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I pionieri della libertà di stampa

07.07.2009    Da Pristina, scrive V. Kasapolli
Jeta Xharra (krenarium/flickr)
Quanto è possibile fare giornalismo d'inchiesta in Kosovo? Con difficoltà qualcuno ci prova. Il caso della trasmissione televisiva “Jeta në Kosovë” e le minacce alla giornalista Jeta Xharra accendono il dibattito all'interno di istituzioni e opinione pubblica
Un viaggio di routine per una troupe televisiva si è trasformato in un dibattito sulla libertà di parola, sulla censura, sulla centralizzazione dei media, sul regionalismo e soprattutto, alla fine, sul silenzio. È accaduto ad una troupe di “Jeta në Kosovë” (Life in Kosovo), una trasmissione d'inchiesta presentata dall'emittente pubblica RTK (Radio Televizioni i Kosovës), che voleva controllare fino a che punto i leader politici locali avessero mantenuto le promesse fatte durante la campagna elettorale per le elezioni del 2007.

La troupe televisiva si è vista negare un'intervista con Sami Lushtaku, sindaco di Skenderaj, nella regione di Drenica, roccaforte del partito di governo PDK (Partito democratico del Kosovo), e luogo d'origine dei maggiori leader dell'ex Esercito di liberazione del Kosovo (UÇK).

La trasmissione mostrava anche interviste alla gente per strada, che tributavano lodi ai risultati ottenuti da Lushtaku nonché ai suoi programmi futuri. Ma i rappresentanti dell'opposizione hanno spiegato ai giornalisti, provenienti da Pristina, che la Drenica resta governata dalla forza delle armi.

E per chiudere la visita della troupe televisiva, alcune immagini li mostrano come ai giornalisti venga impedito da persone armate non identificate di filmare un sito, e come questi vengano scortati dalla polizia fuori città.

Prospettive

Giornalismo d'inchiesta o provocazione? E' stato questo per settimane il principale argomento sui media kosovari in seguito alla puntata di “Jeta në Kosovë” intitolata “Libertà di stampa” e trasmessa la sera del 28 maggio. “Jeta në Kosovë”, sia secondo i sostenitori della trasmissione che secondo gli analisti dei media, da un lato è considerata il miglior esempio di giornalismo in Kosovo, e dall'altro lato è accusata di essere troppo provocatoria e di spingersi al di là dei confini del giornalismo e dell'etica giornalistica.

A innescare l'ampio dibattito è stato il quotidiano Infopress che in seguito alla trasmissione di maggio ha definito Jeta Xharra, conduttrice di “Jeta në Kosovë” e direttore di BIRN (Balkan Investigative Reporting Network) per il Kosovo, “una spia serba al soldo di Belgrado”.

“Il comportamento tenuto da Infopress è deteriore e pericoloso. Le minacce di morte espresse su questo quotidiano stanno mettendo in pericolo le vite dei giornalisti del programma televisivo[“Jeta në Kosovë”] . Infopress si è spinta ben oltre i confini del giornalismo e dell'informazione. È colpevole di pratiche editoriali inaccettabili.”
BIRN sostiene che erano state trasmesse in passato puntate che riguardavano temi ancor più controversi, inclusa l'omosessualità e le presunte atrocità commesse dagli ex guerriglieri dell'UÇK, e la più recente “La libertà di stampa” è solo l'ultima della serie.

La campagna di Infopress contro “Jeta në Kosovë” si è fatta ancora più aspra quando lo stesso programma ha rivelato che il giornale, di diffusione assai limitata, riceve la più alta percentuale di inserzioni a pagamento governative, e si può perciò considerare un vero e proprio portavoce dell'esecutivo. “Jeta [Xharra ] si sta candidando ad avere una vita breve”, si legge in un articolo di Infopress. L'affermazione è poi stata minimizzata dal tabloid, come frase male interpretata.

È la stessa Jeta Xharra a rivelare i dettagli, dietro pressione dell'opinione pubblica. “Abbiamo ricevuto nella nostra posta elettronica dozzine di minacce di morte, in cui la conduttrice della trasmissione (Jeta Xharra) è minacciata direttamente”, dice Xharra, che intende portare il caso in tribunale. “Questa [l'accusa di essere una spia serba] è un'asserzione esplosiva in una società ancora traumatizzata dall'oppressione serba e dalle atrocità della guerra, ed è un chiaro incitamento ad atti di violenza contro il nostro staff in Kosovo”, ha dichiarato Xharra.

Il think-tank di Pristina Kipred sostiene che in Kosovo manchi la libertà di parola . “In Kosovo non abbiamo una tradizione di libertà di espressione. A causa della mancanza di questa tradizione, la sola libertà di espressione storicamente era dire ‘Kosovo repubblica’ o ‘separazione dalla Serbia’”, dice Ilir Deda di Kipred.

Al di là delle critiche a “Jeta në Kosovë” da parte dei media filogovernativi sono arrivate presto le reazioni - pro e contro - dei cittadini, attraverso i vari media online: accanto a quelli che incoraggiano lo staff a continuare ad affrontare argomenti “scomodi”, ci sono le critiche che lo accusano di disonorare “la patriottica regione di Drenica” e i suoi “leggendari comandanti”.

Reazioni a sostegno di Xharra e dello staff di “Jeta në Kosovë” sono giunte da una serie di associazioni di giornalisti, nazionali ed estere, commissioni sui media, ONG, organizzazioni per i diritti umani, che reclamano una condanna e indagini su un caso che include “minacce di morte”.

Infopress è stata multata di 1.000 euro (su una pena massima di 2.000 euro) dal Consiglio per i media e la stampa, per non aver garantito fonti d'informazione certe nei suoi articoli. Avendo la funzione di un organo di autoregolamentazione per i suoi membri, il Consiglio ha suggerito che ulteriori reclami dovranno essere indirizzati alla Procura.

Nessuna condanna

Solo i funzionari internazionali in Kosovo sono giunti a discutere dell'importanza della libertà di stampa. Il Rappresentante speciale dell'Unione europea in Kosovo, Pieter Feith, ha sottolineato di avere la “massima stima per il programma” (Jeta në Kosovë). “La libertà di espressione, inclusa quella dei media, è un valore centrale per l'integrazione nell'Unione Europea”, ha aggiunto Feith, ammonendo che le carenze in questo settore hanno un impatto diretto sulle prospettive di progresso di un paese verso le istituzioni europee.

Gli analisti politici temono anche che gli incidenti connessi alla trasmissione “La libertà di stampa” condizioneranno i prossimi rapporti sullo stato di avanzamento del Kosovo verso i processi d'integrazione europea.

Secondo BIRN, il governo non è riuscito a condannare adeguatamente le minacce. “Le minacce contro i giornalisti della trasmissione 'Life in Kosovo' sono un caso isolato che non deteriora la libertà dei media in Kosovo”, ha dichiarato il primo ministro Hashim Thaci in un comunicato. “Noi rispetteremo pienamente la libertà dei media, affinché ogni singolo caso possa essere isolato”, ha detto.

Thaci aveva evitato di prendere posizione anche nel maggio 2008 su un tema che coinvolgeva “Jeta në Kosovë” e lo stesso sindaco di Skenderaj, Sami Lushtaku, uno dei membri più in vista del suo partito (PDK). All'epoca, il programma era stato il solo media a mettere in discussione la legalità e la moralità dell'insistenza di Lushtaku nel conservare il suo posto di capo della municipalità, durante e dopo una detenzione in prigione durata tre mesi e mezzo. Lushtaku era stato dichiarato colpevole di minacce, di omissione di atti d'ufficio e di detenzione di armi.

Comunque il portavoce del governo, Memli Krasniqi, sostiene che la libertà di espressione è assente solo quando è permesso di parlare a una sola voce. “In Kosovo non abbiamo una sola voce che parla di una questione, dato che abbiamo anche la voce del movimento Vetëvendosje (Autodeterminazione), la voce della società civile, la voce dell'opposizione e la voce dei media”, ha detto Krasniqi.

Conclusioni

In cerca di soluzioni e sostenibilità, per evitare la bancarotta, i giornalisti e i media in Kosovo spesso si arrendono a manovre anti-etiche e pubblicitarie che vedono come protagonisti realtà commerciali ed istituzionali, e perdono così di credibilità. Il giornalismo d'inchiesta sta lottando per mantenersi in piedi, mentre perfino le storie di maggior successo non riescono a indurre le procure, che appaiono carenti sotto questo aspetto, a garantire ulteriori indagini.

Il rapporto annuale di Freedom House pubblicato all'inizio di luglio 2009 sostiene che il Kosovo ha un buon quadro giuridico che protegge la libertà di stampa; ciò non aiuta però a prevenire le pressioni sui media. L'Associazione dei giornalisti professionisti sostiene anche che la libertà di espressione in Kosovo, giorno dopo giorno, viene ristretta sempre di più.

L'Associazione ha citato “attacchi fisici e verbali contro giornalisti, la mancata pubblicazione di notizie critiche riguardanti il governo, e la ‘punizione’ dei media attraverso limitazioni commerciali”. I giornalisti vengono censurati fin dal primo istante in cui decidono di seguire un tema “scottante” , attraverso il quale potrebbero arrivare a scoprire affari corrotti di funzionari di governo, di affaristi e di leader pubblici e privati, sostiene l'associazione.

In passato i rapporti sugli sviluppi della situazione dei media hanno confermato lo stato delle cose. Secondo il Dipartimento di Stato americano, nel rapporto per il 2008: “I giornalisti in Kosovo subiscono intimidazioni dai funzionari governativi, dagli addetti ai servizi pubblici e anche dal mondo degli affari. Alcuni media sono finanziati da gruppi commerciali e da gruppi d'interesse politico, che offrono loro supporto finanziario in cambio di una gestione dell'informazione a loro favorevole”.

Ciò di cui il Kosovo ha bisogno oggi sono tribunali più efficienti, preposti ad occuparsi delle questioni legate ai media, come la calunnia, la diffamazione a mezzo stampa e i diritti di autore; questo aiuterebbe i media a seguire la retta via nel loro cammino all'interno di una società democratica.

E' evidente che se oggi un incidente della gravità di quello che è accaduto a “Jeta në Kosovë”, che ha coinvolto l'intera opinione pubblica, si conclude platealmente con una semplice multa di 1.000 euro, domani nessun cittadino del Kosovo si disturberà più a comprare un giornale.
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