è quello che ci si deve aspettare da un sindaco, da un ministro, da un Primo Ministro. E’ necessario colmare il divario tra Diyarbakir ed Ankara che nel passato è stato fondato su ragioni politiche.

Anli: E’ una visita molto importante. L’arrivo di Erdogan sarà il momento che simbolicamente unirà tra loro la data per l’inizio delle procedure di adesione all’UE, la democratizzazione della Turchia, la soluzione della questione curda ed anche la speranza che non si debbano più rivivere in questa regione situazioni indesiderabili. L’atteggiamento di questo governo, che assomiglia a quello dei precedenti, è questo: “Noi ad Ankara facciamo quello che è necessario, voi rimanete seduti al vostro posto. L’ingresso in Europa del resto risolverà ogni problema”. Secondo me è proprio questo approccio che i Curdi non accettano. Nel 1991 il Presidente della Repubblica ed il Primo Ministro Inonu hanno creato un clima molto positivo affermando: “Riconosciamo la realtà curda”. Lo stesso si è verificato con il governo Ozal. Ma i Curdi non sono le pecore nere di questo Paese…

Ritenete corrette le valutazioni secondo cui i Curdi si sarebbero allontanati dalla politica? Credete che il Movimento per la Società Democratica (il nuovo movimento politico fondato dall’ex parlamentare Leyla Zana) porterà nuova linfa alla politica curda?

Baydemir: Sono uno che crede profondamente nel cambiamento. Però, perché si possa produrre un cambiamento, è necessario che le porte siano aperte agli attori del cambiamento. L’opposizione curda nutre una forte diffidenza verso l’atteggiamento del governo e dello Stato. Per contro, i poteri pubblici credono ancora che l’opposizione curda voglia smembrare il Paese. In questo senso c’è bisogno di una forza politica che contribuisca a far superare questa crisi di fiducia. Deve essere un’iniziativa che mette insieme persone da tutto il Paese. Per queste ragioni personalmente guardo con molto favore al cambiamento. E’ necessario creare le condizioni per una soluzione democratica dei problemi del Paese. In questo senso i progressisti turchi hanno un compito molto importante. Purtroppo essi sembrano aver rinunciato a fare fronte comune con l’opposizione curda in nome della democrazia e della pace. E’ compito di tutti adoperarsi per superare un trauma ventennale e soprattutto per convincere il cittadino medio.

Anli: Le nostre aspettative non riescono a progredire all’interno del contesto politico in cui ci troviamo. Credo che la società abbia bisogno di un nuovo partito. L’obbiettivo di DEHAP era la questione curda e la sua soluzione. Io credo che in questo senso, esso abbia in gran parte raggiunto i suoi obbiettivi. Ora abbiamo bisogno di orizzonti più ampi e di un partito che riunisca settori diversi della società. Credo anche che non sarà facile raccogliere consenso ed appoggi in questa direzione. Noi abbiamo questo problema: noi tutti siamo persone che hanno subito pesanti attacchi dall’opinione pubblica. Per questo, abbattere i pregiudizi e riuscire a creare un dialogo all’insegna della fiducia, sono compiti molto difficili e che richiederanno grandi sforzi. Che i Curdi si siano allontanati dalla politica è abbastanza naturale. Abbiamo vissuto per 15-20 anni in un incubo e adesso tutti noi avremmo bisogno di una terapia. Nonostante questo, continuiamo a darci da fare. La nostra economia è in ginocchio, i nostri villaggi sono stati distrutti, le nostre reti di solidarietà dissolte. Tutti si sono ritrovati in qualche modo nudi ed impotenti di fronte ad un contesto terribile.

E’ difficile essere amministratore a Diyarbakir? Riuscite a coinvolgere i cittadini nel processo decisionale? C’è sufficiente partecipazione?

Baydemir: Abbiamo potuto constatare le conseguenze prodotte da un ventennale clima di conflitto. E’ necessario rifondare radicalmente la città dal punto di vista sociale ed economico. Abbiamo cercato di realizzare una pianificazione ed attualmente stiamo andando verso la realizzazione di un modello. Esso comprende iniziative che mirano a garantire la partecipazione democratica nella gestione della città. Cerchiamo di realizzare questa partecipazione attraverso le riunioni di quartiere, nelle quali la popolazione partecipa insieme con il muhtar, (il rappresentante di quartiere dell’Amministrazione statale). Cerchiamo di diffondere la cultura della partecipazione democratica. Le faccio un esempio: abbiamo cercato di salvaguardare e valorizzare il patrimonio storico rappresentato dalle mura della città. Praticamente ogni giorno però l’illuminazione e le panchine che realizzavano venivano distrutte. Abbiamo organizzato riunioni con gli abitanti di quelle zone, in cui abbiamo cercato di spiegare come fossero proprio loro i primi ad essere danneggiati da questi comportamenti. Gli abbiamo chiesto di occuparsi direttamente della protezione del quartiere. Adesso possiamo dire che il 90% di quelle zone è al sicuro.

Anli: E’ molto difficile fare l’amministratore in una situazione ad alto rischio come Diyarbakir. Anche il partecipare ad un funerale può essere motivo sufficiente per finire sulle prime pagine di tutti i giornali del Paese (Il riferimento è alle reazioni scatenate qualche mese fa dalle condoglianze portate dal sindaco Baydemir alla famiglia di un militante del PKK ucciso in uno scontro, ndt). Nel comune di Yenisehir risiedono gruppi sociali molto diversi fra loro: accanto ai cittadini più poveri, senza nessuna protezione sociale ci sono i settori più abbienti della città. In generale però, dei 10 quartieri che comprendono il nostro comune, 7 sono gecekondu, composti da abitazioni di fortuna e costruite abusivamente. Nonostante questo posso affermare con tutta tranquillità che siamo l’amministrazione che in Turchia garantisce il più alto livello di partecipazione. Prima di dare il via a qualsiasi iniziativa, sottoponiamo i nostri progetti alle organizzazioni professionali e della società civile ed al muhtar. Inoltre lavoriamo anche a stretto contatto con le organizzazioni femminili e dei giovani. Cerchiamo di garantire una partecipazione reale.

Costituisce un problema il fatto che voi appartenete a un partito che non è quello al governo nel paese? Avete un appoggio sufficiente da parte del governo nel realizzare i vostri progetti?

Baydemir: Il governo e la struttura burocratica devono dare una risposta ai nostri sforzi. Essi porteranno alla ricostruzione della regione, alla democrazia ed alla pace sociale. E’ necessario poi arrivare ad una discriminazione positiva che porti ad un incremento delle risorse destinate alla regione in modo da garantire la sua integrazione a livello nazionale. Un passo importante anche per ridurre le differenze tra la Turchia ed i Paesi dell’Unione Europea, che per noi rappresentano un secondo partner.

Anli: Non posso dire che i nostri sforzi, diretti a modificare una situazione molto difficile, abbiano ottenuto l’appoggio necessario. Ad esempio, recentemente avremmo voluto trasformare uno spazio di proprietà dell’Azienda statale per le strade, in un centro sociale per bambini e donne. Non siamo riusciti però a superare gli ostacoli burocratici. Come comune attualmente siamo in grado solamente di pagare gli stipendi ai nostri dipendenti. E non dico questo per trovare una scusa. Siamo un comune che non è gestito dal partito di governo. Non dobbiamo dimenticare però che, anche se siamo un partito dell’opposizione, rappresentiamo lo spirito ed il popolo di questa città.


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