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Questione curda: spazio alla diplomazia

23.10.2007    scrive Fabio Salomoni

Continuano gli scontri tra esercito turco e militanti del PKK. Il bilancio dell'ultimo scontro è di 36 morti. Intanto il premier Erdogan sembra timidamente tentare la via della politica per uscire da questa grave crisi
E’ di 12 militari e 34 militanti del PKK uccisi, il bilancio dell’ultimo scontro tra l’esercito di Ankara ed il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, avvenuto nella notte tra sabato e domenica nei pressi del villaggio di Dağlica, una regione già in passato teatro di scontri sanguinosi, a pochi chlometri dalla frontiera irachena. Nelle ultime ore poi lo stato maggiore ha dovuto riconoscere che nello scontro vi sono anche otto militari dispersi, che numerose fonti danno come prigionieri del PKK.

Con questo nuovo episodio di violenza si fanno ancora più pesanti le pressioni sul governo di Ankara perché decida di compiere quella operazione militare in territorio iracheno che da settimane viene reclamata da più fronti.

Lo scorso mercoledì il parlamento aveva approvato a larga maggioranza il documento con il quale il governo chiedeva il mandato, della durata di un anno, per poter realizzare l’intervento militare. Un voto favorevole che però non implicava l’immediata sua applicazione, almeno fino al 5 novembre quando il primo ministro Erdoğan ha in programma un incontro a Washington con George Bush.

Il voto del parlamento ha avuto l’effetto di intensificare l’attività diplomatica internazionale. Sono volati ad Ankara il vice presidente della repubblica irachena Haşimi ed il presidente siriano Assad mentre gli USA lanciavano messaggi concilianti attraverso l’ambasciatore Wilson: “Comprendiamo la rabbia della Turchia”.

Venerdì un’apertura inattesa è arrivata dal primo ministro Erdoğan. In una intervista televisiva Erdoğan, dopo alcune dichiarazioni di rito - Il DTP [Partito per la Società Democratica, partito curdo] deve riconoscere il PKK come organizzazione terroristica - ha cercato di uscire dall’approccio puramente militare che domina in queste ore. “Loro (il PKK) abbandoneranno le armi, abbandoneranno le montagne... la nostra preoccupazione è che se c’è qualcosa da fare, lo si deve fare sotto il tetto del parlamento, attraverso la politica”. Un riferimento non troppo velato alla necessità che il PKK abbandoni le armi e, magari grazie ad un’amnistia generale, scegliere la strada della politica. Non è la prima volta che Erdoğan lancia segnali per una soluzione politica della questione PKK. Ancora una volta però le sue aperture molto prudenti si sono scontrate con il muro eretto da tutta l’opposizione.

Il capo gruppo del MHP (Movimento di Azione Nazionalista) Vural non ha usato mezzi termini: “Si vede che il primo ministro non ha capito niente della lotta al terrorismo... è chiaro che non ha intenzione di fare l’operazione oltreconfne”. Dello stesso tono la reazione del vice segretario del CHP Oymen: “Se inviti i terroristi in Parlamento, li incoraggi”. Uniche reazioni positive alle parole di Erdoğan quelle dei deputati del DTP: “Se ha un piano, un appello diretto al PKK, discutiamone insieme... noi vogliamo che si apra la strada alla democrazia”.

Gli scontri di sabato notte invece rischiano di riazzerare la situazione e riportare in primo piano l’opzione militare. Nelle manifestazioni che si sono svolte un pò in tutto il paese, spesso degenerate in tentativi di assalto alle sedi del DTP, hanno prevalso i richiami alla vendetta mentre decine di giovani si sono presentati volontari ai distretti militari. L’opposizione dal canto suo non cessa di accusare il governo di debolezza e di reclamare a gran voce l’intervento militare.

Per il momento Erdoğan ed anche il Presidente della Repubblica Gül lanciano appelli alla calma e all’unità nazionale, assicurando, senza però escludere l’opzione militare, che ogni decisione sarà presa “non sull’onda dell’emozione ma mantenendo il sangue freddo”.

Lunedì sera poi dall’Inghilterra, dove si trova in visita ufficiale, Erdoğan ha dichiarato che “ogni azione sarà concertata con gli Stati Uniti”. Proprio Washington nelle ultime ore sembra decisa ad abbandonare le posizioni attendiste mantenute finora per assumere un ruolo più attivo. Condoleeza Rice ha invitato Ankara a concedere ancora qualche giorno all’azione diplomatica. Sempre lunedì Bush ha chiamato il presidente turco, Gül e quello iracheno Maliki invitando i due paesi ad agire di concerto con gli USA nell’azione contro il PKK. Che cosa in concreto questa proposta significhi lo si vedrà solo nei prossimi giorni.

Sul fronte diplomatico l’ultima inziativa da registrare è quella del primo ministro iracheno, il curdo Talebani. Dopo aver invitato nei giorni scorsi “il PKK ad abbandonare il territorio iracheno” ieri sera ha dichiarato che sarebbe imminente un comunicato del PKK con il quale l’organizzazione annuncerebbe la sospensione delle attività militari. Il comunicato effettivamente arrivato in tarda serata però conterrebbe secondo le prime informazioni la generica disponibilità ad un cessate il fuoco in cambio della possibilità di sedere al tavolo delle trattative con il governo di Ankara.

Sul fronte interno intanto il Partito per la Società Democratica (DTP) si sta adoperando per cercare di uscire dall’angolo angusto in cui i recenti sviluppi lo hanno costretto. Prima offrendo la propria mediazione per ottenere la liberazione degli otto militari catturati dal PKK. Poi con le dichiarazioni del co-presidente Amet Türk che ha invitato tutte le forze politiche del paese ad adoperarsi per una “soluzione democratica” della crisi. Türk ieri mattina ha incontrato il capo dello stato Gül. Nell’occasione ha consegnato al presidente della repubblica un rapporto nel quale si ricostruiscono tutte le pressioni di cui il DTP è oggetto da mesi. Dagli arresti di dirigenti locali ai colpi di pistola alle sedi del partito. Un segnale politico non irrilevante quello che Gül ha lanciato incontrando, insieme agli altri segretari dei partiti di opposizione, anche quello del DTP.

I drammatici eventi degli ultimi giorni hanno finito per relegare in secondo piano il risultato del referendum costituzionale tenutosi domenica scorsa. Il quinto appuntamento referendario della storia della repubblica chiamava gli elettori ad esprimeri sul pacchetto di riforme costituzionali presentato dall’AKP. Voluto dal partito di Erdoğan per cercare di uscire dall’impasse nel quale si era trovato la scorsa estate in occasione dell’elezione del presidente della repubblica, esso conteneva, tra le altre, la proposta di ridurre da cinque a quattro anni la durata della legislatura del governo; la riduzione da sette a cinque anni del mandato del presidente della repubblica; l’elezione diretta della massima carica dello stato. Con una affluenza superiore alle aspettative, 67%, la maggioranza dei votanti, il 69%, ha detto sì alle riforme. Spetta ora ai giuristi dipanare quello che, di fronte ad un presidente della repubblica regolarmente eletto lo scorso agosto, rischia di trasformasri in un pastrocchio giuridico-istituzionale.
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